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SOLOMON GURSKY E' STATO QUI
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Diffondere la conoscenza del dibattito esegetico
su Gesù è oggi necessario,
di Mauro Pesce
Replica all’articolo
di padre Raniero Cantalamessa su “Avvenire” del 18 novembre 2006,
rilanciato da www.chiesa.
E la controreplica
di Giuseppe De Rosa,
dal titolo
Un
attacco alla fede cristiana
da “La Civiltà
Cattolica”,
quaderno 3755, 2
dicembre 2006 |
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del 4\12\2006 |
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fonte: www.chiesa.it |
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qui dal
07/12/2006 |
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Il padre Raniero
Cantalamessa ha dedicato un lunghissimo articolo al libro "Inchiesta su
Gesù" di Mondadori scritto da Corrado Augias (intervistatore) e da Mauro
Pesce (intervistato). Lo scopo principale delle mie risposte ad Augias in
questo libro è di esporre ad un pubblico vasto alcune delle questioni
dibattute da decenni nell'esegesi di tutte le parti del mondo sulla base
della competenza che mi sono fatto in quasi quaranta anni di studio. Leggo
nell'articolo di Cantalamessa la forte preoccupazione che questa
diffusione di opinioni esegetiche possa nuocere alla fede dei lettori. Da
qui il bisogno che un ecclesiastico noto critichi questo libro in modo che
i lettori siano vaccinati. Ma io mi domando: quale tipo di fede è quella
che vacilla di fronte all'esposizione di opinioni esegetiche? La ricerca
storica - almeno la mia e di molti, molti esegeti oggi - non è né per la
fede, né per la non-fede. Non nasce da una ragione corrosiva ed
"incredula". Rivendico l'autonomia della ricerca dalle fedi e dalle non
fedi.
Il Padre Cantalamessa nell'intento di proteggere i lettori di “Avvenire”
dal supposto pericolo rappresentato dal libro, mi attribuisce delle
affermazioni che io non ho mai scritto, anzi, che ho esplicitamente
criticato. Non credo che questo dipenda da una volontà di screditarmi
ingiustamente, ma forse da una non perfetta conoscenza di una parte della
ricerca esegetica e storica attuale, più che giustificata da parte di chi
da tempo si occupa di altro. Siccome l'articolo mi attribuisce - non solo
una o due volte, ma in continuazione - dei pareri che io non ho mai
sostenuto, sono costretto a ribadire quello che ho effettivamente scritto.
1. Cantalamessa scrive che io sarei «sulla scia» de “Codice da Vinci “di
Dan Brown. Mi stupisce l'affermazione del recensore. Ad una critica severa
del libro di Dan Brown sono infatti dedicate le pagine 231-232 del libro.
A mio parere, anzi, Cantalamessa non mette a fuoco il vero veleno di Dan
Brown che è la falsificazione di tutti i documenti che fa finta di
utilizzare e l'invenzione totale di un Gesù che considera un rito sessuale
il centro dell'unione con Dio e concepisce tutta la storia in chiave
occultista. La verità sarebbe per definizione occulta e solo una setta
perseguitata la trasmetterebbe. Nessun esegeta professionista ha mai
sostenuto questo e certamente non io e neppure Augias. La distinzione tra
Gesù storico e Cristo della fede (che del resto mi appartiene poco) è cosa
ben diversa dalle fantasie di Dan Brown.
2. Cantalamessa scrive: «Il filone scelto è quello che va da Reimarus, a
Voltaire, a Renan, a Brandon, a Hengel, e oggi a critici letterari e
«professori di umanità», quali Harold Bloom e Elaine Pagels. Del tutto
assente l’apporto della grande esegesi biblica, protestante e cattolica,
sviluppatasi nel dopo guerra, in reazione alle tesi di Bultmann, molto più
positiva circa possibilità di attingere, attraverso i Vangeli, il Gesù
della storia». Questa affermazione deforma completamente quello che ho
scritto. Io ho criticato Voltaire (pagine 47-48). Il libro di Renan su
Gesù non mi è mai piaciuto. Di Brandon ho scritto decine di pagine di
critica aspra per dimostrare che la sua idea di un Gesù rivoluzionario
politico-militare è esegeticamente infondata. Del libro di Bloom, non ho
avuto il tempo che di sfogliarne qualche pagina. Martin Hengel è uno
studioso di fama mondiale che appartiene invece alla grande esegesi. Dire
che la grande esegesi è «del tutto assente» dalle mie risposte è una vera
e propria offesa. Sono stupefatto. Ho avuto come maestri Heinrich Schlier,
Jacques Dupont e Rudolf Schnackenburg. Mi sono sempre ispirato a
W.G.Kümmel e Ph. Philhauer. Nei miei libri e articoli sul Vangelo di
Giovanni e anche nel libro scritto con Augias tengo conto costantemente
dell'esegesi che Raymond Brown e Schnackenburg hanno fatto del Vangelo di
Giovanni, per non parlare di Theissen, Sanders, Dunn, Meeks, Milgron,
Levine e infiniti altri. Ed è francamente assurdo rimproverare a me di
ignorare Brown o Schnackenburg, visto che sono stato uno di quelli in
Italia che li ha sempre utilizzati quando il defunto Padre de la Potterie
al Pontificio Istituto biblico cercava di limitarne l'influsso, perché li
riteneva troppo audaci, per non parlare del sospetto con cui investiva il
Padre Boismard. Da più di vent'anni dirigo una rivista specialistica tra
le più importanti di studi esegetici. Non riesco a capire perché il padre
Cantalamessa voglia dare di me un'immagine così deformata.
