2. La Chiesa, nel corso dei secoli, ha proclamato e testimoniato con
fedeltà il Vangelo di Gesù. Al termine del secondo millennio cristiano,
però, questa missione è ancora lontana dal suo compimento.2 È
per questo più che mai attuale oggi il grido dell'apostolo Paolo
sull'impegno missionario di ogni battezzato: «Non è infatti per me un
vanto predicare il vangelo; è una necessità che mi si impone: guai a me se
non predicassi il vangelo!» (1 Cor 9,16). Ciò spiega la particolare
attenzione che il Magistero ha dedicato a motivare e a sostenere la
missione evangelizzatrice della Chiesa, soprattutto in rapporto alle
tradizioni religiose del mondo.3
Prendendo in considerazione i valori che esse testimoniano ed offrono
all'umanità, con un approccio aperto e positivo, la Dichiarazione
conciliare sulla relazione della Chiesa con le religioni non cristiane
afferma: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in
queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e
di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti
differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente
riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini».4
Proseguendo su questa linea, l'impegno ecclesiale di annunciare Gesù
Cristo, «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), si avvale oggi
anche della pratica del dialogo interreligioso, che certo non sostituisce,
ma accompagna la missio ad gentes, per quel «mistero di unità», dal
quale « deriva che tutti gli uomini e tutte le donne che sono salvati
partecipano, anche se in modo differente, allo stesso mistero di salvezza
in Gesù Cristo per mezzo del suo Spirito».5 Tale dialogo, che
fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa,6
comporta un atteggiamento di comprensione e un rapporto di conoscenza
reciproca e di mutuo arricchimento, nell'obbedienza alla verità e nel
rispetto della libertà.7
3. Nella pratica e nell'approfondimento teorico del dialogo tra la fede
cristiana e le altre tradizioni religiose sorgono domande nuove, alle
quali si cerca di far fronte percorrendo nuove piste di ricerca, avanzando
proposte e suggerendo comportamenti, che abbisognano di accurato
discernimento. In questa ricerca la presente Dichiarazione interviene per
richiamare ai Vescovi, ai teologi e a tutti i fedeli cattolici alcuni
contenuti dottrinali imprescindibili, che possano aiutare la riflessione
teologica a maturare soluzioni conformi al dato di fede e rispondenti alle
urgenze culturali contemporanee.
Il linguaggio espositivo della Dichiarazione risponde alla sua finalità,
che non è quella di trattare in modo organico la problematica relativa
all'unicità e universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo e della
Chiesa, né quella di proporre soluzioni alle questioni teologiche
liberamente disputate, ma di riesporre la dottrina della fede cattolica al
riguardo, indicando nello stesso tempo alcuni problemi fondamentali che
rimangono aperti a ulteriori approfondimenti, e di confutare determinate
posizioni erronee o ambigue. Per questo la Dichiarazione riprende la
dottrina insegnata in precedenti documenti del Magistero, con l'intento di
ribadire le verità, che fanno parte del patrimonio di fede della Chiesa.
4. Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in
pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il
pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di
principio). Di conseguenza, si ritengono superate verità come, ad
esempio, il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù
Cristo, la natura della fede cristiana rispetto alla credenza nelle altre
religioni, il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura, l'unità
personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazareth, l'unità dell'economia
del Verbo incarnato e dello Spirito Santo, l'unicità e l'universalità
salvifica del mistero di Gesù Cristo, la mediazione salvifica universale
della Chiesa, l'inseparabilità, pur nella distinzione, tra il Regno di
Dio, Regno di Cristo e la Chiesa, la sussistenza nella Chiesa cattolica
dell'unica Chiesa di Cristo.
Le radici di queste affermazioni sono da ricercarsi in alcuni presupposti,
di natura sia filosofica, sia teologica, che ostacolano l'intelligenza e
l'accoglienza della verità rivelata. Se ne possono segnalare alcuni: la
convinzione della inafferrabilità e inesprimibilità della verità divina,
nemmeno da parte della rivelazione cristiana; l'atteggiamento
relativistico nei confronti della verità, per cui ciò che è vero per
alcuni non lo sarebbe per altri; la contrapposizione radicale che si pone
tra mentalità logica occidentale e mentalità simbolica orientale; il
soggettivismo di chi, considerando la ragione come unica fonte di
conoscenza, diventa « incapace di sollevare lo sguardo verso l'alto per
osare di raggiungere la verità dell'essere»;8 la difficoltà a
comprendere e ad accogliere la presenza di eventi definitivi ed
escatologici nella storia; lo svuotamento metafisico dell'evento
dell'incarnazione storica del Logos eterno, ridotto a mero apparire di Dio
nella storia; l'eclettismo di chi, nella ricerca teologica, assume idee
derivate da differenti contesti filosofici e religiosi, senza badare né
alla loro coerenza e connessione sistematica, né alla loro compatibilità
con la verità cristiana; la tendenza, infine, a leggere e interpretare la
Sacra Scrittura fuori dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa.
