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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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"Solomon Gursky è stato qui".
Il
libro,
l'autore,
le recensioni. |
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Mordecai
Richler,
"Solomon Gursky", Adelphi,
€ 19, pp. 584 |
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Quando decisi di
raccogliere dei testi su argomenti di mio interesse e di inserirli in un
sito "online", mi posi il problema di trovare un nome per un titolo.
L'idea mi venne dopo
aver letto
"Solomon
Gursky è stato qui".
E mi parse poi naturale fare lo stesso col mio
blog.
(wm)
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Mordecai
Richler nacque il
27 gennaio
1931 nel ghetto ebraico di
Montreal, nella famosa St. Urbain Street. Sino ai tredici anni la
sua fu una infanzia semplice e comune a tutti i bambini ebrei di
Montreal. Suo padre era un rigattiere di poche risorse, e Mordecai fu
costretto a trovarsi dei lavoretti part-time per aiutare la famiglia.
A tredici anni i suoi genitori si separarono, e gli eventi sembrarono
cambiare di direzione. Mordecai, che fino ad allora era stato di fede
ortodossa, frequentando la Jewish parochial school e studiando il
Talmud, prese le distanze dall'ortodossia e dalla fede in generale. Si
iscrisse poi alla Baron Byng High School (la Fletcher's Field in The
Apprenticeship of Duddy Kravitz) ma i suoi voti troppo bassi non gli
permisero di accedere alla McGill University; così fu costretto ad
iscriversi al Sir George Williams College, da lui allora considerata
una alternativa per perdenti. Così dopo poco, abbandonò il college per
seguire quello che aveva capito essere il suo sogno: diventare uno
scrittore. Scrivere era il suo principale obbiettivo ed il percorso
accademico avrebbe potuto limitarlo e bloccare la sua istintività e
purezza. Nel
1951, grazie ad alcuni fondi di una polizza assicurativa che aveva
stipulato, Richler ebbe la possibilità di allontanarsi dal college e
dal ghetto ebraico di Montreal. Partì per l’Europa,
destinazione
Parigi. L’idea esotica dell’Europa ispirata dagli scrittori
americani come
Hemingway e
Miller lo spinsero a cercar fortuna oltreoceano. L’ Europa al
contrario del
Canada offriva uno scenario culturale molto più aperto ed fertile
nel quale avrebbe potuto cominciare la sua carriera. I primi tempi a
Parigi furono difficili ma solo dopo tre settimane gli furono
pubblicate su di una piccola rivista Points tre brevi storie. A Parigi
fece parte di un ristretto gruppo di aspiranti scrittori nordamericani
tra i quali
Allen Ginsberg e
Terry Southern. Continuò a scrivere numerose storie, ma nessuna di
queste venne mai pubblicata, così dopo due anni decise di partire per
la
Spagna, dove visse tra
Ibiza e
Valencia ed in sei settimane scrisse il suo primo romanzo The
Acrobats. Tornato a Parigi, per ritornare in Canada, sottopose il
libro all’attenzione di Andre Deutsch, un editore canadese il quale
accettò di pubblicarlo. Di nuovo a Montreal fu costretto a guadagnarsi
da vivere lavorando per una radio, la CBC. Il romanzo pubblicato non
ebbe un grande successo, poche copie furono vendute in Canada e negli
Stati Uniti. Poco tempo dopo la pubblicazione decise di ripartire per
l’Europa, ma questa volta diretto a
Londra, dove visse diversi anni e mise su famiglia. Si sposò con
Florence Wood, una modella canadese con la quale ebbe tre figli. La
sua permanenza in Europa contribuì a rafforzare il suo senso di
appartenenza come cultura e tradizione al Canada. I romanzi di Richler
sono infatti per la maggior parte ambientati nella città di Montreal,
nello specifico nel quartiere ebraico intorno a St. Urbain Street. E
proprio il ghetto e la comunità ebraica è l’ambientazione del secondo
romanzo di Richler Son of a Smaller Hero, scritto nel 1955. Le molte
somiglianze nella vita del protagonista del libro con quella
dell’autore, lo costrinsero ad inserire una nota di prefazione nella
quale si negava qualunque intento autobiografico. Il rapporto
complesso di Richler e dei suoi protagonisti con la comunità (il
ghetto, la famiglia, la strada…) è un tema ricorrente nei suoi
romanzi. Venne pubblicato anche il secondo libro il quale ebbe poco
più successo del primo, ricevendo critiche positive, le quali spinsero
Richler a scrivere ancora. Nel 1957 fu pubblicato A Choice of Enemies,
il quale come temi e ambientazione fu considerato una sorta di seguito