3. Il padre Cantalamessa scrive: «All’uso selettivo degli studi
corrisponde un uso altrettanto selettivo delle fonti. I racconti
evangelici sono adattamenti posteriori quando smentiscono la propria tesi,
sono storici quando si accordano con essa». Se questo fosse vero io sarei
un esegeta poco serio e senza metodo. Al contrario, in quaranta anni di
lavoro esegetico, ho elaborato una precisa e articolata criteriologia per
la ricerca degli elementi più antichi e più vicini alla figura storica di
Gesù. Era ovvio che nelle poche frasi di un'intervista non potevo ogni
volta procedere alla dettagliata dimostrazione esegetica che esige decine
e decine di pagine. Il padre Cantalamessa ha tutto il diritto a non essere
d'accordo con la mia esegesi: non lo chiedo neppure ai dottorandi in
scienze bibliche da me diretti. Ma non può dire ai suoi lettori che
infrango le regole elementari dell'onestà metodologica.
Ad esempio, io sostengo che la concezione del perdono dei peccati di Gesù
è diversa da quella della chiesa primitiva. Il testo che mi permette di
attingere la visione di Gesù è una delle invocazioni del Padrenostro che
ritengo assolutamente certo essere gesuano. La versione di Matteo delle
parole dell'ultima cena mi sembra invece influenzata da una cristologia
successiva, ma lo ritengo sulla base di un confronto dei racconti del
battesimo da cui risulta che la frase "in remissione dei peccati" fu
probabilmente tolta da Matteo al battesimo del Battista per attribuirla a
Gesù. Ma è una ipotesi scientifica, fatta con metodo, e quindi
verificabile (o falsificabile).
4. Il padre Cantalamessa scrive che secondo me le «scoperte di nuovi
testi… avrebbero modificato il quadro storico sulle origini cristiane.
Esse sono essenzialmente alcuni Vangeli apocrifi scoperti in Egitto a metà
del secolo scorso, soprattutto i codici di Nag Hammadi». Anche questo non
corrisponde a verità. Per me i testi gnostici di Nag Hammadi hanno ben
poca importanza per il Gesù storico. Il lettore vedrà che i cosiddetti
apocrifi che a volte cito sono il Protoevangelo di Giacomo che sostiene la
verginità di Maria, l'Ascensione di Isaia e la Didaché che non sono
vangeli e non sono gnostici perché contengono tradizioni più antiche del
Vangelo di Matteo, secondo la grande esegesi degli ultimi trent'anni. Cito
poi il Vangelo di Pietro che, secondo storici molto cauti (e non solo
secondo J.D. Crossan) contiene un racconto della passione che nella sua
fase di redazione più antica potrebbe essere addirittura premarciano. Cito
anche il Vangelo del Salvatore che non è gnostico da nessun punto di
vista, ma non credo affatto che sia più antico del Vangelo di Giovanni. Lo
cito semplicemente per informare il pubblico italiano di una scoperta
molto importante della fine degli anni Novanta che non ha avuto alcuna
ripercussione in Italia. Sul Vangelo di Tommaso la ricerca esegetica è
molto più complessa di come la presenta il padre Cantalamessa e io mi sono
limitato ad esporre un parere esegetico molto cauto, quello di J.D.
Kaestli, che gode di fama inossidabile, il quale ritiene che alcune parti
di Tommaso siano indipendenti dai Sinottici e altre no e che bisogna
valutare caso per caso. D'altra parte i monaci cristiani antichi sembra
che abbiano utilizzato per secoli il Vangelo di Tommaso come nutrimento
spirituale, come emerge dagli scritti spirituali dello Pseudo-Macario.
Soprattutto io non credo affatto che il Gesù storico si trovi nei vangeli
gnostici. Quando Augias mi ha interrogato sull'essenza del messaggio di
Gesù ho risposto: «Luca è a mio parere colui che ha meglio compreso
l'essenza del suo messaggio» (p.221).
Inoltre ho scritto: «altri danno credito a certi scritti apocrifi, negando
quasi per principio ogni attendibilità ai testi canonici o alle
affermazioni delle chiese» (p. 235). Perché dire al lettore che io ho
scritto cose che non ho mai affermato e pensato?
Il mio interesse per scritti non canonici del primo cristianesimo nasce
negli anni Settanta quando volevo integrare la mia preparazione di
specialista delle lettere di Paolo. Questo interesse si è incanalato nella
Association pour l'Etude de la Littérature Apocryphe Chrétienne divenuta
in trent'anni una delle organizzazioni scientifiche più serie in tutto il
mondo. Questa associazione che raccoglie i migliori esegeti francesi,
svizzeri, italiani, europei (e ora anche americani) ha letteralmente
rinnovato lo studio del cristianesimo antico proprio grazie all'edizione
critica e commento storico di un numero cospicuo di fonti trascurate come
«apocrife», ma i testi gnostici sono stati del tutto marginali in questa
associazione. Basti vedere le edizioni critiche e la raccolta in due
grandi volumi presso la Pléiade.
5. Il padre Cantalamessa scrive: «i vangeli apocrifi professano tutti, chi
più chi meno, una rottura violenta con l’Antico Testamento, facendo di
Gesù il rivelatore di un Dio diverso e superiore». Mi dispiace doverlo
contraddire, ma non è vero che «tutti» i vangeli apocrifi presentino una
rottura violenta con le sacre scritture ebraiche. Molti vangeli apocrifi
non sono gnostici e non presentano la contrapposizione tra messaggio
cristiano e sacre scritture ebraiche che molti testi gnostici invece
sostengono.
Ma poi, sia detto una volta per tutte, nel libro io utilizzo pochissimo
gli scritti apocrifi. Li cito solo qua e là. Non capisco perché
concentrare tanta attenzione su questo elemento marginale.