In base a tali presupposti, che si presentano con sfumature diverse,
talvolta come affermazioni e talvolta come ipotesi, vengono elaborate
alcune proposte teologiche, in cui la rivelazione cristiana e il mistero
di Gesù Cristo e della Chiesa perdono il loro carattere di verità assoluta
e di universalità salvifica, o almeno si getta su di essi un'ombra di
dubbio e di insicurezza.
I. PIENEZZA E DEFINITIVITÀ
DELLA RIVELAZIONE DI GESU CRISTO
5. Per porre rimedio a questa mentalità relativistica, che si sta sempre
più diffondendo, occorre ribadire anzitutto il carattere definitivo e
completo della rivelazione di Gesù Cristo. Deve essere, infatti,
fermamente creduta l'affermazione che nel mistero di Gesù Cristo,
Figlio di Dio incarnato, il quale è « la via, la verità e la vita » (Gv
14,6), si dà la rivelazione della pienezza della verità divina: «
Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se
non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare » (Mt
11,27); « Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è
nel seno del Padre, lui lo ha rivelato » (Gv 1,18); « È in Cristo
che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in
lui parte alla sua pienezza » (Col 2,9‑10).
Fedele alla parola di Dio, il Concilio Vaticano II insegna: « La profonda
verità, poi, sia su Dio sia sulla salvezza dell'uomo, risplende a noi per
mezzo di questa rivelazione nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e
la pienezza di tutta la rivelazione ».9 E ribadisce: « Gesù
Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini”, “parla
le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di
salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli,
vedendo il quale si vede il Padre (cf. Gv 14,9), col fatto stesso
della sua presenza e manifestazione di Sé, con le parole e con le opere,
con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e con la
gloriosa risurrezione dai morti e, infine, con l'invio dello Spirito di
verità compie e completa la rivelazione e la conferma con la testimonianza
divina [...]. L'economia cristiana, dunque, in quanto è l'alleanza nuova e
definitiva, non passerà mai, e non si dovrà attendere alcuna nuova
rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore
nostro Gesù Cristo (cf. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13) ».10
Per questo l'enciclica Redemptoris missio ripropone alla Chiesa il
compito di proclamare il Vangelo, come pienezza della verità: « In questa
Parola definitiva della sua rivelazione, Dio si è fatto conoscere nel modo
più pieno: egli ha detto all'umanità chi è. E questa autorivelazione
definitiva di Dio è il motivo fondamentale per cui la Chiesa è per sua
natura missionaria. Essa non può non proclamare il vangelo, cioè la
pienezza della verità che Dio ci ha fatto conoscere intorno a se stesso».11
Solo la rivelazione di Gesù Cristo, quindi, « immette nella nostra storia
una verità universale e ultima, che provoca la mente dell'uomo a non
fermarsi mai ».12
6. È quindi contraria alla fede della Chiesa la tesi circa il carattere
limitato, incompleto e imperfetto della rivelazione di Gesù Cristo, che
sarebbe complementare a quella presente nelle altre religioni. La ragione
di fondo di questa asserzione pretenderebbe di fondarsi sul fatto che la
verità su Dio non potrebbe essere colta e manifestata nella sua globalità
e completezza da nessuna religione storica, quindi neppure dal
cristianesimo e nemmeno da Gesù Cristo.