del romanzo precedente. In questo romanzo Richler dimostrava di
raggiungere una certa maturità nello stile e nell’organizzazione della
trama tali da mantenere viva l’attenzione del lettore. Anche questo
romanzo vendette poche copie. Il successo di vendite arrivò nel 1959
con The Apprenticeship of Duddy Kravitz, considerato il suo primo
capolavoro. Ambientato anch’esso nel ghetto di Montreal, narra la
corsa sfrenata e senza scrupoli di un giovane ebreo verso il successo
economico. Le critiche al libro furono per la maggior parte positive,
ma insieme al successo arrivarono anche le prime accuse da parte delle
comunità ebraiche che lo incriminavano di anti-semitismo e di
aver creato uno stereotipo negativo di ebreo. The Apprenticeship of
Duddy Kravitz ebbe successo anche oltreoceano tanto che il libro fu
trasformato in film, candidato all’oscar, per il cinema con
sceneggiatura di Richler e regia di Ted Kotcheff. In questi anni
comincia una intensa collaborazione da parte di Richler con il cinema
e la televisione, per le quali scriverà numerose sceneggiature. Nel
1961 riceve il premio Guggenheim Foundation Fellowship in Creative
Writing. Appassionato sin da giovane di giornalismo, Richler scrisse
regolarmente, fino agli ultimi giorni della sua vita, per importanti
riviste e giornali in Canada, negli Stati Uniti ed in Inghilterra. Lo
stesso Richler ha selezionato in seguito alcuni articoli
raccogliendoli in sei diverse collezioni: Hunting Tigers Under Glass
(1968), The Street (1969), Shovelling Trouble (1972), Notes on an
Endangered Species and Others (1974), The Great Comic Book (1978) and
Belling the Cat (1998). A Duddy Kravitz seguirono due romanzi di stile
differente dal sobrio realismo dei precedenti: The Incoparable Atuk e
Cocksure. Caratterizzati da un umorismo “nero” e da personaggi
caricaturali; i due romanzi scritti in arco di tempo di quasi vent’anni
sono considerati le due “black commedies” di Richler. Nel 1971 fu
pubblicato St. Urbain’s Horseman, che come i primi romanzi può essere
considerato un “bildungsroman” in stile canadese. Il romanzo è
caratterizzato da quello che diverrà lo stile inimitabile di Richler:
l’abbandono dell’organizzazione cronologica della trama che consente
all’autore di spaziare temporalmente in tutta libertà offrendo la
possibilità di inserire più personaggi e micro-storie parallele. Il
romanzo fu premiato con il Governor Geeneral’s Literary prize del
1971. Nel 1972 prese la decisione di tornare a vivere in Canada con la
sua famiglia. Nei nove anni che separarono la pubblicazione
dell’ultimo romanzo dal successivo, Joshua Then and Now, Richler
scrisse il suo primo romanzo per bambini della trilogia di Jacob
Two-Two. Nel 1989, venne pubblicato Solomon Gursky Was Here, un epopea
familiare dilatata nell’arco di due secoli. Apprezzato dalla critica
come i precedenti per lo stile, il romanzo continua a dipingere
scenari di famiglie ebree nel contesto canadese. Nel 1992 Richler
viaggia a lungo in
Israele e ne trascrive le sensazioni in un inusuale diario di
viaggio This Year in Jerusalem del 1994. Nel 1997 Richler regale al
mondo il più memorabile dei suoi personaggi Barney Panofsky, con
Barney’s Version. Nonostante le differenze tra l’autore e il
personaggio, e le smentite di Richler il romanzo è una sorta
autobiografia, nella quale si riversano le emozioni e le esperienze di
un ingombrante settantenne. Il libro ha un grande successo ed
in Italia in particolar modo diviene un vero e proprio caso
letterario. Vengono vendute più di 100.000 copie e Barney, il
protagonista viene trasformato in una sorta di icona culturale,
politicamente scorretta, del nuovo millennio. L’ultima pubblicazione
di Richler è del 2001 con On Snooker: The Game and the Character Who
Play It, un saggio tutto personale sullo snooker, una specialità del
biliardo. Mordecai Richler muore il 3 Luglio 2001. |
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Il racconto abbraccia
due secoli, due sponde dell'Atlantico e cinque generazioni di una dinastia
ebraica in cui tutto è smisurato: vitalità, ricchezza, lusso, inclinazione
al piacere in ogni sua forma. Ma nessuna grande famiglia è senza macchia,
e la macchia dei Gursky si chiama Solomon, rampollo in disgrazia che pare
essere stato presente, come Zelig più o meno negli stessi anni, in tutti i
momenti cruciali del ventesimo secolo - la Lunga Marcia, l'ultima
telefonata di Marilyn, le deposizioni del Watergate, il raid di Entebbe.