6. Il padre Cantalamessa passa immediatamente dopo a parlare della «
rivalutazione della figura di Giuda nel vangelo omonimo» e si domanda: «Si
è disposti a seguire i vangeli apocrifi su questo loro terreno?». Il
lettore di “Avvenire” ha così l'impressione che io sostenga le teorie del
Vangelo di Giuda. Nel libro invece io ho scritto: «Questo testo non ci
offre alcuna notizia storica attendibile né sulla figura di Gesù né su
quella di Giuda. E' una specie di controvangelo, scritto per contestare i
vangeli di Giovanni e di Matteo per condannare le idee e le pratiche
religiose della Chiesa maggioritaria, che si rifaceva ai dodici apostoli»
(p.229). In agosto 2006, ho pubblicato su una rivista francese un articolo
in cui dimostro filologicamente che il Vangelo di Giuda dipende dai
vangeli di Giovanni e di Matteo e forse anche da Marco e Luca, oltre che
dagli Atti degli Apostoli e un mio articolo più argomentato è imminente
presso la rivista Humanitas. Come posso essere sospettato di attribuire
attendibilità ad uno scritto del genere?
7. Il padre Cantalamessa mi accusa di non utilizzare Paolo per ricostruire
la figura storica di Gesù. Scrive: «La sua testimonianza viene solo
discussa a proposito della risurrezione, ma per essere naturalmente
screditata». Mi domando: perché io screditerei «naturalmente» la
testimonianza di Paolo? Io, come storico, nutrito di qualche conoscenza
antropologica prendo molto sul serio quando un testo mi dice che si sono
verificate delle apparizioni del risorto. Io credo che realmente Paolo e i
primi discepoli ebbero delle apparizioni. E mi sono anche domandato in
qual luogo, in quale zona di un grande edificio avesse potuto verificarsi
un'apparizione a cinquecento persone. Il padre Cantalamessa sembra
irridere al tentativo di alcuni esegeti di interpretare le apparizioni
come «stati alterati di coscienza». Questa espressione tecnica non
significa affatto che una persona è «alterata». Significa solo che
esistono stati di coscienza diversi dal normale. Questi esegeti, di cui io
riporto solo l'opinione, ritengono che le neuroscienze permettano di
capire come le apparizioni possano verificarsi e come entità
«soprannaturali» possano entrare in contatto con la coscienza degli uomini
e si rifanno anche alla teoria dei cosiddetti stati alterati di coscienza.
Ma questa spiegazione può poi essere interpretata in due modi. Alcuni,
come John Pilch della Georgetown University, che ne ha scritto più volte
presso case editrici cattoliche americane, ritengono che le realtà
soprannaturali entrino realmente in contatto con l'uomo. Altri ritengono
che si tratti di un fenomeno psichico interamente autogenerato dal
cervello umano e influenzato da logiche collettive. Io non ho preso
posizione, perché non mi intendo di neuroscienze. Da storico che si
interessa anche ad aspetti antropologici del cristianesimo primitivo mi è
sembrato doveroso/importante informare i lettori di questo settore di
ricerca, che offre materiale interessante al dibattito scientifico.
8. Il padre Cantalamessa scrive: Secondo Pesce «il cristianesimo "nasce
addirittura nella seconda metà del II secolo". Come conciliare quest’ultima
affermazione con la notizia degli Atti degli apostoli (11, 26) secondo
cui, non più di sette anni dopo la morte di Cristo, circa l’anno 37, "ad
Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani"»? Qui
sono costretto a rimandare ai molti libri e decine di articoli che da
venti anni discutono la questione. L'interpretazione che dà il padre
Cantalamessa di questo testo è oggi variamente contestata. Rimando ai
diversi contributi del volume di “Annali di Storia dell'Esegesi” dal
titolo "Come nasce il cristianesimo" (Edizioni dehoniane, Bologna, 2004),
agli studi di Judith Lieu, ecc. Gran parte del problema sta nel precisare
cosa si intende per cristianesimo da un punto di vista storico. L'apparire
della parola cristianesimo del resto non è anteriore - allo stato attuale
delle conoscenze - al primo decennio del II secolo.
9. L'idea che il cristianesimo fin dall'inizio presenti una pluralità di
posizioni e che solo ad un certo punto si affermi un cristianesimo
normativo è tesi storica che è ampiamente diffusa almeno dalla metà degli
anni Trenta del XX secolo e che oggi mi appare largamente prevalente.
Credo che proprio un patrologo cattolico, Alain Le Boulluec, abbia tempo
fa mostrato come il concetto di eresia faccia la sua apparizione nel
cristianesimo antico alla metà del secondo secolo e che il termine airesis
assuma allora il significato negativo che ha poi assunto.
10. Un ultimo punto. Il padre Cantalamessa mi accusa di sottolineare
«sempre» le divergenze, e «mai» le convergenze tra i Vangeli canonici. In
realtà, io sottolineo a volte differenze tra alcuni testi e a volte
somiglianze tra altri testi. Somiglianze e dissimiglianze si aggregano e
si disaggregano. Io non sono preoccupato di difendere l'unità del Nuovo
Testamento, perché questa collezione di scritti è ben posteriore a Gesù, a
Paolo e alla redazione dei primi vangeli, che è l'epoca che mi interessava
nel libro.
Il padre Cantalamessa dice concludendo che ci divide la fede. Non sono
d'accordo. La fede non mi divide da nessuno. La ricerca storica non
divide, se non da altre opinioni storiche. Ricondurre tutto a fede e non
fede o addirittura fede-incredulità, significa compromettere un sereno e
libero dibattito. La notizia dell'articolo polemico di Cantalamessa mi è
giunta quando ero negli Stati Uniti per partecipare a quella che è forse
la riunione principale di tutti i biblisti del mondo. In essa circa
cinquemila docenti di Facoltà laiche o teologiche discutono con acribia,
ma anche con estrema libertà, di ogni questione esegetica, senza nessuna
censura o condanna. Questa appassionata ricerca, solida, documentata,
arriva ormai anche al grande pubblico e continuerà sempre più ampia e
inarrestabile anche nei prossimi decenni. Bisogna conoscerla, farla
conoscere e - ovviamente - scegliere criticamente ciò che ciascun
competente ritiene valido.
