Solomon. Un archivio-diario su fedi, luoghi, persone, paesi, comunità, memoria

 

SOLOMON GURSKY

E' STATO QUI

"Solomon Gursky è stato qui".

Il libro, l'autore, le recensioni.

Mordecai Richler,

"Solomon Gursky", Adelphi,

€ 19, pp. 584

Quando decisi di raccogliere dei testi su argomenti di mio interesse e di inserirli in un sito "online", mi posi il problema di trovare un nome per un titolo.

L'idea mi venne dopo aver letto

"Solomon Gursky è stato qui".
E mi parse poi naturale fare lo stesso col mio blog. (wm)

l'autore
Mordecai Richler nacque il 27 gennaio 1931 nel ghetto ebraico di Montreal, nella famosa St. Urbain Street. Sino ai tredici anni la sua fu una infanzia semplice e comune a tutti i bambini ebrei di Montreal. Suo padre era un rigattiere di poche risorse, e Mordecai fu costretto a trovarsi dei lavoretti part-time per aiutare la famiglia. A tredici anni i suoi genitori si separarono, e gli eventi sembrarono cambiare di direzione. Mordecai, che fino ad allora era stato di fede ortodossa, frequentando la Jewish parochial school e studiando il Talmud, prese le distanze dall'ortodossia e dalla fede in generale. Si iscrisse poi alla Baron Byng High School (la Fletcher's Field in The Apprenticeship of Duddy Kravitz) ma i suoi voti troppo bassi non gli permisero di accedere alla McGill University; così fu costretto ad iscriversi al Sir George Williams College, da lui allora considerata una alternativa per perdenti. Così dopo poco, abbandonò il college per seguire quello che aveva capito essere il suo sogno: diventare uno scrittore. Scrivere era il suo principale obbiettivo ed il percorso accademico avrebbe potuto limitarlo e bloccare la sua istintività e purezza. Nel 1951, grazie ad alcuni fondi di una polizza assicurativa che aveva stipulato, Richler ebbe la possibilità di allontanarsi dal college e dal ghetto ebraico di Montreal. Partì per l’Europa, destinazione Parigi. L’idea esotica dell’Europa ispirata dagli scrittori americani come Hemingway e Miller lo spinsero a cercar fortuna oltreoceano. L’ Europa al contrario del Canada offriva uno scenario culturale molto più aperto ed fertile nel quale avrebbe potuto cominciare la sua carriera. I primi tempi a Parigi furono difficili ma solo dopo tre settimane gli furono pubblicate su di una piccola rivista Points tre brevi storie. A Parigi fece parte di un ristretto gruppo di aspiranti scrittori nordamericani tra i quali Allen Ginsberg e Terry Southern. Continuò a scrivere numerose storie, ma nessuna di queste venne mai pubblicata, così dopo due anni decise di partire per la Spagna, dove visse tra Ibiza e Valencia ed in sei settimane scrisse il suo primo romanzo The Acrobats. Tornato a Parigi, per ritornare in Canada, sottopose il libro all’attenzione di Andre Deutsch, un editore canadese il quale accettò di pubblicarlo. Di nuovo a Montreal fu costretto a guadagnarsi da vivere lavorando per una radio, la CBC. Il romanzo pubblicato non ebbe un grande successo, poche copie furono vendute in Canada e negli Stati Uniti. Poco tempo dopo la pubblicazione decise di ripartire per l’Europa, ma questa volta diretto a Londra, dove visse diversi anni e mise su famiglia. Si sposò con Florence Wood, una modella canadese con la quale ebbe tre figli. La sua permanenza in Europa contribuì a rafforzare il suo senso di appartenenza come cultura e tradizione al Canada. I romanzi di Richler sono infatti per la maggior parte ambientati nella città di Montreal, nello specifico nel quartiere ebraico intorno a St. Urbain Street. E proprio il ghetto e la comunità ebraica è l’ambientazione del secondo romanzo di Richler Son of a Smaller Hero, scritto nel 1955. Le molte somiglianze nella vita del protagonista del libro con quella dell’autore, lo costrinsero ad inserire una nota di prefazione nella quale si negava qualunque intento autobiografico. Il rapporto complesso di Richler e dei suoi protagonisti con la comunità (il ghetto, la famiglia, la strada…) è un tema ricorrente nei suoi romanzi. Venne pubblicato anche il secondo libro il quale ebbe poco più successo