Questa posizione contraddice radicalmente le precedenti affermazioni di
fede, secondo le quali in Gesù Cristo si dà la piena e completa
rivelazione del mistero salvifico di Dio. Pertanto, le parole, le opere e
l'intero evento storico di Gesù, pur essendo limitati in quanto realtà
umane, tuttavia, hanno come soggetto la Persona divina del Verbo
incarnato, «vero Dio e vero uomo»,13 e perciò portano in sé la
definitività e la completezza della rivelazione delle vie salvifiche di
Dio, anche se la profondità del mistero divino in se stesso rimane
trascendente e inesauribile. La verità su Dio non viene abolita o ridotta
perché è detta in linguaggio umano. Essa, invece, resta unica, piena e
completa perché chi parla e agisce è il Figlio di Dio incarnato. Per
questo la fede esige che si professi che il Verbo fatto carne, in tutto il
suo mistero, che va dall'incarnazione alla glorificazione, è la fonte,
partecipata, ma reale, e il compimento di ogni rivelazione salvifica di
Dio all'umanità,14 e che lo Spirito Santo, che è lo Spirito di
Cristo, insegnerà agli Apostoli, e, tramite essi, all'intera Chiesa di
tutti i tempi, questa «verità tutta intera» (Gv 16,13).
7. La risposta adeguata alla rivelazione di Dio è «l'obbedienza della
fede (cf. Rm 1,5; Rm 16,26; 2 Cor 10,5-6), per la
quale l'uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente, prestando il
“pieno ossequio dell'intelletto e della volontà a Dio che rivela” e dando
il proprio assenso volontario alla rivelazione fatta da lui».15
La fede è un dono di grazia: «Perché si possa prestare questa fede, è
necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori
dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli
occhi della mente, e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere
alla verità”».16
L'obbedienza della fede comporta l'accoglienza della verità della
rivelazione di Cristo, garantita da Dio, che è la Verità stessa:17
«La fede è innanzi tutto una adesione personale dell'uomo a Dio; al
tempo stesso ed inseparabilmente, è l'assenso libero a tutta la verità
che Dio ha rivelato».18 La fede, quindi, «dono di Dio» e
«virtù soprannaturale da lui infusa»,19 comporta una duplice
adesione: a Dio, che rivela, e alla verità da lui rivelata, per la fiducia
che si accorda alla persona che l'afferma. Per questo « non dobbiamo
credere in nessun altro se non in Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito
Santo».20
Deve essere, quindi, fermamente ritenuta la distinzione tra la
fede teologale e la credenza nelle altre religioni. Se la fede
è l'accoglienza nella grazia della verità rivelata, «che permette di
entrare all'interno del mistero, favorendone la coerente intelligenza»,21
la credenza nelle altre religioni è quell'insieme di esperienza e di
pensiero, che costituiscono i tesori umani di saggezza e di religiosità,
che l'uomo nella sua ricerca della verità ha ideato e messo in atto nel
suo riferimento al Divino e all'Assoluto.22
Non sempre tale distinzione viene tenuta presente nella riflessione
attuale, per cui spesso si identifica la fede teologale, che è accoglienza
della verità rivelata da Dio Uno e Trino, e la credenza nelle altre
religioni, che è esperienza religiosa ancora alla ricerca della verità
assoluta e priva ancora dell'assenso a Dio che si rivela. Questo è uno dei
motivi per cui si tende a ridurre, fino talvolta ad annullarle, le
differenze tra il cristianesimo e le altre religioni.
8. Si avanza anche l'ipotesi circa il valore ispirato dei testi sacri di
altre religioni. Certo, bisogna riconoscere come alcuni elementi presenti
in essi siano di fatto strumenti, attraverso i quali moltitudini di
persone, nel corso dei secoli, hanno potuto e ancora oggi possono
alimentare e conservare il loro rapporto religioso con Dio. Per questo,
considerando i modi di agire, i precetti e le dottrine delle altre
religioni, il Concilio Vaticano II — come è stato sopra ricordato —
afferma che, «quantunque in molti punti differiscano da quanto essa [la
Chiesa] crede e propone, tuttavia, non raramente riflettono un raggio di
quella Verità, che illumina tutti gli uomini».23
La tradizione della Chiesa, però, riserva la qualifica di testi
ispirati ai libri canonici dell'Antico e del Nuovo Testamento, in
quanto ispirati dallo Spirito Santo.24 Raccogliendo questa
tradizione, la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione del
Concilio Vaticano II insegna: «Infatti la santa madre Chiesa, per fede
apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell'Antico
sia del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, essendo scritti
sotto ispirazione dello Spirito Santo (cf. Gv 20,31; 2 Tm
3,16; 2 Pt 1,19-21; 3,15-16), hanno Dio per autore e come tali sono
stati consegnati alla Chiesa».25 Tali libri « insegnano
fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio in vista della
nostra salvezza volle fosse messa per iscritto nelle sacre lettere».26
Tuttavia, volendo chiamare a sé tutte le genti in Cristo e volendo
comunicare loro la pienezza della sua rivelazione e del suo amore, Dio non
manca di rendersi presente in tanti modi « non solo ai singoli individui,
ma anche ai popoli mediante le loro ricchezze spirituali, di cui le
religioni sono precipua ed essenziale espressione, pur contenendo “lacune,
insufficienze ed errori”».27 Pertanto, i libri sacri di altre
religioni, che di fatto alimentano e guidano l'esistenza dei loro seguaci,
ricevono dal mistero di Cristo quegli elementi di bontà e di grazia in
essi presenti.