Un attacco alla fede cristiana
È stato pubblicato nel settembre scorso — e se n’è stampata una seconda
edizione nell’ottobre — il volume “Inchiesta su Gesù”, nel quale il
giornalista Corrado Augias e il prof. Mauro Pesce, docente di storia del
cristianesimo all’Università di Bologna, discutono — il primo ponendo
domande e il secondo dando risposte — su Gesù, «l’uomo che ha cambiato il
mondo». Augias si professa «non cattolico» e non ritiene Gesù «figlio di
Dio» (p. 239), ma è interessato a «conoscere meglio Gesù detto il Cristo,
che ha così profondamente influenzato la storia del mondo»: cioè a
conoscere Gesù qual è stato veramente, prima che «la liturgia, la
dottrina, il mito trasformassero la sua memoria in un culto, il culto in
una fede, la fede in una delle grandi religioni dell’umanità» (p. 3).
Il prof. Pesce si è mantenuto sul piano della ricerca storica, esprimendo
«convinzioni a cui è arrivato dopo una lunga ricerca che gli sembra
onesta». Perciò — egli afferma — «nel dialogo condensato in questo libro
ho sempre cercato di mantenermi sul piano storico, evitando di presentare
le mie convinzioni personali sulla fede» (p. 236). Egli è «convinto che la
ricerca storica rigorosa non allontani dalla fede, ma non spinga neppure
verso di essa». In sostanza, il Gesù che la fede cristiana professa dev’essere
distinto dal Gesù quale risulta dalla ricerca storica su di lui.
In sintesi il pensiero di Pesce è così riassunto da lui stesso: «Gesù era
un ebreo che non voleva fondare una nuova religione. [...] Era convinto
che il Dio delle Sacre Scritture ebraiche stesse cominciando a trasformare
il mondo per instaurare finalmente il suo regno sulla terra. Era del tutto
concentrato su Dio e pregava per capire la sua volontà e ottenere le sue
rivelazioni, ma era anche del tutto concentrato sui bisogni degli uomini,
in particolare i malati, i più poveri e coloro che erano trattati in modo
ingiusto. Il suo messaggio era inscindibilmente mistico e sociale. Il
regno di Dio non venne e, anzi, egli fu messo a morte dai romani per
motivi politici. I suoi discepoli, che provenivano da ambienti i più vari,
ne diedero fin dagli inizi interpretazioni differenti. Si interrogarono
sulla sua morte fornendo spiegazioni diverse e molti di loro si convinsero
che egli fosse risuscitato. Un certo numero dei suoi seguaci rimase dentro
le comunità ebraiche, mentre altri diedero vita a una nuova religione
percorsa da diverse correnti, il cristianesimo» (p. 237).
«Gesù è ebreo, non cristiano»
Così l’idea centrale del volume che stiamo esaminando è che Gesù non ha
nulla a che vedere col cristianesimo, che egli non l’ha fondato né ha
voluto fondarlo: idea che è espressa nella formula «Gesù è ebreo, non
cristiano».
Il dialogo tra Augias e Pesce inizia con la domanda: «Che cosa possiamo
conoscere di Gesù?». Risponde Pesce: «Una ricostruzione storica è
possibile per Gesù come per qualunque altro personaggio del passato. Le
fonti sono però particolari, e la ricerca si basa su testi lacunosi,
contraddittori, manipolati» (p. 8). Tali fonti sono i Vangeli, canonici e
non canonici. Tra questi Vangeli la Chiesa ne scelse quattro, rigettando
gli altri come «apocrifi» e perciò condannandoli all’oblio. Le ragioni di
questa scelta «sono complesse, incerte nelle motivazioni, hanno a che fare
con il tumulto pratico e dottrinale che sempre accompagna la nascita e
l’ascesa di un movimento, in particolare quando si proclama ispirato
direttamente da Dio» (p. 10). Ad ogni modo «non sono chiare. Si può dire
che siano stati esclusi quelli che contenevano un’immagine troppo giudaica
di Gesù o che sembravano darne una visione gnostica o spiritualistica,
come il Vangelo di Tommaso» (p. 21). In ogni caso, «il credente che
frequenta una Chiesa [...] non ha come interesse primario conoscere
storicamente Gesù» (p. 22). Né ha interesse storico la Chiesa, perché «la
ricerca storica scava e mette in luce le diversità dei Vangeli, le
varianti introdotte dopo la morte di Gesù, e questo non è facile da
accettare per i fedeli» (p. 23). Del resto «i Vangeli, normalmente
considerati fonti primarie per conoscere Gesù, sono in realtà una delle
prime forme di cristianizzazione della sua figura».
In realtà Gesù sarebbe stato soltanto ebreo e lo sarebbe stato totalmente:
«La novità, un’importante novità, verificatasi nell’ultimo mezzo secolo di
studi biblici, è stata proprio il recupero, la riscoperta dell’ebraicità
di Gesù, laddove in precedenza l’antiebraismo cristiano tendeva a farne
addirittura un critico della religione ebraica» (p. 24). A dire il vero
«non c’è una sola idea o consuetudine, una sola delle principali
iniziative di Gesù che non siano integralmente ebraiche [...]. Tutti i
concetti fondamentali espressi da Gesù sono ebraici: il regno di Dio e la
redenzione, il giudizio finale, l’amore per il prossimo. Egli crede come
un ebreo fariseo alla risurrezione dei corpi e non come un greco solo
all’immortalità dell’anima [...]. Ritiene di essere stato inviato da Dio a
predicare solo agli ebrei e non ad altri» (p. 26 s). Gesù rispettava alla
lettera le prescrizioni della Torah, comprese quelle riguardanti gli
alimenti. «Sono i cristiani dopo di lui che le hanno trascurate» (p. 28).