Solomon rimarrebbe tuttavia un mistero, se della sua fenomenale parabola
non decidesse di occuparsi il più improbabile dei biografi, Moses Berger,
ex ragazzo prodigio rovinato dal rancore e dall'alcol.
tratto da
qui
Solomon
Gursky non ha conquistato il mondo, peccato
Richler e la versione di
Solomon
Solomon Gursky è stato qui
Il caso Mordecai
"Solomon
Gursky non ha conquistato il mondo, peccato"
di Giulio Meotti,
Il Foglio, 12\2\2004
Con Barney aveva detto tutto, le sue idiosincrasie e i suoi “cazzo” hanno
conquistato lettori e critica di mezzo mondo, oltre che questo giornale.
Non è avvenuto con “Solomon Gursky è stato qui” (Adelphi, 596 pagine, 19
euro), assente persino tra i trentacinque best seller del 2003. Non se lo
meritava. In Canada, la patria di Mordechai Richler, è considerato uno dei
suoi romanzi più riusciti, forse il migliore, sicuramente il più
intrigante. Il New York Times l’ha salutato come un capolavoro. E’
sudamericano, una matrioska che abbraccia più di un secolo, pieno di
flashback, scene sconnesse e capitomboli narrativi. La vicenda è
esilarante, cinematografica quanto le avventure del giovane ebreo De Niro
in “C’era una volta in America”. Parla di un’ossessione, quella di Moses
Berger, enfant prodige e Rhodes Scholar che finisce alcolizzato, per
Solomon Gursky, che insieme ai fratelli, Bernard e Morrie, mette in piedi
il più grosso traffico di liquori del Canada. E’ un’epica familiare che
ricalca quella del contrabbandiere Samuel Bronfman, Whisky Man capo della
Seagram’s fino al 1971 e padre di quell’Edgar presidente del World Jewish
Congress, premiato da Clinton nel 1999 con la più alta onorificenza degli
Stati Uniti, la medaglia della libertà. Era una cosa normale durante il
proibizionismo, dopo diventavi rispettabile e ricevevi gli auguri da Golda,
Kissinger e un paio di Rothschild. “Jay Gould o J.P. Morgan o Rockefeller
erano banditi molto peggiori”, scherza Richler. Quando Bernard morì venne
esposto nella Gursky Tower e, “poiché il terzo giorno non risorse, fu
debitamente sepolto”. Era nato in una casupola della prateria, il primo
hotel a ventun anni fino al miliardo di dollari annuo disseminato in
quindici diverse nazioni. E’ come nel suo amato hockey, il disco passa di
continuo agli eredi, figli e nipoti, Lionel, Nathan, Barney, Henry, Isaac
e si perde nei meandri delle gelosie e di quello spassoso mix di pastrami,
tic, comicità sessuale e autosfottò di cui sono pieni i suoi romanzi. E’
anche l’occasione per Richler di parlare del suo Canada, “triste progenie
di popoli sconfitti, franco-canadesi consumati dall’autocommiserazione,
discendenti degli scozzesi in fuga dal duca di Cumberland, irlandesi dalla
carestia ed ebrei dai pogrom, il naso appiccicato alla vetrina del negozio
di caramelle, spaventati dagli americani da una parte e dalla prateria
dall’altra”. Richler, con il suo solito incipit beffardo da raconteur,
sceglie sempre un alter ego incompiuto, quindi tremendamente umano. Qui è
Moses Berger, come lui anglofono di Montreal che abita in Jeanne Mance
Street, entrambi fumano il sigaro, bevono, scrivono per vivere e hanno
vissuto a Londra. Moses, che assomiglia al Boogie Moschovitch della
Version, cresce facendo critiche socialiste al Conte di Montecristo, col
mito del New Statesman, le vignette del New Yorker, e come il padre, quel
leccaculo venduto di L.B., della cricca di Bloomsbury, “scrittori che
vivevano nel lusso grazie a rendite private e conoscevano le migliori
annate di Bordeaux”. Ci provava in tutti i modi, ma le buste continuavano
a tornare indietro da Partisan Review e Horizon. Il suo rapporto con il
New Republic finisce nella cassetta della posta, tra le altre riviste.