II. IL LOGOS INCARNATO
E LO SPIRITO SANTO NELL'OPERA DI SALVEZZA
9. Nella riflessione teologica contemporanea spesso emerge un approccio a
Gesù di Nazaret, considerato come una figura storica particolare, finita,
rivelatrice del divino in misura non esclusiva, ma complementare ad altre
presenze rivelatrici e salvifiche. L'Infinito, l'Assoluto, il Mistero
ultimo di Dio si manifesterebbe così all'umanità in tanti modi e in tante
figure storiche: Gesù di Nazaret sarebbe una di esse. Più concretamente,
egli sarebbe per alcuni uno dei tanti volti che il Logos avrebbe assunto
nel corso del tempo per comunicare salvificamente con l'umanità.
Inoltre, per giustificare, da una parte, l'universalità della salvezza
cristiana, e, dall'altra, il fatto del pluralismo religioso, viene
proposta una economia del Verbo eterno, valida anche al di fuori della
Chiesa e senza rapporto con essa, e una economia del Verbo incarnato. La
prima avrebbe un plusvalore di universalità rispetto alla seconda,
limitata ai soli cristiani, anche se in essa la presenza di Dio sarebbe
più piena.
10. Queste tesi contrastano profondamente con la fede cristiana. Deve
essere, infatti, fermamente creduta la dottrina di fede che
proclama che Gesù di Nazaret, figlio di Maria, e solamente lui, è il
Figlio e il Verbo del Padre. Il Verbo, che «era in principio presso Dio» (Gv
1,2), è lo stesso « che si è fatto carne» (Gv 1,14). In Gesù
«il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16) « abita
corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9). Egli è
«il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre» (Gv 1,18), il suo «
Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione [...]. Piacque a
Dio di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a
sé tutte le cose, pacificando col sangue della sua croce le cose che
stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1,13-14.19-20).
Fedele alla Sacra Scrittura e refutando interpretazioni erronee e
riduttive, il primo Concilio di Nicea definì solennemente la propria fede
in «Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato unigenito dal Padre, cioè
dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero,
generato, non creato, consustanziale al Padre, per mezzo del quale sono
state create tutte le cose in cielo e in terra. Egli per noi uomini e per
la nostra salvezza è disceso e si è incarnato, si è fatto uomo, ha patito
ed è risorto il terzo giorno, è risalito al cielo e verrà a giudicare i
vivi e i morti».28 Seguendo gli insegnamenti dei Padri, anche
il Concilio di Calcedonia professò « che l'unico e identico Figlio, il
Signore nostro Gesù Cristo, è egli stesso perfetto in divinità e perfetto
in umanità, Dio veramente e uomo veramente [...], consustanziale al Padre
secondo la divinità e consustanziale a noi secondo l'umanità [...],
generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità e, negli ultimi
giorni, egli stesso per noi e per la nostra salvezza, da Maria, la vergine
Madre di Dio, secondo l'umanità ».29
Per questo, il Concilio Vaticano II afferma che Cristo, « nuovo Adamo », «
immagine dell'invisibile Dio » (Col 1,15), « è l'uomo perfetto, che
ha restituito ai figli d'Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già
subito agli inizi a causa del peccato [...]. Agnello innocente, col suo
sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in lui Dio ci ha
riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del
diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'apostolo: il
Figlio di Dio “ha amato me e ha sacrificato se stesso per me” (Gal
2,20) ».30
A tale riguardo, Giovanni Paolo II ha esplicitamente dichiarato: « È
contrario alla fede cristiana introdurre una qualsiasi separazione tra il
Verbo e Gesù Cristo [...]: Gesù è il Verbo incarnato, persona una e
indivisibile [...]. Cristo non è altro che Gesù di Nazaret, e questi è il
Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti [...]. Mentre andiamo
scoprendo e valorizzando i doni di ogni genere, soprattutto le ricchezze
spirituali, che Dio ha elargito a ogni popolo, non possiamo disgiungerli
da Gesù Cristo, il quale sta al centro del piano divino di salvezza ».31
E pure contrario alla fede cattolica introdurre una separazione tra
l'azione salvifica del Logos in quanto tale e quella del Verbo fatto
carne. Con l'incarnazione, tutte le azioni salvifiche del Verbo di Dio si
fanno sempre in unità con la natura umana che egli ha assunto per la
salvezza di tutti gli uomini. L'unico soggetto che opera nelle due nature,
umana e divina, è l'unica persona del Verbo.32
Pertanto non è compatibile con la dottrina della Chiesa la teoria che
attribuisce un'attività salvifica al Logos come tale nella sua divinità,
che si eserciterebbe « oltre » e « al di là » dell'umanità di Cristo,
anche dopo l'incarnazione.33
11. Similmente, deve essere fermamente creduta la dottrina di fede
circa l'unicità dell'economia salvifica voluta da Dio Uno e Trino, alla
cui fonte e al cui centro c'è il mistero dell'incarnazione del Verbo,
mediatore della grazia divina sul piano della creazione e della redenzione
(cf. Col 1,15-20), ricapitolatore di ogni cosa (cf. Ef
1,10), «diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e
redenzione» (1 Cor 1,30). Infatti il mistero di Cristo ha una sua
intrinseca unità, che si estende dalla elezione eterna in Dio alla parusia:
«In lui [il Padre] ci ha scelti prima della creazione del mondo, per
essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1,4).
«In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo
il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà»
(Ef 1,11). «Poiché quelli che egli [il Padre] da sempre ha
conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del
Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi
che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha
anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm
8,29-30).
Il Magistero della Chiesa, fedele alla rivelazione divina, ribadisce che
Gesù Cristo è il mediatore e il redentore universale: «Il Verbo di Dio,
per mezzo del quale tutto è stato creato, è diventato egli stesso carne,
per operare, lui, l'uomo perfetto, la salvezza di tutti e la
ricapitolazione universale. Il Signore [...] è colui che il Padre ha
risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra,
costituendolo giudice dei vivi e dei morti».34 Questa
mediazione salvifica implica anche l'unicità del sacrificio redentore di
Cristo, sommo ed eterno Sacerdote (cf. Eb 6,20; 9,11; 10,12-14).
12. C'è anche chi prospetta l'ipotesi di una economia dello Spirito Santo
con un carattere più universale di quella del Verbo incarnato, crocifisso
e risorto. Anche questa affermazione è contraria alla fede cattolica, che,
invece, considera l'incarnazione salvifica del Verbo come evento
trinitario. Nel Nuovo Testamento il mistero di Gesù, Verbo incarnato,
costituisce il luogo della presenza dello Spirito Santo e il principio
della sua effusione all'umanità non solo nei tempi messianici (cf. At
2,32-36; Gv 7,39; 20,22; 1 Cor 15,45), ma anche in
quelli antecedenti alla sua venuta nella storia (cf. 1 Cor 10,4;
1 Pt 1,10-12).
Il Concilio Vaticano II ha richiamato alla coscienza di fede della Chiesa
questa verità fondamentale. Nell'esporre il piano salvifico del Padre
riguardo a tutta l'umanità, il Concilio connette strettamente sin dagli
inizi il mistero di Cristo con quello dello Spirito.35 Tutta
l'opera di edificazione della Chiesa, da parte di Gesù Cristo Capo, nel
corso dei secoli, è vista come una realizzazione che egli fa in comunione
col suo Spirito.36
Inoltre, l'azione salvifica di Gesù Cristo, con e per il suo Spirito, si
estende, oltre i confini visibili della Chiesa, a tutta l'umanità.