del primo, ricevendo critiche positive, le quali spinsero Richler a scrivere ancora. Nel 1957 fu pubblicato A Choice of Enemies, il quale come temi e ambientazione fu considerato una sorta di seguito del romanzo precedente. In questo romanzo Richler dimostrava di raggiungere una certa maturità nello stile e nell’organizzazione della trama tali da mantenere viva l’attenzione del lettore. Anche questo romanzo vendette poche copie. Il successo di vendite arrivò nel 1959 con The Apprenticeship of Duddy Kravitz, considerato il suo primo capolavoro. Ambientato anch’esso nel ghetto di Montreal, narra la corsa sfrenata e senza scrupoli di un giovane ebreo verso il successo economico. Le critiche al libro furono per la maggior parte positive, ma insieme al successo arrivarono anche le prime accuse da parte delle comunità ebraiche che lo incriminavano di anti-semitismo e di aver creato uno stereotipo negativo di ebreo. The Apprenticeship of Duddy Kravitz ebbe successo anche oltreoceano tanto che il libro fu trasformato in film, candidato all’oscar, per il cinema con sceneggiatura di Richler e regia di Ted Kotcheff. In questi anni comincia una intensa collaborazione da parte di Richler con il cinema e la televisione, per le quali scriverà numerose sceneggiature. Nel 1961 riceve il premio Guggenheim Foundation Fellowship in Creative Writing. Appassionato sin da giovane di giornalismo, Richler scrisse regolarmente, fino agli ultimi giorni della sua vita, per importanti riviste e giornali in Canada, negli Stati Uniti ed in Inghilterra. Lo stesso Richler ha selezionato in seguito alcuni articoli raccogliendoli in sei diverse collezioni: Hunting Tigers Under Glass (1968), The Street (1969), Shovelling Trouble (1972), Notes on an Endangered Species and Others (1974), The Great Comic Book (1978) and Belling the Cat (1998). A Duddy Kravitz seguirono due romanzi di stile differente dal sobrio realismo dei precedenti: The Incoparable Atuk e Cocksure. Caratterizzati da un umorismo “nero” e da personaggi caricaturali; i due romanzi scritti in arco di tempo di quasi vent’anni sono considerati le due “black commedies” di Richler. Nel 1971 fu pubblicato St. Urbain’s Horseman, che come i primi romanzi può essere considerato un “bildungsroman” in stile canadese. Il romanzo è caratterizzato da quello che diverrà lo stile inimitabile di Richler: l’abbandono dell’organizzazione cronologica della trama che consente all’autore di spaziare temporalmente in tutta libertà offrendo la possibilità di inserire più personaggi e micro-storie parallele. Il romanzo fu premiato con il Governor Geeneral’s Literary prize del 1971. Nel 1972 prese la decisione di tornare a vivere in Canada con la sua famiglia. Nei nove anni che separarono la pubblicazione dell’ultimo romanzo dal successivo, Joshua Then and Now, Richler scrisse il suo primo romanzo per bambini della trilogia di Jacob Two-Two. Nel 1989, venne pubblicato Solomon Gursky Was Here, un epopea familiare dilatata nell’arco di due secoli. Apprezzato dalla critica come i precedenti per lo stile, il romanzo continua a dipingere scenari di famiglie ebree nel contesto canadese. Nel 1992 Richler viaggia a lungo in Israele e ne trascrive le sensazioni in un inusuale diario di viaggio This Year in Jerusalem del 1994. Nel 1997 Richler regale al mondo il più memorabile dei suoi personaggi Barney Panofsky, con Barney’s Version. Nonostante le differenze tra l’autore e il personaggio, e le smentite di Richler il romanzo è una sorta autobiografia, nella quale si riversano le emozioni e le esperienze di un ingombrante settantenne. Il libro ha un grande successo ed in Italia in particolar modo diviene un vero e proprio caso letterario. Vengono vendute più di 100.000 copie e Barney, il protagonista viene trasformato in una sorta di icona culturale, politicamente scorretta, del nuovo millennio. L’ultima pubblicazione di Richler è del 2001 con On Snooker: The Game and the Character Who Play It, un saggio tutto personale sullo snooker, una specialità del biliardo. Mordecai Richler muore il 3 Luglio 2001.

