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Nel marzo 1990 Margaret Thatcher convocò nella sua residenza di campagna a
Chequers un distinto cenacolo di storici della Germania. L´augusta
compagnia, di cui facevano parte i pesi massimi dell´accademia inglese e
americana – da Hugh Trevor-Roper a Norman Stone, da Gordon Craig a Fritz
Stern e a Timothy Garton Ash – doveva rispondere alle pressanti domande
che tormentavano il primo ministro britannico: "Chi sono i tedeschi?", "I
tedeschi sono cambiati?" "Una Germania unificata aspirerà a dominare
l´Europa dell´Est?". Il timore della "signora di ferro" come dei molti
germanofobi in Gran Bretagna e altrove, era che la Germania ormai avviata
all´unificazione fosse condannata a ripetere prima o poi errori e orrori
del passato. Perché, come scriverà più tardi, "per sua stessa natura la
Germania rappresenta una forza destabilizzante in Europa". Il verdetto dei
germanisti sembrò confermare la profonda convinzione della signora
Thatcher circa l´esistenza di un eterno "carattere nazionale" tedesco.
Infatti, secondo quanto riportato dalla stampa britannica, gli studiosi
evocarono alcuni tratti "che costituiscono un aspetto immutabile del
carattere tedesco. In ordine alfabetico, aggressività, angst, brutalità,
complesso di inferiorità, egotismo, tracotanza, sentimentalismo".
Questo determinismo germanofobico – tuttora assai diffuso in Gran Bretagna
e in diversi paesi europei, sotto la spessa crosta del geopoliticamente
corretto – torna alla mente di fronte alle polemiche suscitate dal
discorso di papa Benedetto XVI nel campo di sterminio di
Auschwitz-Birkenau. Papa Ratzinger si è professato "figlio di quel popolo
sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse
bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell´onore
della nazione (…), cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato
come strumento della loro smania di distruzione e di dominio". E più
avanti aggiunge: "Ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della
storia". Per insistere sulla necessità della "riconciliazione" fra i
popoli.
Se queste parole intendono respingere l´accusa tipicamente germanofobica
di una colpa collettiva dei tedeschi nella Shoah, che addirittura potrebbe
riverberarsi sui tedeschi di oggi, esse hanno un fondamento e una
spiegazione. Non si possono mettere sullo stesso piano i nazisti e i loro
concittadini che furono incarcerati o uccisi dal regime. Tantomeno si può
indulgere alla teoria nemmeno troppo sottilmente razzistica che estende a
tutti i tedeschi, da Federico il Grande ai nostri contemporanei, un
"carattere nazionale" perverso e soprattutto "immutabile".
La colpa collettiva è estranea alla nostra civiltà giuridica. Quando dopo
Waterloo si tentò di accusare i francesi in quanto tali dei "crimini" di
Napoleone, fu lo stesso Congresso di Vienna (1815) a respingere la tesi.
Gli stessi alleati si guardarono bene dall´utilizzare tale categoria
contro i criminali nazisti. Il tribunale di Norimberga nel processo contro
I.G. Farben stabilì quanto segue: "E´ impensabile che la maggior parte dei
tedeschi sia maledetta per aver compiuto crimini contro la pace. Questo
equivarrebbe a sancire il concetto di colpa collettiva, da cui deriverebbe
per conseguenza la punizione di massa, per la quale non vi sono precedenti
nel diritto internazionale (…)".
Presa alla lettera, la "piccola frase" di Benedetto XVI si basa però su un
falso storico: e cioè che il nazionalsocialismo fosse opera di una cricca
criminale che "usò e abusò" dei tedeschi. Tutti ricordano – o dovrebbero
ricordare – come Hitler giunse al potere e quanto diffusa e fanatica fosse
fino all´ultimo minuto la devozione popolare per il Führer. Ciò che rende
tanto più degni di ammirazione quegli eroi tedeschi – comunisti,
socialdemocratici, liberali, democratici cristiani ma anche schietti
conservatori – che non si piegarono, anzi combatterono da isolati e
clandestini la loro battaglia in difesa dell´onore della Germania e della
sua libertà. Non solo Edith Stein, ebrea tedesca di religione cristiana,
vittima della furia nazista, cui si è riferito il papa.
Tuttora oggetto di controversie storiografiche è la questione circa il
grado di consapevolezza e quindi di corresponsabilità morale dei tedeschi
nello sterminio degli ebrei (ma anche degli zingari, degli omosessuali e
di tutta l´umanità "inferiore" contro cui si accanirono i più o meno
volenterosi carnefici di Hitler). Alcune analisi recenti mettono in luce
come la conoscenza della Shoah fosse più diffusa di quanto si credesse
inizialmente e di quanto molti tedeschi volessero ammettere persino a
guerra perduta, anche di fronte alla visibile documentazione dell´orrore.
Tanto che durante gli ultimi mesi di guerra girava in Germania la voce che
i bombardamenti aerei sulle città tedesche fossero una rappresaglia per
Auschwitz (non lo erano). Né d´altronde si poteva dubitare del programma
razzistico, visceralmente antisemita, proclamato a tutto tondo da Hitler –
ad esempio nel discorso radiofonico del 30 gennaio 1939 in cui prometteva
di liquidare una volta per sempre la questione ebraica in Europa.
Il papa non è uno storico. E´ un supremo testimone di fede. Ma quando
esprime giudizi storici - come ha fatto ad Auschwitz – le sue parole vanno
pesate per tali. Specie se poi lo stesso Benedetto XVI ci invita
paradossalmente a non giudicare. Quasi che la riconciliazione e il
perdono, che giustamente gli stanno a cuore, possano basarsi su altro che
sulla consapevolezza critica del passato.
Forse ad Auschwitz il papa aveva in animo soprattutto la riconciliazione
germano-polacca. Il clima politico fra Varsavia e Berlino, aizzato dalle
componenti xenofobe dell´attuale governo polacco e dagli integralisti di
Radio Maryja, potrebbe spiegare questa intenzione papale. Infatti il suo
discorso è stato accolto con favore dalla stampa polacca (meno da alcuni
giornali tedeschi, che si aspettavano un mea culpa o meglio un nostra
culpa). Che esso possa costituire anche un contributo al dialogo fra
cattolici ed ebrei, fra Vaticano e Israele, questo è molto improbabile. La
storia giudicherà. |