Parlando del mistero pasquale, nel quale Cristo già ora associa a sé
vitalmente nello Spirito il credente e gli dona la speranza della
risurrezione, il Concilio afferma: «E ciò non vale solamente per i
cristiani ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore
lavora invisibilmente la grazia. Cristo infatti è morto per tutti e la
vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina,
perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità
di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale».37
È chiaro, quindi, il legame tra il mistero salvifico del Verbo incarnato e
quello dello Spirito, che non fa che attuare l'influsso salvifico del
Figlio fatto uomo nella vita di tutti gli uomini, chiamati da Dio ad
un'unica mèta, sia che abbiano preceduto storicamente il Verbo fatto uomo,
sia che vivano dopo la sua venuta nella storia: di tutti loro è animatore
lo Spirito del Padre, che il Figlio dell'uomo dona liberalmente (cf. Gv
3,34).
Per questo il recente Magistero della Chiesa ha richiamato con fermezza e
chiarezza la verità di un'unica economia divina: «La presenza e l'attività
dello Spirito non toccano solo gli individui, ma anche la società e la
storia, i popoli, le culture, le religioni [...]. Il Cristo risorto opera
nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito [...]. È ancora lo
Spirito che sparge i “semi del Verbo”, presenti nei riti e nelle culture,
e li prepara a maturare in Cristo».38 Pur riconoscendo la
funzione storico-salvifica dello Spirito in tutto l'universo e nell'intera
storia dell'umanità,39 esso, tuttavia, ribadisce: «Questo
Spirito è lo stesso che ha operato nell'incarnazione, nella vita, morte e
risurrezione di Gesù e opera nella Chiesa. Non è, dunque, alternativo a
Cristo, né riempie una specie di vuoto, come talvolta si ipotizza esserci
tra Cristo e il Logos. Quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e
nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di
preparazione evangelica e non può non avere riferimento a Cristo, Verbo
fatto carne per l'azione dello Spirito, “per operare lui, l'Uomo perfetto,
la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale”».40
In conclusione, l'azione dello Spirito non si pone al di fuori o accanto a
quella di Cristo. Si tratta di una sola economia salvifica di Dio Uno e
Trino, realizzata nel mistero dell'incarnazione, morte e risurrezione del
Figlio di Dio, attuata con la cooperazione dello Spirito Santo ed estesa
nella sua portata salvifica all'intera umanità e all'universo: «Gli uomini
non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto
l'azione dello Spirito».41
III. UNICITÀ E UNIVERSALITÀ
DEL MISTERO SALVIFICO DI GESU CRISTO
13. È anche ricorrente la tesi che nega l'unicità e l'universalità
salvifica del mistero di Gesù Cristo. Questa posizione non ha alcun
fondamento biblico. Infatti, deve essere fermamente creduta, come
dato perenne della fede della Chiesa, la verità di Gesù Cristo, Figlio di
Dio, Signore e unico salvatore, che nel suo evento di incarnazione, morte
e risurrezione ha portato a compimento la storia della salvezza, che ha in
lui la sua pienezza e il suo centro.
Le testimonianze neotestamentarie lo attestano con chiarezza: «Il Padre ha
mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1 Gv 4,14); «Ecco
l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Nel suo discorso davanti al sinedrio, Pietro, per giustificare la
guarigione dell'uomo storpio fin dalla nascita, avvenuta nel nome di Gesù
(cf. At 3,1-8), proclama: «In nessun altro c'è salvezza; non vi è
infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale dobbiamo
essere salvati» (At 4,12). Lo stesso apostolo aggiunge inoltre che
Gesù Cristo «è il Signore di tutti»; «è il giudice dei vivi e dei morti
costituito da Dio»; per cui «chiunque crede in lui ottiene la remissione
dei peccati per mezzo del suo nome» (At 10,36.42.43).
Paolo, rivolgendosi alla comunità di Corinto, scrive: « In realtà anche se
ci sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono
molti dèi e signori, per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto
proviene, e noi siamo per lui; e c'è un solo Signore, Gesù Cristo, in
virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui » (1
Cor 8,5-6). Anche l'apostolo Giovanni afferma: « Dio infatti ha tanto
amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in
lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel
mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di
lui » (Gv 3,16-17). Nel Nuovo Testamento, la volontà salvifica
universale di Dio viene strettamente collegata all'unica mediazione di
Cristo: «[Dio] vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla
conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore
fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in
riscatto per tutti» (1 Tm 2,4-6).