note tratte da wikipedia

Quest'anno a Gerusalemme

Altre cose su Richler

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il libro

Il racconto abbraccia due secoli, due sponde dell'Atlantico e cinque generazioni di una dinastia ebraica in cui tutto è smisurato: vitalità, ricchezza, lusso, inclinazione al piacere in ogni sua forma. Ma nessuna grande famiglia è senza macchia, e la macchia dei Gursky si chiama Solomon, rampollo in disgrazia che pare essere stato presente, come Zelig più o meno negli stessi anni, in tutti i momenti cruciali del ventesimo secolo - la Lunga Marcia, l'ultima telefonata di Marilyn, le deposizioni del Watergate, il raid di Entebbe. Solomon rimarrebbe tuttavia un mistero, se della sua fenomenale parabola non decidesse di occuparsi il più improbabile dei biografi, Moses Berger, ex ragazzo prodigio rovinato dal rancore e dall'alcol.

tratto da qui

 

le recensioni

 

Solomon Gursky non ha conquistato il mondo, peccato

Richler e la versione di Solomon

Solomon Gursky è stato qui

Il caso Mordecai

 

"Solomon Gursky non ha conquistato il mondo, peccato"

di Giulio Meotti, Il Foglio, 12\2\2004
Con Barney aveva detto tutto, le sue idiosincrasie e i suoi “cazzo” hanno conquistato lettori e critica di mezzo mondo, oltre che questo giornale. Non è avvenuto con “Solomon Gursky è stato qui” (Adelphi, 596 pagine, 19 euro), assente persino tra i trentacinque best seller del 2003. Non se lo meritava. In Canada, la patria di Mordechai Richler, è considerato uno dei suoi romanzi più riusciti, forse il migliore, sicuramente il più intrigante. Il New York Times l’ha salutato come un capolavoro. E’ sudamericano, una matrioska che abbraccia più di un secolo, pieno di flashback, scene sconnesse e capitomboli narrativi. La vicenda è esilarante, cinematografica quanto le avventure del giovane ebreo De Niro in “C’era una volta in America”. Parla di un’ossessione, quella di Moses Berger, enfant prodige e Rhodes Scholar che finisce alcolizzato, per Solomon Gursky, che insieme ai fratelli, Bernard e Morrie, mette in piedi il più grosso traffico di liquori del Canada. E’ un’epica familiare che ricalca quella del contrabbandiere Samuel Bronfman, Whisky Man capo della Seagram’s fino al 1971 e padre di quell’Edgar presidente del World Jewish Congress, premiato da Clinton nel 1999 con la più alta onorificenza degli Stati Uniti, la medaglia della libertà. Era una cosa normale durante il proibizionismo, dopo diventavi rispettabile e ricevevi gli auguri da Golda, Kissinger e un paio di Rothschild. “Jay Gould o J.P. Morgan o Rockefeller erano banditi molto peggiori”, scherza Richler. Quando Bernard morì venne esposto nella Gursky Tower e, “poiché il terzo giorno non risorse, fu debitamente sepolto”. Era nato in una casupola della prateria, il primo hotel a ventun anni fino al miliardo di dollari annuo disseminato in quindici diverse nazioni. E’ come nel suo amato hockey, il disco passa di continuo agli eredi, figli e nipoti, Lionel, Nathan, Barney, Henry, Isaac e si perde nei meandri delle gelosie e di quello spassoso mix di pastrami, tic, comicità sessuale e autosfottò di cui sono pieni i suoi romanzi. E’ anche l’occasione per Richler di parlare del suo Canada, “triste progenie di popoli sconfitti, franco-canadesi consumati dall’autocommiserazione, discendenti degli scozzesi in fuga dal duca di Cumberland, irlandesi dalla carestia ed ebrei dai pogrom, il naso appiccicato alla vetrina del negozio di caramelle, spaventati dagli americani da una parte e dalla prateria dall’altra”. Richler, con il suo solito incipit beffardo da raconteur, sceglie sempre un alter ego incompiuto, quindi tremendamente umano. Qui è Moses Berger, come lui anglofono di Montreal che abita in Jeanne Mance Street, entrambi fumano il sigaro, bevono, scrivono per vivere e hanno vissuto a