Come ogni «ebreo religioso» Gesù pregava. Perciò, «Gesù è un uomo ebreo
che non si sente identico a Dio. Non si prega Dio se si pensa di essere
Dio» (p. 28).
Gesù ha insegnato il Padre nostro: ma questa preghiera «non ha nulla di
cristiano. Qualsiasi ebreo religioso la potrebbe recitare senza doversi
per questo convertire al cristianesimo. In questa preghiera Gesù non è mai
nominato. Egli non ha alcuna funzione nella salvezza dell’umanità» (p.
30). Invece i cristiani hanno visto in Gesù un essere soprannaturale, col
quale ci si deve mettere in rapporto per ricevere la salvezza. «Gli
storici contemporanei al contrario vedono in Gesù un uomo e sono quindi in
grado di riscoprire anche la sua ebraicità» (p. 30).
In conclusione, c’è una radicale «differenza fra il Gesù ebreo e il Gesù
cristiano: il Gesù cristiano è quello di cui san Paolo dice: “Cristo è
morto per i nostri peccati secondo le Scritture”. Il Gesù ebreo dice: è
Dio che rimette i peccati [...]. Quando ha insegnato il Padre nostro, Gesù
non pensava di dover morire per i peccati degli uomini» (p. 29). Così «il
suo messaggio è sostanzialmente diverso da quello del cristianesimo
successivo» (p. 55). «Gesù è insieme un mistico e un grande sognatore
religioso, che cerca di collocare la giustizia al centro del mondo» (p.
62). C’è dunque «una differenza fondamentale, direi una discontinuità: se
vogliamo un tradimento del cristianesimo rispetto a Gesù» (p. 68).
«Gesù non è il Figlio di Dio»
Ma chi è stato l’«ebreo» Gesù storicamente, cioè liberato dalle
incrostazioni dogmatiche con cui il cristianesimo lo avrebbe rivestito?
Pesce ritiene che Gesù sia nato, non a Betlemme, ma «in Galilea,
verosimilmente a Nazareth» (p. 10) e che «il padre è Giuseppe e la madre
Maria» (p. 11). I Vangeli di Matteo e di Luca affermano la concezione
verginale di Gesù, cioè che Maria avrebbe concepito Gesù miracolosamente,
quindi per opera di Dio, senza l’intervento di Giuseppe. Luca aggiunge che
colui che è concepito in Maria «per opera dello Spirito Santo» sarà
chiamato «figlio di Dio». Matteo vede nella concezione verginale di Gesù
il compimento di una profezia di Isaia, secondo la quale «la vergine (almah)
concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emanuele», che significa
«Dio con noi».
Il prof. Pesce rileva in questa insistenza sulla nascita verginale di Gesù
«la necessità di mostrare che la vita di Gesù portava a compimento alcune
profezie della Bibbia ebraica» e l’«influenza della cultura ellenistica
sulle giovani comunità greco-cristiane», poiché «la storia della
classicità è piena di figure divine o semidivine la cui nascita veniva
detta di carattere soprannaturale», a motivo di dèi (in particolare Zeus)
che si univano con donne (cfr p. 90).
Quanto al termine «Figlio di Dio» — osserva ancora Pesce — ai tempi di
Gesù era piuttosto corrente. Figlio di Dio era un titolo che si poteva
dare agli imperatori romani, come Augusto, ai re d’Israele, ai filosofi
come Platone e Pitagora. «Insomma il termine in quanto tale non esprime la
natura divina di Gesù» (p. 91). Né tale espressione è «connessa in modo
privilegiato né esclusivo al messia né indica di per sé un ruolo
messianico» (p. 91). È il Vangelo di Marco il più insistente
nell’applicare a Gesù questo appellativo. Dio stesso lo proclama tale per
ben due volte. «Attenzione, però: per Marco, Gesù era un uomo. Il termine
“figlio di Dio” è stato interpretato come se egli volesse davvero alludere
a “Dio”, solo dopo che il suo vangelo, inserito nel Nuovo Testamento,
venne letto alla luce del Vangelo di Giovanni, per il quale Gesù era la
parola di Dio fatta carne» (p. 92).
«Rapporti “omosessuali” tra i discepoli di Gesù»
Segue un capitolo in cui Augias, con un’insistenza un po’ morbosa, riporta
le insinuazioni e le ipotesi fatte da taluni che i discepoli di Gesù
coltivassero tra loro «rapporti omosessuali» (p. 123); che tra Gesù e il
discepolo che Gesù «amava» ci fosse «una vera e propria amitié amoureuse
[...] anche se non sempre completata in una relazione esplicitamente
erotica» (p. 120); che Gesù avesse un particolare rapporto con Maria
Maddalena fino a baciarla sulla bocca, come è detto nell’apocrifo Vangelo
di Filippo (cfr p. 121) e, infine, che, prima dell’arresto avesse passato
la notte col ragazzo che sfuggì all’arresto, lasciando in mano a quelli
che volevano prenderlo il lenzuolo da cui era ricoperto (cfr p. 124):
ipotesi e insinuazioni che Pesce ritiene «senza fondamento» (p. 123),
«assurdità» (p. 124) o «interpretazioni errate del testo» (p. 129), ma
sulle quali Augias insiste ancora alla fine del volume.