È su questa coscienza del dono di salvezza unico e universale offerto dal
Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito (cf. Ef 1,3-14), che i
primi cristiani si rivolsero a Israele, mostrando il compimento della
salvezza che andava oltre la Legge, e affrontarono poi il mondo pagano di
allora, che aspirava alla salvezza attraverso una pluralità di dèi
salvatori. Questo patrimonio di fede è stato riproposto dal recente
Magistero della Chiesa: «Ecco, la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto
e risorto (cf. 2 Cor 5,15), dà all'uomo, mediante il suo Spirito,
luce e forza perché egli possa rispondere alla suprema sua vocazione; né è
dato in terra un altro nome agli uomini in cui possano salvarsi (cf. At
4,12). Crede ugualmente di trovare nel suo Signore e Maestro la
chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana».42
14. Deve essere, quindi, fermamente creduto come verità di fede
cattolica che la volontà salvifica universale di Dio Uno e Trino è offerta
e compiuta una volta per sempre nel mistero dell'incarnazione, morte e
risurrezione del Figlio di Dio.
Tenendo conto di questo dato di fede, la teologia oggi, meditando sulla
presenza di altre esperienze religiose e sul loro significato nel piano
salvifico di Dio, è invitata ad esplorare se e come anche figure ed
elementi positivi di altre religioni rientrino nel piano divino di
salvezza. In questo impegno di riflessione la ricerca teologica ha un
vasto campo di lavoro sotto la guida del Magistero della Chiesa. Il
Concilio Vaticano II, infatti, ha affermato che « l'unica mediazione del
Redentore non esclude, ma suscita nelle creature una varia cooperazione,
che è partecipazione dell'unica fonte ».43 È da approfondire il
contenuto di questa mediazione partecipata, che deve restare pur sempre
normata dal principio dell'unica mediazione di Cristo: «Se non sono
escluse mediazioni partecipate di vario tipo e ordine, esse tuttavia
attingono significato e valore unicamente da quella di Cristo e non
possono essere intese come parallele e complementari».44
Risulterebbero, tuttavia, contrarie alla fede cristiana e cattolica quelle
proposte di soluzione, che prospettassero un agire salvifico di Dio al di
fuori dell'unica mediazione di Cristo.
15. Non rare volte si propone di evitare in teologia termini come «
unicità », « universalità », « assolutezza », il cui uso darebbe
l'impressione di enfasi eccessiva circa il significato e il valore
dell'evento salvifico di Gesù Cristo nei confronti delle altre religioni.
In realtà, questo linguaggio esprime semplicemente la fedeltà al dato
rivelato, dal momento che costituisce uno sviluppo delle fonti stesse
della fede. Fin dall'inizio, infatti, la comunità dei credenti ha
riconosciuto a Gesù una valenza salvifica tale, che Lui solo, quale Figlio
di Dio fatto uomo, crocifisso e risorto, per missione ricevuta dal Padre e
nella potenza dello Spirito Santo, ha lo scopo di donare la rivelazione (cf.
Mt 11,27) e la vita divina (cf. Gv 1,12; 5,25-26; 17,2)
all'umanità intera e a ciascun uomo.
In questo senso si può e si deve dire che Gesù Cristo ha un significato e
un valore per il genere umano e la sua storia, singolare e unico, a lui
solo proprio, esclusivo, universale, assoluto. Gesù è, infatti, il Verbo
di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti. Raccogliendo questa coscienza
di fede, il Concilio Vaticano II insegna: «Infatti il Verbo di Dio, per
mezzo del quale tutto è stato creato, è diventato egli stesso carne, per
operare, lui l'uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione
universale. Il Signore è il fine della storia umana, “il punto focale dei
desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la
gioia d'ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni. Egli è colui che
il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra,
costituendolo giudice dei vivi e dei morti».45 «È proprio
questa singolarità unica di Cristo che a lui conferisce un significato
assoluto e universale, per cui, mentre è nella storia, è il centro e il
fine della stessa storia: “Io sono l'Alfa e l'Omega, il primo e l'ultimo,
il principio e la fine” (Ap 22,13)».46
IV. UNICITÀ E UNITÀ DELLA CHIESA
16. Il Signore Gesù, unico Salvatore, non stabilì una semplice comunità
di discepoli, ma costituì la Chiesa come mistero salvifico: Egli
stesso è nella Chiesa e la Chiesa è in Lui (cf. Gv 15,1ss.; Gal
3,28; Ef 4,15-16; At 9,5); perciò, la pienezza del
mistero salvifico di Cristo appartiene anche alla Chiesa, inseparabilmente