Veniamo a Solomon. Ha solo nove anni quando il nonno, Ephraim, lo aspetta
fuori dalla scuola, gli occhi infuocati e la puzza di rum. Stavano andando
in Alaska, per imparare le usanze Inuit. Ephraim aveva già fatto parte di
una spedizione per trovare il passaggio a Nordovest, e già che c’era aveva
fatto proseliti e convertito gli eschimesi alla sua sarcastica e
personalissima religione ebraica.
Abiti da principe russo e pelli di castoro
Da lui, naturalmente, sarebbe disceso il Messia. Il figlio, Henry, sposa
un’eschimese, e va bene, dopo tutto Rut, bisnonna di David, da cui per il
Talmud discenderà il Messia, non era ebrea. Anche Richler si era sposato
con una non ebrea, facendo incazzare tutta la sua famiglia Lubavitch. Anni
dopo dei ricercatori ci tornarono e trovarono uno strano scialle. Moses lo
riconobbe, era un tallit, il tipico indumento da preghiera degli ebrei
ashkenaziti. Scrisse alla Arctic Society e fece incazzare tutti, un membro
della famosa spedizione era ebreo, giammai. Solo Richler poteva inventarsi
una cosa del genere, tzitziyoth che scendono sopra le pelli di montone.
Stupendo. Ephraim è il tipico Charlot che va in cerca di fortuna come
quelle statuette che si regalano a chi ha appena fatto il bar Mitzvah.
Viene da Minsk, è il più sbalorditivo cantore della sua sinagoga, i pii
ortodossi sono sconvolti dalla voce di quest’ebreo che invece di indossare
il caffettano si veste come un principe russo. Ma le storie di Richler non
sono mai lineari: lo ritroviamo in galera a Newgate, a contrabbandare
pelli di castoro a San Pietroburgo, fucili a New Orleans e a fare il
pianista in un saloon, mentre ruba l’oro ai cercatori. Ovviamente ce
l’hanno tutti con i francesi, “più tengono in alto il naso profumato, più
è probabile che la loro bisnonna fosse una file du roi, una puttanella
spedita qui dal re per sposare un soldato e fare venticinque figli prima
di compiere quarant’anni”. Ora il disco passa a Sir Hyman Kaplansky,
collezionista di libri rari che Solomon conosce a Londra aitempi del
college e che assume i contorni di un’affascinante figura paterna. E’
anche la storia di questo sofisticatissimo ebreo egiziano, speculatore sul
mercato libanese, baronetto tory nonché fanatico dell’aviazione. Dà una
rendita a Moses per andare nei territori artici a cercare eschimesi che di
cognome facciano Gorski, Girskee o Gur-ski. Per Bernard, “i Gursky non
sono arrivati qui in terza classe per scappare da qualche schifosissimo
shtetl”. Gli avi di Richler, di Barney, di Solomon e di Duddy Kravitz
vengono infatti tutti dalla propaggine più orientale del vecchio mondo
imperial-regio, la quotidianità inappariscente, silente e vissuta di posti
sperduti in Galizia e Transnistria, cui si va incontro con volti rugosi e
labbra serrate, la pipa sempre tra i denti, l’andirivieni del gioire e del
disperare del vecchio incanutito nella guerra della vita, e in quella
contro Amalek. E i romanzi di Richler, come questo splendido rompicapo,
con i suoi abili giocolieri e tristi funamboli, celebrano la baldoria
accidentata e l’uscita dagli sgualciti shttels dei padri, con il rischio
di “trasformarsi in una vecchia illustrazione scoutista di Norman Rockwell”.
Alla fine della storia un uccello nero si dirige a Nord, verso la libertà.
TORNA
SU
Richler e la versione di
Solomon
di Carlo Roma,
Ideazione.com,
6\6\2004
Una grande famiglia ebraica attraversa due secoli di storia americana. Un
gruppo eterogeneo che, a seguito di alterne fortune, si impone con sempre
maggiore determinazione sulla strada di una rapida ed esaltante scalata ai
vertici dell’economia mondiale. Con spavalderia, acume e spregio della
legge, esso crea un forte ed esteso impero finanziario partendo dal basso.