Londra. Moses, che assomiglia al Boogie Moschovitch della Version, cresce facendo critiche socialiste al Conte di Montecristo, col mito del New Statesman, le vignette del New Yorker, e come il padre, quel leccaculo venduto di L.B., della cricca di Bloomsbury, “scrittori che vivevano nel lusso grazie a rendite private e conoscevano le migliori annate di Bordeaux”. Ci provava in tutti i modi, ma le buste continuavano a tornare indietro da Partisan Review e Horizon. Il suo rapporto con il New Republic finisce nella cassetta della posta, tra le altre riviste. Veniamo a Solomon. Ha solo nove anni quando il nonno, Ephraim, lo aspetta fuori dalla scuola, gli occhi infuocati e la puzza di rum. Stavano andando in Alaska, per imparare le usanze Inuit. Ephraim aveva già fatto parte di una spedizione per trovare il passaggio a Nordovest, e già che c’era aveva fatto proseliti e convertito gli eschimesi alla sua sarcastica e personalissima religione ebraica.
Abiti da principe russo e pelli di castoro
Da lui, naturalmente, sarebbe disceso il Messia. Il figlio, Henry, sposa un’eschimese, e va bene, dopo tutto Rut, bisnonna di David, da cui per il Talmud discenderà il Messia, non era ebrea. Anche Richler si era sposato con una non ebrea, facendo incazzare tutta la sua famiglia Lubavitch. Anni dopo dei ricercatori ci tornarono e trovarono uno strano scialle. Moses lo riconobbe, era un tallit, il tipico indumento da preghiera degli ebrei ashkenaziti. Scrisse alla Arctic Society e fece incazzare tutti, un membro della famosa spedizione era ebreo, giammai. Solo Richler poteva inventarsi una cosa del genere, tzitziyoth che scendono sopra le pelli di montone. Stupendo. Ephraim è il tipico Charlot che va in cerca di fortuna come quelle statuette che si regalano a chi ha appena fatto il bar Mitzvah. Viene da Minsk, è il più sbalorditivo cantore della sua sinagoga, i pii ortodossi sono sconvolti dalla voce di quest’ebreo che invece di indossare il caffettano si veste come un principe russo. Ma le storie di Richler non sono mai lineari: lo ritroviamo in galera a Newgate, a contrabbandare pelli di castoro a San Pietroburgo, fucili a New Orleans e a fare il pianista in un saloon, mentre ruba l’oro ai cercatori. Ovviamente ce l’hanno tutti con i francesi, “più tengono in alto il naso profumato, più è probabile che la loro bisnonna fosse una file du roi, una puttanella spedita qui dal re per sposare un soldato e fare venticinque figli prima di compiere quarant’anni”. Ora il disco passa a Sir Hyman Kaplansky, collezionista di libri rari che Solomon conosce a Londra aitempi del college e che assume i contorni di un’affascinante figura paterna. E’ anche la storia di questo sofisticatissimo ebreo egiziano, speculatore sul mercato libanese, baronetto tory nonché fanatico dell’aviazione. Dà una rendita a Moses per andare nei territori artici a cercare eschimesi che di cognome facciano Gorski, Girskee o Gur-ski. Per Bernard, “i Gursky non sono arrivati qui in terza classe per scappare da qualche schifosissimo shtetl”. Gli avi di Richler, di Barney, di Solomon e di Duddy Kravitz vengono infatti tutti dalla propaggine più orientale del vecchio mondo imperial-regio, la quotidianità inappariscente, silente e vissuta di posti sperduti in Galizia e Transnistria, cui si va incontro con volti rugosi e labbra serrate, la pipa sempre tra i denti, l’andirivieni del gioire e del disperare del vecchio incanutito nella guerra della vita, e in quella contro Amalek. E i romanzi di Richler, come questo splendido rompicapo, con i suoi abili giocolieri e tristi funamboli, celebrano la baldoria accidentata e l’uscita dagli sgualciti shttels dei padri, con il rischio di “trasformarsi in una vecchia illustrazione scoutista di Norman Rockwell”. Alla fine della storia un uccello nero si dirige a Nord, verso la libertà.