Su Gesù taumaturgo — che viene qualificato come «Gesù mago» (titolo che
«l’illustre studioso Morton Smith» ha dato al suo libro su Gesù) — Pesce è
piuttosto reticente: egli riconosce che «alcuni fenomeni di guarigione o
addirittura di risurrezione da lui operati restano inspiegabili alla luce
della scienza» (p. 131), ma rileva che «Gesù aveva bisogno per i suoi
miracoli di una grande fede in chi lo ascoltava» (ivi). Inoltre, quando
Gesù si rende conto di queste sue facoltà, cerca di capire da dove gli
vengono e fino a che punto sia in grado di controllarle: ciò che negli
altri suscitava ammirazione crea in lui un turbamento profondo; lo vediamo
ricorrere alla preghiera nel tentativo di averne un’illuminazione. «Si
potrebbe dire che Gesù è stato un mistero non solo per gli altri, ma anche
per se stesso [...]. Egli stesso ha probabilmente cercato di chiarire il
mistero dell’intervento divino nella sua vita. Lo faceva ricorrendo spesso
alla preghiera, chiedendo a Dio di illuminarlo. È una mia ipotesi»,
suggerita dal fatto che nell’episodio della Trasfigurazione «abbia
invocato Elia e Mosè perché gli chiarissero il suo destino futuro» (p. 134
s). Ad ogni modo, Pesce si dice «convinto» che gli episodi miracolosi,
come la risurrezione di Lazzaro o la moltiplicazione dei pani, «non siano
stati inventati, ma che i suoi seguaci furono realmente convinti di aver
assistito a quei fatti straordinari» (p. 134).
«Gesù non è realmente risorto»
I giorni cruciali della vita di Gesù sono gli ultimi: è arrestato la notte
del giovedì, è processato, è crocifisso e muore il venerdì. Pesce ritiene
che la causa dell’arresto di Gesù sia il pericolo che egli rappresenta per
la sorte della nazione giudaica. Nota poi che non è stato Gesù a istituire
l’Eucaristia, di cui non parlano né il Vangelo di Giovanni né il Vangelo
di Tommaso. Da ciò «alcuni biblisti hanno dedotto che, dopo la morte di
Gesù, alcuni gruppi cristiani hanno creato il rituale dell’Ultima Cena».
Non si tratta «comunque di un evento storico né di un’istituzione formale
stabilita da Gesù» (p. 141). Poi però afferma: «Credo sia impossibile
negare che Gesù abbia consumato una cena particolare prima del suo
arresto, celebrandovi un rito intorno al pane e al vino» (p. 146). Ad ogni
modo, il fatto che il Vangelo di Giovanni non parli dell’Eucaristia, ma
della lavanda dei piedi, mentre i sinottici concentrano la propria
attenzione sull’istituzione dell’Eucaristia «non autorizza a pensare che
la versione dei sinottici sia più attendibile di quella di Giovanni» (p.
147).
Parlando dei racconti della Passione, Pesce osserva che essi non riportano
fatti realmente avvenuti, ma «sono solo interpretazioni della fede sulla
base di un nucleo storico» (p. 157). In realtà «i redattori dei vangeli
hanno trasformato o creato una serie di episodi che, di fatto, non si
verificarono. Fra i fatti storicamente inventati c’è l’episodio di
Barabba» (p. 158).
Circa la risurrezione di Gesù, Pesce rileva che «le sue “prove” consistono
nelle apparizioni avvenute dopo la morte in croce» (p. 175), che — come
nel caso dell’apparizione di Gesù a Maria di Magdala — potrebbero essere
definite come «visioni isteriche» o allucinazioni: in altre parole, «un
portato del desiderio, una potente proiezione dell’inconscio» (p. 177).
Del resto, «oggi alcuni studiosi cattolici interpretano le apparizioni di
Gesù risorto come stati alterati di coscienza» (p. 182). In conclusione
«le apparizioni del risorto sono solo delle visioni» (p. 184). Gesù perciò
non sarebbe risorto «realmente», ma sarebbero stati i suoi discepoli a
credere di averlo «visto»: in realtà si è trattato di allucinazioni.
Chi è allora Gesù, per il prof. Pesce? Non è certamente il Figlio di Dio
fatto uomo, quale la Chiesa professa sulla scorta della testimonianza dei
discepoli che hanno vissuto con lui: testimonianza che è contenuta nei
quattro Vangeli canonici, i quali perciò sono la fonte essenziale della
nostra conoscenza di Gesù. Per Pesce «Gesù è ossessionato dal male che
domina il mondo [...]. Per lui Dio è il Padre che può salvare e che gli ha
dato il potere straordinario di risanare e di guarire. Dio però gli appare
anche incomprensibile. Per tutta la vita Gesù cerca di sapere che cosa Dio
voglia; alla fine si sente abbandonato e non capisce perché Dio lo destini
a una fine ingiusta, a una sconfitta umiliante oltre che a patimenti
atroci. A lui attribuisce la sua sconfitta e per questo l’accetta, pur non
comprendendola» (p. 213). Così, secondo il prof. Pesce, Gesù è un pover’uomo
che sente incombere su di sé un tragico destino, che egli accetta, pur
senza comprenderlo: «Egli continua a credere che Dio sia forte, potente e
benefico, anche se permette che venga ucciso» (p. 213) e abbandonato alle
forze del male.
Così, secondo Pesce, Gesù non è il Salvatore degli uomini che
consapevolmente va incontro alla sofferenza e alla morte «per dare la sua
vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Egli si sottomette a una morte
atroce, perché così vuole Dio ma non sa perché. Gesù è un «uomo solo», che
prega Dio affinché gli riveli che cosa deve fare.
Rilievi critici
Il primo rilievo generale da fare è che nel volume Inchiesta su Gesù viene
negato il cristianesimo nella sua totalità. Sono negate, infatti, tutte le
verità cristiane essenziali, quali la divinità di Gesù, la sua
incarnazione, la sua concezione verginale, il carattere redentivo della
sua morte, la sua risurrezione dalla morte. Queste realtà di fede — dice
in sostanza Pesce — sarebbero incrostazioni con cui la Chiesa ha ricoperto
la figura storica di Gesù, facendone un essere divino, il Logos fatto
carne di cui parla il Vangelo di Giovanni. Compito dell’esegesi è quella
di liberare da tali incrostazioni, che la falsano, la figura storica di
Gesù. Di qui l’insistenza di Pesce sull’assoluta ebraicità di Gesù e la
sua convinzione che Gesù è stato «cristianizzato», e quindi falsato, fino
a farlo diventare il fondatore del cristianesimo.