Getta le basi, dopo aver tessuto una rete considerevole di legami e
sostegni, per un progetto di ampio respiro grazie al quale conquistare
onori e ricchezze. Invidiato, osteggiato e temuto, il clan avanza senza
preoccuparsi dei nemici benché le insidie e le difficoltà siano dietro
l’angolo. L’origine della famiglia Gursky si perde in un freddo mattino
del lontano 1851. La figura di Ephraim, capostipite della dinastia che
verrà, si staglia nel clima gelido d’un bianco pallido delle immense
distese innevate del Canada. Nell’atmosfera sospesa e quasi inerme di un
paesaggio immobile, egli si muove fra gli igloo, vestito con pelli di
foca, procacciandosi il cibo. E’ tenace, silenzioso e pronto alle sfide.
Il vecchio Ephraim è solo il primo personaggio a comparire nella vasta
galleria di eventi ed intrecci che si succedono nelle pagine di “Solomon
Gursky è stato qui” dello scrittore canadese Mordecai Richler. Conosciuto
ed apprezzato per l’opera divertente e acuta che in Italia gli ha
garantito il successo, “La versione di Barney”, pubblicata dall’Adelphi
nel settembre del 2000, Richler si è proposto come uno dei più arguti e
piacevoli cantori del mondo ebraico d’Oltreoceano. In realtà, però, la
rappresentazione dell’epopea dei Gursky è apparsa nel 1989, ben prima de
“La Versione di Barney”, la cui redazione risale invece al 1997. In
“Solomon Gursky è stato qui”, comunque, Richler si muove fra generazioni
diverse, e spesso in contrasto fra di loro, disegnando con sapienza il
ritratto di una porzione consistente dell’epopea degli ebrei giunti nel
Nord America. Sin dalle prime pagine affida a Moses Berger, un alcolizzato
senza troppe speranze, il compito di ricostruire i voli pindarici dei
tanti Gursky che hanno lasciato il loro segno nella storia della famiglia.
Mai, ad un narratore tanto spiantato ed incapace, è stata assegnata una
missione più difficile! Alla costante ricerca di una chiave di lettura
attraverso la quale svelare i misteri dei Gursky, Moses è attratto in
particolare dalla vita di Solomon, un rampollo caduto ben presto in
disgrazia. A dir la verità ne è ossessionato. Nella sua casa di legno
immersa nella foresta, circondato da pareti ricolme di libri fino al
soffitto, egli continua a studiare i molti documenti nei quali si parla di
Solomon. Riconosce che la sua esistenza è davvero un fallimento. “Eppure –
scrive Richler – l’avrebbe ancora potuta riscattare dall’inutilità se
fosse riuscito a completare la biografia di Solomon Gursky”. “Ma –
prosegue ancora Richler – anche nell’improbabile circostanza che avesse
portato a termine quella storia infinita, nessuno gli avrebbe mai
pubblicato il libro”.
Le fatiche di Moses, alla continua ricerca di un modo per salvarsi dal
vizio, nascondono una strategia narrativa definita: attraverso il suo
lavoro, Richler costruisce un racconto nel racconto mettendo in scena le
difficoltà del suo protagonista nella stesura dell’unica biografia della
sua vita. Una biografia che lo impegna sino alle sue estreme risorse. E’
dunque Solomon, la pecora nera dei Gursky, il ribelle allontanato e
temuto, a costituire il punto debole di tutta la tribù. Una tribù piena di
quattrini, a volte assai rissosa e competitiva, nata dal commercio
illegale di alcolici in grado di creare dal nulla la Mctavish, una delle
aziende del settore più ambite. Sono tanti gli eventi che vedono Solomon
in primo piano. Passa tra i meandri di un processo istruito ai danni della
sua famiglia per violazione delle leggi sul contrabbando di bevande
vietate. Si imbatte, poi, in vicende appassionate ma soltanto abbozzate.