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Richler e la versione di Solomon

di Carlo Roma, Ideazione.com, 6\6\2004
Una grande famiglia ebraica attraversa due secoli di storia americana. Un gruppo eterogeneo che, a seguito di alterne fortune, si impone con sempre maggiore determinazione sulla strada di una rapida ed esaltante scalata ai vertici dell’economia mondiale. Con spavalderia, acume e spregio della legge, esso crea un forte ed esteso impero finanziario partendo dal basso. Getta le basi, dopo aver tessuto una rete considerevole di legami e sostegni, per un progetto di ampio respiro grazie al quale conquistare onori e ricchezze. Invidiato, osteggiato e temuto, il clan avanza senza preoccuparsi dei nemici benché le insidie e le difficoltà siano dietro l’angolo. L’origine della famiglia Gursky si perde in un freddo mattino del lontano 1851. La figura di Ephraim, capostipite della dinastia che verrà, si staglia nel clima gelido d’un bianco pallido delle immense distese innevate del Canada. Nell’atmosfera sospesa e quasi inerme di un paesaggio immobile, egli si muove fra gli igloo, vestito con pelli di foca, procacciandosi il cibo. E’ tenace, silenzioso e pronto alle sfide.
Il vecchio Ephraim è solo il primo personaggio a comparire nella vasta galleria di eventi ed intrecci che si succedono nelle pagine di “Solomon Gursky è stato qui” dello scrittore canadese Mordecai Richler. Conosciuto ed apprezzato per l’opera divertente e acuta che in Italia gli ha garantito il successo, “La versione di Barney”, pubblicata dall’Adelphi nel settembre del 2000, Richler si è proposto come uno dei più arguti e piacevoli cantori del mondo ebraico d’Oltreoceano. In realtà, però, la rappresentazione dell’epopea dei Gursky è apparsa nel 1989, ben prima de “La Versione di Barney”, la cui redazione risale invece al 1997. In “Solomon Gursky è stato qui”, comunque, Richler si muove fra generazioni diverse, e spesso in contrasto fra di loro, disegnando con sapienza il ritratto di una porzione consistente dell’epopea degli ebrei giunti nel Nord America. Sin dalle prime pagine affida a Moses Berger, un alcolizzato senza troppe speranze, il compito di ricostruire i voli pindarici dei tanti Gursky che hanno lasciato il loro segno nella storia della famiglia. Mai, ad un narratore tanto spiantato ed incapace, è stata assegnata una missione più difficile! Alla costante ricerca di una chiave di lettura attraverso la quale svelare i misteri dei Gursky, Moses è attratto in particolare dalla vita di Solomon, un rampollo caduto ben presto in disgrazia. A dir la verità ne è ossessionato. Nella sua casa di legno immersa nella foresta, circondato da pareti ricolme di libri fino al soffitto, egli continua a studiare i molti documenti nei quali si parla di Solomon. Riconosce che la sua esistenza è davvero un fallimento. “Eppure – scrive Richler – l’avrebbe ancora potuta riscattare dall’inutilità se fosse riuscito a completare la biografia di Solomon Gursky”. “Ma – prosegue ancora Richler – anche nell’improbabile circostanza che avesse portato a termine quella storia infinita, nessuno gli avrebbe mai pubblicato il libro”.
Le fatiche di Moses, alla continua ricerca di un modo per salvarsi dal vizio, nascondono una strategia narrativa definita: attraverso il suo lavoro, Richler costruisce un racconto nel racconto mettendo in scena le difficoltà del suo protagonista nella stesura dell’unica biografia della sua vita. Una biografia che lo impegna sino alle sue estreme risorse. E’ dunque Solomon, la pecora nera dei Gursky, il ribelle allontanato e temuto, a costituire il punto debole di tutta la tribù. Una tribù piena di quattrini, a volte assai rissosa e competitiva, nata dal commercio illegale di alcolici in grado di creare dal nulla la Mctavish, una delle aziende del settore più ambite. Sono tanti gli eventi che vedono Solomon in primo piano. Passa tra i meandri di un processo istruito ai danni della sua famiglia per violazione delle leggi sul contrabbando di bevande vietate. Si imbatte, poi, in vicende appassionate ma soltanto abbozzate. Difende il suo ebraismo cercando di rivendicarne, per sé e per molti altri correligionari, l’identità più profonda e cristallina. Il suo mito, intanto, cresce. Agli occhi di Moses egli assume i caratteri di un elemento mitologico. La sua persona e le sue molteplici azioni aleggiano nei ricordi dello smemorato alcolista e gli fanno sentire la loro pressione sulla sua debole vena creativa. Una presenza impalpabile, avvolta nel mistero, che condurrà Moses ad impelagarsi con scarsi risultati nelle invidie, nelle lotte intestine e nelle tante pastoie che animano l’universo dei Gursky. Quale verità si cela dietro la parabola umana di Salomon, il rappresentante più interessante ed estroso della famiglia? A cosa addebitare la sua tenace diversità dagli altri componenti della grande casata? Un dato è certo. Soltanto alla fine, dopo aver percorso le lunghe e complesse vicissitudini dei Gursky, si approderà ad una verità parziale. Una verità suffragata da una constatazione innegabile: “Solomon, Moses lo sospettava, non era morto di vecchiaia, ma in un gulag o in uno stadio in America Latina. Ovunque fosse accaduto, dovevano per forza essersi radunati i corvi”.