Quello che a noi sembra assolutamente inaccettabile proprio sul piano
della storia è la frattura che il prof. Pesce pone tra il «Gesù della
storia» (il «Gesù ebreo») e il «Gesù della fede» (il «Gesù cristiano»)
scomparso «sotto la coltre fitta della teologia». In realtà, questa
frattura non esiste.
Indubbiamente Gesù è stato ebreo: è stato circonciso l’ottavo giorno dopo
la nascita secondo la Legge; gli è stato posto un nome ebraico (Jehoshua,
che significa «Dio salva»); da bambino ha frequentato ogni sabato la
sinagoga del suo paese (Nazaret), dove ha imparato la Sacra Scrittura;
compiuti i 12 anni è andato in pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme;
come tutti gli ebrei adulti (fossero anche scribi famosi) ha esercitato un
mestiere manuale. L’unico aspetto che lo ha distinto è stato il fatto che
non si è sposato. Quando poi ha lasciato il suo paese per iniziare il
ministero di predicatore itinerante, la prima cosa che ha fatto è stata
andare da Giovanni il Battezzatore e, come altri ebrei, si è fatto
battezzare da lui. Ha voluto restringere la sua predicazione al popolo
d’Israele.
Gesù dunque è stato «ebreo», ma dobbiamo contraddire il prof. Pesce quando
afferma che Gesù non ha criticato la religione ebraica; che non c’è
nessuna sua idea o consuetudine, nessuna sua iniziativa che non sia
integralmente ebraica; che tutti i concetti da lui espressi siano ebraici;
che Gesù rispettava alla lettera tutte le prescrizioni della Torah,
comprese quelle riguardanti gli alimenti.
Quanto alla religione ebraica, o meglio, quanto alla Torah, certamente
Gesù l’ha ritenuta espressione della volontà di Dio, ma da una parte ne ha
corretto talune interpretazioni che ne davano gli scribi, come nel caso
del korban: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la
tradizione degli uomini» (Mc 7,8); dall’altra, ha ricondotto il divorzio,
permesso dal Deuteronomio (24,4), al genuino progetto originario di
matrimonio, affermando che l’uomo non deve separare quello che Dio ha
congiunto nell’atto creativo dell’uomo e della donna (cfr Gn 1,27; 2,24).
Ma quello che è più importante e significativo è che Gesù non intende
«abolire la Legge» ma «darle compimento» e quindi metterne in luce le
esigenze profonde, che vanno assai al di là di quanto «fu detto agli
antichi» (Mt 5,17-31). Circa gli alimenti, che il Levitico divideva in
puri e impuri, Gesù, dice Marco, «dichiarava mondi tutti gli alimenti» (Mc
7,19), rilevando che «non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui,
possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a
contaminarlo» (Mc 7,15).
In conclusione Gesù, sulla scia dell’antica Legge, proclama una Legge
nuova, che non contraddice la prima, ma la compie, chiedendo, ad esempio,
di «non opporsi al malvagio», di «amare i nemici» e di «pregare per i
persecutori» (Mt 5,39.44): cose certo che la Torah non prescriveva. Quanto
all’osservanza del sabato, Gesù si discosta profondamente dagli scribi e
dai farisei, proclamando che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non
l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). Perciò è lecito compiere guarigioni e
strappare le spighe per nutrirsi in giorno di sabato. Ugualmente
scandalosa è la condotta che Gesù tiene con i pubblicani, i peccatori, le
donne di malaffare. Tutte cose che mostrano che Gesù è, sì, un «ebreo», ma
che esce fuori dai quadri dell’ebraismo del suo tempo. Non si comprende
perciò, come si possa affermare che non c’è nulla in Gesù che non sia
«integralmente ebraico».
Gesù e il Padre
Meraviglia anche l’affermazione che Gesù pregava perché non si sentiva
identico a Dio: «Non si prega Dio — afferma Pesce — se si pensa di essere
Dio» (p. 28). La preghiera di Gesù, fatta spesso nella notte, è un
colloquio «filiale» col Padre, a cui Gesù si rivolge col termine
affettuoso di abbà (un termine che non si trova — salvo che ci sia
sfuggito — nel volume che stiamo presentando). Eppure è un termine di
grandissima importanza, che ci fa penetrare nella vita interiore di Gesù,
o meglio, nel «mistero» della sua coscienza «filiale». In realtà, Dio è il
«Padre suo», in maniera diversa da quella di essere Padre di tutti gli
uomini, per cui parlando ai discepoli egli dice «Padre mio» (Mt 7,21) e
«Padre vostro» (Mt 6,26), e non dice mai «Padre nostro», ponendo cioè,
sullo stesso piano se stesso e i suoi discepoli.
Meraviglia anche l’affermazione che la preghiera insegnata ai discepoli da
Gesù — il Padre Nostro — non abbia nulla di cristiano, ma sia totalmente
ebraica. Si sa che il termine Padre è assai poco usato nell’Antico
Testamento, dove compare soltanto una quindicina di volte, ed è applicato
a tutto il popolo, non ai singoli individui, a eccezione del re, il quale
soltanto può dire a JHWH: «Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia
salvezza» (Sal 88 [89],27). Per Gesù il termine «Padre» è il nome proprio
di Dio, e tutti gli uomini — non solo gli ebrei — sono suoi figli. Circa
il carattere totalmente ebraico del Padre nostro scrive H. Schürmann:
«Hanno ragione tutti coloro che dicono che nel Padre nostro Gesù prega
come ebreo e ogni ebreo può unirsi a questa preghiera; ogni frase può
essere documentata con testi ebrei uguali o simili [...]. Ma il “peculiare
aspetto gesuanico” della preghiera di Gesù fece “saltare” l’ebraismo. Solo
chi nella complessità del Padre nostro ha scorto il “peculiare aspetto
gesuanico” [...] come cristologia incoativa implicita, ha compreso la
preghiera di Gesù nella sua profondità». Cioè, soltanto chi crede che Gesù
è il Figlio di Dio può recitare il Padre nostro nella sua profondità e
verità.