Difende il suo ebraismo cercando di rivendicarne, per sé e per molti altri
correligionari, l’identità più profonda e cristallina. Il suo mito,
intanto, cresce. Agli occhi di Moses egli assume i caratteri di un
elemento mitologico. La sua persona e le sue molteplici azioni aleggiano
nei ricordi dello smemorato alcolista e gli fanno sentire la loro
pressione sulla sua debole vena creativa. Una presenza impalpabile,
avvolta nel mistero, che condurrà Moses ad impelagarsi con scarsi
risultati nelle invidie, nelle lotte intestine e nelle tante pastoie che
animano l’universo dei Gursky. Quale verità si cela dietro la parabola
umana di Salomon, il rappresentante più interessante ed estroso della
famiglia? A cosa addebitare la sua tenace diversità dagli altri componenti
della grande casata? Un dato è certo. Soltanto alla fine, dopo aver
percorso le lunghe e complesse vicissitudini dei Gursky, si approderà ad
una verità parziale. Una verità suffragata da una constatazione
innegabile: “Solomon, Moses lo sospettava, non era morto di vecchiaia, ma
in un gulag o in uno stadio in America Latina. Ovunque fosse accaduto,
dovevano per forza essersi radunati i corvi”.
TORNA SU
Solomon Gursky è stato
qui
di Ilaria M. Linetti,
CityNews M@g
Serve molta memoria per apprezzare
l’ultimo libro uscito per Adelphi di Mordecai Richler. Il romanzo precede
La versione di Barney, che ha reso famoso lo scrittore in Italia.
Rispetto a questo, però, è più complicato. Non è narrato in prima persona ma
riprende le vicende di molti personaggi, tutti legati tra loro in maniera a
volte incomprensibile. Si svolge su diversi piani temporali, che si incrociano
per narrare la storia dei Gursky.
Non è il classico romanzo che parla di una famiglia che decade: la fortuna dei
Gursky nasce dal contrabbando, il male è presente nel loro sangue dall’inizio
della dinastia. Il protagonista però è Moses Berger: alcolista, incapace di
portare avanti un libro, uno studio, una relazione. È ossessionato dalla figura
più carismatica della famiglia, Solomon, morto giovane in circostanze che si
chiariscono solo alla fine.
Richler spazia dal Canada all’Inghilterra, tocca la spedizione di Franklin e le
guerre mondiali. L’albero genealogico dei Gursky all’inizio del libro è
necessario per seguire la narrazione. L’ebraismo è la condizione ontologica che
fa da sottofondo a tutta la narrazione: la famiglia è divisa fra chi ne va fiero
e chi se ne vergogna. In primo piano ci sono la mancanza di amore, la
disperazione, l’impossibilità di combattere i propri difetti prima di venire
trascinati verso il fondo. Sono pochi i personaggi positivi. Moses lo è solo in
parte: è stata la sua ossessione per i Gursky a rovinargli la vita, o forse la
comparazione con un padre troppo fiero e opprimente. Da ragazzo promettente
Moses diventa un alcolizzato senza futuro, la cui esistenza è legata a filo
doppio a quella del protagonista del suo libro, Solomon.
Chi ha amato Barney apprezzerà Moses. Sono la stessa persona, benché Barney sia
l’alter ego che è riuscito nella vita, nonostante la sua tendenza a distruggere
tutto. Miriam e Beatrice sono l’amore infelice e ossessivo di entrambi i
personaggi. L’ironia è sempre presente, anche se in Solomon Gursky è stato
qui manca un po’ della verve a cui si lascia andare Barney. La versione
di Barney è un romanzo più compiuto ed esplosivo, ma Solomon Gursky ne è un
degno erede. Il suo solo difetto è che verso il finale sembra affrettarsi, e
lascia troppo poco spazio alle spiegazioni; nonostante questo, nulla rimane in
sospeso. Si chiarisce ogni mistero, ogni particolare ha la sua collocazione e le
relazioni tra i personaggi vengono svelate. La commozione che lascia il finale
di Barney, però, è irripetibile.
TORNA SU
Il caso Mordecai
di Matteo Codignola,
www.adelphiana.it,
19\7\2001
Potendo scegliere,
Mordecai Richler avrà sicuramente optato per l'angolo di Paradiso più simile al
"243», il bar di Montreal dove passava gran parte del tempo sottratto allo
scrivere (anche se è più probabile che per scrivere si sottraesse al "243»):
poltroncine di vinile rosso, un lungo tavolo di formica, macchinette per il
videopoker, luci rigorosamente basse. E lì si sarà fatto portare, come
d'abitudine, la rassegna stampa internazionale, che avrà spulciato cominciando
dalla mazzetta più minacciosa, non solo dal punto di vista del mero ingombro:
quella italiana.