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Solomon Gursky è stato qui
di Ilaria M. Linetti,
CityNews M@g

Serve molta memoria per apprezzare l’ultimo libro uscito per Adelphi di Mordecai Richler. Il romanzo precede La versione di Barney, che ha reso famoso lo scrittore in Italia. Rispetto a questo, però, è più complicato. Non è narrato in prima persona ma riprende le vicende di molti personaggi, tutti legati tra loro in maniera a volte incomprensibile. Si svolge su diversi piani temporali, che si incrociano per narrare la storia dei Gursky.
Non è il classico romanzo che parla di una famiglia che decade: la fortuna dei Gursky nasce dal contrabbando, il male è presente nel loro sangue dall’inizio della dinastia. Il protagonista però è Moses Berger: alcolista, incapace di portare avanti un libro, uno studio, una relazione. È ossessionato dalla figura più carismatica della famiglia, Solomon, morto giovane in circostanze che si chiariscono solo alla fine.
Richler spazia dal Canada all’Inghilterra, tocca la spedizione di Franklin e le guerre mondiali. L’albero genealogico dei Gursky all’inizio del libro è necessario per seguire la narrazione. L’ebraismo è la condizione ontologica che fa da sottofondo a tutta la narrazione: la famiglia è divisa fra chi ne va fiero e chi se ne vergogna. In primo piano ci sono la mancanza di amore, la disperazione, l’impossibilità di combattere i propri difetti prima di venire trascinati verso il fondo. Sono pochi i personaggi positivi. Moses lo è solo in parte: è stata la sua ossessione per i Gursky a rovinargli la vita, o forse la comparazione con un padre troppo fiero e opprimente. Da ragazzo promettente Moses diventa un alcolizzato senza futuro, la cui esistenza è legata a filo doppio a quella del protagonista del suo libro, Solomon.
Chi ha amato Barney apprezzerà Moses. Sono la stessa persona, benché Barney sia l’alter ego che è riuscito nella vita, nonostante la sua tendenza a distruggere tutto. Miriam e Beatrice sono l’amore infelice e ossessivo di entrambi i personaggi. L’ironia è sempre presente, anche se in Solomon Gursky è stato qui manca un po’ della verve a cui si lascia andare Barney. La versione di Barney è un romanzo più compiuto ed esplosivo, ma Solomon Gursky ne è un degno erede. Il suo solo difetto è che verso il finale sembra affrettarsi, e lascia troppo poco spazio alle spiegazioni; nonostante questo, nulla rimane in sospeso. Si chiarisce ogni mistero, ogni particolare ha la sua collocazione e le relazioni tra i personaggi vengono svelate. La commozione che lascia il finale di Barney, però, è irripetibile.

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Il caso Mordecai

di Matteo Codignola, www.adelphiana.it, 19\7\2001

Potendo scegliere, Mordecai Richler avrà sicuramente optato per l'angolo di Paradiso più simile al "243», il bar di Montreal dove passava gran parte del tempo sottratto allo scrivere (anche se è più probabile che per scrivere si sottraesse al "243»): poltroncine di vinile rosso, un lungo tavolo di formica, macchinette per il videopoker, luci rigorosamente basse. E lì si sarà fatto portare, come d'abitudine, la rassegna stampa internazionale, che avrà spulciato cominciando dalla mazzetta più minacciosa, non solo dal punto di vista del mero ingombro: quella italiana.