Gesù e il cristianesimo
Strana ci sembra anche l’affermazione che Gesù non sia cristiano e che
egli non abbia fondato né abbia voluto fondare una nuova religione, il
cristianesimo. In realtà, egli ha rivolto la sua predicazione «alle pecore
perdute della casa d’Israele» (Mt 10,6): a tale scopo ha chiamato a
seguirlo dodici discepoli, perché «stessero con lui e anche per mandarli a
predicare» (Mc 3,14-15). Ma il suo messaggio non è accolto dal popolo
d’Israele e dai suoi capi. Ecco che allora egli si consacra all’istruzione
dei suoi discepoli e delle persone — uomini e donne — che credono in lui:
insegna loro a pregare, a vedere in Dio il Padre che li ama, che ha cura
di loro; insegna loro il retto uso delle ricchezze, il perdono delle
offese; nella sua ultima cena, alla vigilia della morte, istituisce un
nuovo rito pasquale e chiede ai Dodici di ripeterlo in sua memoria. Dopo
la sua morte e la sua risurrezione, i suoi discepoli, pur restando
all’interno dell’ebraismo, formano un gruppo a parte, che ha i suoi capi
(i Dodici), un suo rito particolare — la ripetizione dei gesti compiuti da
Gesù nella sua Ultima Cena —, gli insegnamenti di Gesù. Proprio questo
piccolo gruppo di seguaci di Gesù forma la «sua» Chiesa che, ingrandendosi
con l’adesione di nuove persone, sia ebree sia pagane che credono in
Cristo, forma il primo cristianesimo. Non c’è dunque nessuna frattura tra
Gesù «ebreo» e il cristianesimo, che vive degli insegnamenti di Gesù e lo
professa suo Dio e Signore. In realtà, il cristianesimo è nato e si è
sviluppato all’interno del giudaismo, e soltanto progressivamente le
comunità cristiane si sono staccate dalla comunità giudaica di cui
originariamente facevano parte, salvo il caso delle comunità cristiane
fondate da san Paolo, fin dall’inizio al di fuori della comunità giudaica.
Valore storico dei Vangeli
Questo è quanto appare con estrema chiarezza dai quattro Vangeli di Marco,
Matteo, Luca e Giovanni. Ma quale valore storico hanno questi Vangeli? Per
il prof. Pesce si tratta di testi «lacunosi, contraddittori, manipolati»,
che la Chiesa ha scelto tra molti Vangeli per ragioni «non chiare»,
rigettando altri Vangeli come «apocrifi» e in tal modo condannandoli
all’oblio. In realtà, la «scelta» dei quattro Vangeli è avvenuta per
ragioni chiare. La prima è che soltanto nei quattro Vangeli «canonici» la
primitiva comunità cristiana ha riconosciuto la «tradizione apostolica»,
cioè quello che hanno insegnato i Dodici, i discepoli che sono stati con
Gesù durante tutto il tempo della sua predicazione, dal Battesimo alla
Risurrezione, che hanno ascoltato la sua predicazione e hanno assistito ai
suoi miracoli e alla sua attività di esorcista, nonché alle sue dispute
con gli scribi. La seconda è che, mentre i quattro Vangeli canonici sono
stati scritti tutti nel primo secolo (approssimativamente Marco tra il 65
e il 70 d. C., Matteo e Luca tra l’80 e il 90, Giovanni tra il 90 e il
100), i Vangeli «apocrifi» sono posteriori e in buona parte dipendono dai
Vangeli canonici, cioè non apportano elementi nuovi per la conoscenza di
Gesù, se si eccettua il Vangelo di Tommaso. Il terzo motivo è che molti
Vangeli cosiddetti «apocrifi» esprimono tendenze gnostiche, come appare da
alcuni detti del Vangelo di Tommaso. Per esempio, nel n. 114 è detto:
«Simon Pietro disse a lui [Gesù]: “Maria deve andare via da noi! Perché le
femmine non sono degne della vita”. Gesù disse: “Ecco, io la guiderò in
modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a
voi maschi. Poiché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei
cieli”». Il sapore «gnostico» di questo detto è evidente. Ciò che si può
dire di molti altri «detti» di questo Vangelo. Infatti, anche quando
concorda letteralmente con i Vangeli canonici, lo spirito è generalmente
gnostico.
Indubbiamente i Vangeli canonici pongono molti problemi, in quanto sono
scritti da autori diversi ognuno dei quali ha la propria maniera di
presentare Gesù e scrive tenendo presente i bisogni della comunità per la
quale redige il Vangelo; ma non si può dire che i quattro Vangeli nelle
cose essenziali siano «lacunosi, contraddittori, manipolati». Essi danno
di Gesù quattro ritratti che si completano a vicenda. In particolare, il
Vangelo di Giovanni è molto diverso dagli altri e talvolta si discosta da
essi, ma non è in contraddizione sostanziale con gli altri tre, e non c’è
nessuna ragione obiettiva per preferirlo agli altri.
In conclusione, non è giustificato lo scetticismo con cui nell’Inchiesta
su Gesù sono trattati i quattro Vangeli. Soprattutto dispiace il fatto —
storicamente ed esegeticamente ingiustificato — che in tale volume sia
contenuto obiettivamente, quali che siano state le intenzioni dei due
autori, un attacco frontale alla fede cristiana. |