E dai titoli avrà visto
subito che la saga di Mordecai continua. Già l’usanza, ormai invalsa, di
chiamare uno scrittore quasi solo per nome è un vezzo su cui varrebbe la pena di
soffermarsi - non fosse che intorno a noi succede ben altro. Nelle circostanze e
nelle sedi più disparate, personaggi di fioca notorietà e illustri sconosciuti
non si esimono dal dichiararsi panofskiani della prima ora, o almeno membri
onorari della sedicente confraternita, e per essere accettati producono
credenziali quasi sempre reprensibili: il non rispetto di elementari norme
civiche, l'infatuazione - non necessariamente giovanile - per idee a vario
titolo esecrabili, persino una caparbia
dedizione all'abuso di sé. Lo spettacolo, già comico quanto basta, prevede
numeri collaterali altamente godibili, quali furibondi dibattiti sull'essere,
Barney, di destra e/o di sinistra (con la provvisoria collocazione del libro fra
le icone dell'"estate bipartisan», un po’ sopra una camicia no-stiro e un po’
sotto una bici pieghevole), e gustose polemiche sulla paternità - o maternità -
della "scoperta» di Richler. Tutto questo mentre alcuni cronisti ritrovano il
sapore antico - e da noi quasi perduto - della verifica fattuale, affannandosi a
controllare oggi se, durante un'ormai leggendaria gita a Capri in marzo, Richler
indossasse mocassini o scarpe
allacciate, o se in un certo bar di piazza Navona avesse davvero ordinato
solo un Macallan.
Una tessera dopo
l'altra, il quadro che si compone è insomma inusuale, e anamorfico. Da mesi, un
romanzo viscerale, intelligente e spiritosissimo, che parla essenzialmente di
come nasce un romanzo - e apre al pubblico, come poche volte è stato fatto, la
"stanza» dell'autore - si va trasformando a vista in manifesto programmatico,
mentre uno scrittore sulla pagina spesso puntuto e sarcastico, ma nella vita
quasi sempre riservato, gentilissimo e - spiace dirlo - irrimediabilmente probo
diventa, nella vulgata che chiamiamo immaginario collettivo, un orco alla
perenne ricerca di anime belle da azzannare.
Sapere che cosa Richler
stesso pensasse di tutto questo è facilissimo, perché gli è stato chiesto in
forma diretta. Durante il giro in Italia dell'inverno scorso, a Roma, una
domanda verteva per l'appunto sul suo essere o meno marxista (tendenza Groucho),
cioè sul suo accettare o meno di entrare a far parte di un circolo che lo
volesse come socio. E nella circostanza la risposta, al solito lapidaria, è
stata: "Dovrei almeno vedere il modulo di iscrizione».
Ora, a un circolo che
prevedesse la scorrettezza come ragione sociale Richler non si sarebbe
probabilmente mai iscritto. Intendiamoci, la persona aveva i suoi picchi di
asprezza, come imparò a proprie spese, la sera della prima dell' Apprendistato
di Duddy Kravitz, la moglie del
più importante commerciante di liquori canadese, che ebbe la malaugurata idea di
complimentarsi con lui perché da teppistello della proletarissima St. Urbain
Street ne aveva fatta, di strada - sentendosi ribattere che lo stesso valeva per
lei, avendo esordito come moglie di un contrabbandiere di alcolici. Quanto a Gay
Talese, reo anni fa di essersi avventatamente lanciato, per iscritto, in un
elogio del pene, questo organo "onestissimo, che dalla notte dei tempi, magari
con goffaggine, ma con un senso molto preciso della propria
funzione, non smette di cercare, sentire, espandersi, esplorare, penetrare,
pulsare, ritrarsi, e volere sempre, sempre di più», probabilmente ricorderà la
replica fattagli pervenire da Richler a stretto giro di recensione: "Non per
essere pignoli, ma nel semplice desiderio di offrire il contributo di
un'esperienza personale, anche di fare pipì - almeno nel mio caso».
D'altra parte, Richler
aveva un suo concetto dell'uso di mondo, e sapeva benissimo come affrontare
l'ufficialità.
Nell'autunno scorso, al
termine di un'estenuante serata in suo onore nel più prestigioso teatro di
Montreal, nel corso della quale erano sfilati sul palco scrittori,
cattedratici, autorità,
semplici amici - e nessuno aveva usato epiteti meno lusinghieri di "genio» -,
Richler prese la parola per un ringraziamento
à sa manière:
"Non so cosa ne pensiate voi, ma per quanto mi riguarda trovo che la serata
abbia avuto un solo difetto: è stata troppo breve». Qualche mese più tardi,
recandosi
a colazione
all'Ambasciata Canadese di Roma, vide passare accanto alla macchina un tizio in
maglietta e calzoncini, che si avviava a una sgambettata fra i pini dell'Appia.