E dai titoli avrà visto subito che la saga di Mordecai continua. Già l’usanza, ormai invalsa, di chiamare uno scrittore quasi solo per nome è un vezzo su cui varrebbe la pena di soffermarsi - non fosse che intorno a noi succede ben altro. Nelle circostanze e nelle sedi più disparate, personaggi di fioca notorietà e illustri sconosciuti non si esimono dal dichiararsi panofskiani della prima ora, o almeno membri onorari della sedicente confraternita, e per essere accettati producono credenziali quasi sempre reprensibili: il non rispetto di elementari norme civiche, l'infatuazione - non necessariamente giovanile - per idee a vario titolo esecrabili, persino una caparbia dedizione all'abuso di sé. Lo spettacolo, già comico quanto basta, prevede numeri collaterali altamente godibili, quali furibondi dibattiti sull'essere, Barney, di destra e/o di sinistra (con la provvisoria collocazione del libro fra le icone dell'"estate bipartisan», un po’ sopra una camicia no-stiro e un po’ sotto una bici pieghevole), e gustose polemiche sulla paternità - o maternità - della "scoperta» di Richler. Tutto questo mentre alcuni cronisti ritrovano il sapore antico - e da noi quasi perduto - della verifica fattuale, affannandosi a controllare oggi se, durante un'ormai leggendaria gita a Capri in marzo, Richler indossasse mocassini o scarpe allacciate, o se in un certo bar di piazza Navona avesse davvero ordinato solo un Macallan.

Una tessera dopo l'altra, il quadro che si compone è insomma inusuale, e anamorfico. Da mesi, un romanzo viscerale, intelligente e spiritosissimo, che parla essenzialmente di come nasce un romanzo - e apre al pubblico, come poche volte è stato fatto, la "stanza» dell'autore - si va trasformando a vista in manifesto programmatico, mentre uno scrittore sulla pagina spesso puntuto e sarcastico, ma nella vita quasi sempre riservato, gentilissimo e - spiace dirlo - irrimediabilmente probo diventa, nella vulgata che chiamiamo immaginario collettivo, un orco alla perenne ricerca di anime belle da azzannare.

Sapere che cosa Richler stesso pensasse di tutto questo è facilissimo, perché gli è stato chiesto in forma diretta. Durante il giro in Italia dell'inverno scorso, a Roma, una domanda verteva per l'appunto sul suo essere o meno marxista (tendenza Groucho), cioè sul suo accettare o meno di entrare a far parte di un circolo che lo volesse come socio. E nella circostanza la risposta, al solito lapidaria, è stata: "Dovrei almeno vedere il modulo di iscrizione».

Ora, a un circolo che prevedesse la scorrettezza come ragione sociale Richler non si sarebbe probabilmente mai iscritto. Intendiamoci, la persona aveva i suoi picchi di asprezza, come imparò a proprie spese, la sera della prima dell'Apprendistato di Duddy Kravitz, la moglie del più importante commerciante di liquori canadese, che ebbe la malaugurata idea di complimentarsi con lui perché da teppistello della proletarissima St. Urbain Street ne aveva fatta, di strada - sentendosi ribattere che lo stesso valeva per lei, avendo esordito come moglie di un contrabbandiere di alcolici. Quanto a Gay Talese, reo anni fa di essersi avventatamente lanciato, per iscritto, in un elogio del pene, questo organo "onestissimo, che dalla notte dei tempi, magari con goffaggine, ma con un senso molto preciso della propria funzione, non smette di cercare, sentire, espandersi, esplorare, penetrare, pulsare, ritrarsi, e volere sempre, sempre di più», probabilmente ricorderà la replica fattagli pervenire da Richler a stretto giro di recensione: "Non per essere pignoli, ma nel semplice desiderio di offrire il contributo di un'esperienza personale, anche di fare pipì - almeno nel mio caso».

D'altra parte, Richler aveva un suo concetto dell'uso di mondo, e sapeva benissimo come affrontare l'ufficialità.

Nell'autunno scorso, al termine di un'estenuante serata in suo onore nel più prestigioso teatro di Montreal, nel corso della quale erano sfilati sul palco scrittori,

cattedratici, autorità, semplici amici - e nessuno aveva usato epiteti meno lusinghieri di "genio» -, Richler prese la parola per un ringraziamento à sa manière: "Non so cosa ne pensiate voi, ma per quanto mi riguarda trovo che la serata abbia avuto un solo difetto: è stata troppo breve». Qualche mese più tardi, recandosi

a colazione all'Ambasciata Canadese di Roma, vide passare accanto alla macchina un tizio in maglietta e calzoncini, che si avviava a una sgambettata fra i pini dell'Appia. Commento: "È l'ambasciatore. Deve avere saputo del nostro arrivo ».

Ma questi atteggiamenti con la sua presunta scorrettezza c'entrano fino a un certo punto. Richler era semplicemente abituato, come chiunque frequenti la satira, a guardare le cose con un cannocchiale rovesciato. Un paio di mesi fa, in piena isteria da "mucca pazza», interruppe bruscamente una telefonata con la figlia Emma sostenendo che per nulla al mondo si sarebbe perso il notiziario: "Devo assolutamente sapere quante mucche sono morte oggi». Non c'è dubbio che amasse poco gruppi, circoli e comunità (a cominciare da quella ebraica, cui apparteneva per diritto di nascita). Ma il suo bersaglio era solo incidentalmente la correttezza, politica o meno, che dal punto di vista letterario considerava un oggetto - di satira - fra gli altri.

Non ne era affatto ossessionato, come dimostrano le sue reazioni alle domande dei giornalisti italiani sull'argomento - quel moto di fastidio che qualcuno ha definito, in questi giorni, un "grugnito da licantropo», seguito da una spiegazione abbastanza ovvia del fenomeno. Più o meno il comportamento che terrebbe uno scrittore italiano presentando in Canada un suo complesso romanzo in cui si parla anche di conflitto di interessi, e che dai cronisti locali si sentisse richiedere sempre e soltanto pareri argomentati sulla questione.

Ora, da decenni si sostiene che un libro non esiste di per sé, se non come somma delle letture a cui dà luogo. Da questo punto di vista, quanto sta accadendo in Italia alla Versione di Barney sarebbe non solo legittimo, ma per molti versi auspicabile.

Non succede quasi mai che un libro abolisca qualsiasi altro tra sé e i lettori, o che una casa editrice, in occasione della scomparsa di un suo autore, sia inondata di telefonate e lettere che esprimono, in modo personale, una sincera partecipazione al lutto.

Altrettanto raro è che il direttore di un quotidiano nazionale imponga ai suoi redattori di seguire la tournée di un autore "come se fosse Madonna » - e, insieme alle minuziose, sfibranti, interminabili prove generali del G8, quello di Richler (e di Barney) è certamente il caso mediatico più singolare degli ultimi anni.

Tuttavia - e in questo sta naturalmente l'interesse della vicenda - qui si è andati molto oltre. Non si è solo adottato, in modo più o meno bizzarro, un personaggio. Si è preso un autore, Richler, e lo si è costretto a scrivere, partendo dal palinsesto esistente, un Barney di secondo grado, che ha via via preso la forma di quell'immane storia orale, o epistolare, di cui ogni giorno va in scena un episodio diverso. E lo si voglia o no, questo sfogo collettivo debordante e in apparenza liberatorio sta velocemente diventando uno sgangherato, chiassoso, smisurato - eppure proprio per questo attendibilissimo - romanzo sull'Italia dei nostri anni.

Perché ciò sia accaduto, e continui ad accadere, rimane un mistero, o meglio un paradosso. È infatti un paradosso che un romanzo scritto in un altro continente da un signore che tutto immaginava, tranne di venire idolatrato dai lettori di un paese di cui conservava giusto il ricordo di un breve soggiorno negli anni Cinquanta, diventasse il libro sull'Italia di oggi di cui tutti deprechiamo l'incomprensibile assenza. È un paradosso che un intero paese scopra all'improvviso come una novità assoluta, e sventoli come una bandiera in qualche modo "antagonista», quella stessa scorrettezza di cui è fisiologicamente, istituzionalmente, irrimediabilmente impregnato. Ed è infine un paradosso - di cui Richler, dalla sua poltroncina di vinile rosso, non mancherà di sorridere - che gli omaggi alla sua memoria assumano forme (inclusa questa) molto più verbose dell'epigrafe da lui stesso dettata nel 1995: "Oggi il mondo piange la perdita, nel fiore degli anni - i prossimi sarebbero stati 970 - di un uomo di incomparabile talento e devastante bellezza: Mordecai Richler».

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ultimo aggiornamento il 01 febbraio 2011

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