Commento: "È l'ambasciatore. Deve avere saputo del nostro arrivo ».
Ma questi atteggiamenti
con la sua presunta scorrettezza c'entrano fino a un certo punto. Richler era
semplicemente abituato, come chiunque frequenti la satira, a guardare le cose
con un cannocchiale rovesciato. Un paio di mesi fa, in piena isteria da "mucca
pazza», interruppe bruscamente una telefonata con la figlia Emma sostenendo che
per nulla al mondo si sarebbe perso il notiziario: "Devo assolutamente sapere
quante mucche sono morte oggi». Non c'è dubbio che amasse poco gruppi, circoli e
comunità (a cominciare da quella ebraica, cui apparteneva per diritto di
nascita). Ma il suo bersaglio era solo incidentalmente la correttezza, politica o meno, che dal
punto di vista letterario considerava un oggetto - di satira - fra gli altri.
Non ne era affatto
ossessionato, come dimostrano le sue reazioni alle domande dei giornalisti
italiani sull'argomento - quel moto di fastidio che qualcuno ha definito, in
questi giorni, un "grugnito da licantropo», seguito da una spiegazione
abbastanza ovvia del fenomeno. Più o meno il comportamento che terrebbe uno
scrittore italiano presentando in Canada un suo complesso romanzo in cui si
parla anche di conflitto di interessi, e che dai cronisti locali si
sentisse richiedere sempre e soltanto pareri argomentati sulla questione.
Ora, da decenni si
sostiene che un libro non esiste di per sé, se non come somma delle letture a
cui dà luogo. Da questo punto di vista, quanto sta accadendo in Italia alla
Versione di Barney sarebbe non solo legittimo, ma per molti versi
auspicabile.
Non succede quasi mai
che un libro abolisca qualsiasi altro tra sé e i lettori, o che una casa
editrice, in occasione della scomparsa di un suo autore, sia inondata di
telefonate e lettere che esprimono, in modo personale, una sincera
partecipazione al lutto.
Altrettanto raro è che
il direttore di un quotidiano nazionale imponga ai suoi redattori di seguire la
tournée di un autore "come se fosse Madonna » - e, insieme alle minuziose,
sfibranti, interminabili prove generali del G8, quello di Richler (e di Barney)
è certamente il caso mediatico più singolare degli ultimi anni.
Tuttavia - e in questo
sta naturalmente l'interesse della vicenda - qui si è andati molto oltre. Non si
è solo adottato, in modo più o meno bizzarro, un personaggio. Si è preso un
autore, Richler, e lo si è costretto a scrivere, partendo dal palinsesto
esistente, un Barney di secondo grado, che ha via via preso la forma di
quell'immane storia orale, o epistolare, di cui ogni giorno va in scena un
episodio diverso. E lo si voglia o no, questo sfogo collettivo debordante e in
apparenza liberatorio sta velocemente diventando uno sgangherato, chiassoso,
smisurato - eppure proprio per questo attendibilissimo - romanzo sull'Italia dei
nostri anni.
Perché ciò sia accaduto,
e continui ad accadere, rimane un mistero, o meglio un paradosso. È infatti un
paradosso che un romanzo scritto in un altro continente da un signore che tutto
immaginava, tranne di venire idolatrato dai lettori di un paese di cui
conservava giusto il ricordo di un breve soggiorno negli anni Cinquanta,
diventasse il libro sull'Italia di oggi di cui tutti deprechiamo
l'incomprensibile assenza. È un paradosso che un intero paese scopra
all'improvviso come una novità assoluta, e sventoli come una bandiera in qualche
modo "antagonista», quella stessa scorrettezza di cui è fisiologicamente,
istituzionalmente, irrimediabilmente impregnato. Ed è infine un paradosso - di
cui Richler, dalla sua poltroncina di vinile rosso, non mancherà di sorridere -
che gli omaggi alla sua memoria assumano forme (inclusa questa) molto più
verbose dell'epigrafe da lui stesso dettata nel 1995: "Oggi il mondo piange la
perdita, nel fiore degli anni - i prossimi sarebbero stati 970 - di un uomo di
incomparabile talento e devastante bellezza: Mordecai Richler».
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