unita al suo Signore. Gesù Cristo, infatti, continua la sua presenza e la
sua opera di salvezza nella Chiesa ed attraverso la Chiesa (cf. Col
1,24-27),47 che è suo Corpo (cf. 1 Cor 12,
12-13.27; Col 1,18).48 E così come il capo e le membra
di un corpo vivo pur non identificandosi sono inseparabili, Cristo e la
Chiesa non possono essere confusi ma neanche separati, e costituiscono un
unico « Cristo totale ».49 Questa stessa inseparabilità viene
espressa nel Nuovo Testamento anche mediante l'analogia della Chiesa come
Sposa di Cristo (cf. 2 Cor 11,2; Ef 5,25-29; Ap
21,2.9).50
Perciò, in connessione con l'unicità e l'universalità della mediazione
salvifica di Gesù Cristo, deve essere fermamente creduta come
verità di fede cattolica l'unicità della Chiesa da lui fondata. Così come
c'è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola sua Sposa: « una
sola Chiesa cattolica e apostolica ».51 Inoltre, le promesse
del Signore di non abbandonare mai la sua Chiesa (cf. Mt 16,18;
28,20) e di guidarla con il suo Spirito (cf. Gv 16,13) comportano
che, secondo la fede cattolica, l'unicità e l'unità, come tutto quanto
appartiene all'integrità della Chiesa, non verranno mai a mancare.52
I fedeli sono tenuti a professare che esiste una continuità storica
— radicata nella successione apostolica53 — tra la Chiesa
fondata da Cristo e la Chiesa Cattolica: « È questa l'unica Chiesa di
Cristo [...] che il Salvatore nostro, dopo la risurrezione (cf. Gv
21,17), diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri apostoli
la diffusione e la guida (cf. Mt 28,18ss.); egli l'ha eretta per
sempre come colonna e fondamento della verità (cf. 1 Tm 3,15).
Questa Chiesa, costituita e organizzata in questo mondo come società,
sussiste [subsistit in] nella Chiesa Cattolica, governata dal
Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui ».54
Con l'espressione «subsistit in», il Concilio Vaticano II volle
armonizzare due affermazioni dottrinali: da un lato che la Chiesa di
Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere
pienamente soltanto nella Chiesa Cattolica, e dall'altro lato «
l'esistenza di numerosi elementi di santificazione e di verità al di fuori
della sua compagine »,55 ovvero nelle Chiese e Comunità
ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa Cattolica.56
Ma riguardo a queste ultime, bisogna affermare che « il loro valore deriva
dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è stata affidata
alla Chiesa Cattolica ».57
17. Esiste quindi un'unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa
Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione
con lui.58 Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione
con la Chiesa Cattolica, restano unite ad essa per mezzo di strettissimi
vincoli, quali la successione apostolica e la valida Eucaristia, sono vere
Chiese particolari.59 Perciò anche in queste Chiese è presente
e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la
Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del
Primato che, secondo il volere di Dio, il Vescovo di Roma oggettivamente
ha ed esercita su tutta la Chiesa.60
Invece le comunità ecclesiali che non hanno conservato l'Episcopato valido
e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico,61 non
sono Chiese in senso proprio; tuttavia i battezzati in queste comunità
sono dal Battesimo incorporati a Cristo e, perciò, sono in una certa
comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa.62 Il Battesimo
infatti di per sé tende al completo sviluppo della vita in Cristo mediante
l'integra professione di fede, l'Eucaristia e la piena comunione nella
Chiesa.63
« Non possono, quindi, i fedeli immaginarsi la Chiesa di Cristo come la
somma — differenziata ed in qualche modo unitaria insieme — delle Chiese e
Comunità ecclesiali; né hanno facoltà di pensare che la Chiesa di Cristo
oggi non esista più in alcun luogo e che, perciò, debba esser soltanto
oggetto di ricerca da parte di tutte le Chiese e comunità».64
Infatti «gli elementi di questa Chiesa già data esistono, congiunti nella
loro pienezza, nella Chiesa Cattolica e, senza tale pienezza, nelle altre
Comunità».65 «Perciò le stesse Chiese e comunità separate,
quantunque crediamo che abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza
non sono affatto spoglie di significato e di peso. Poiché lo Spirito di
Cristo non recusa di servirsi di esse come strumenti di salvezza, il cui
valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è
stata affidata alla Chiesa Cattolica».66
La mancanza di unità tra i cristiani è certamente una ferita per la
Chiesa; non nel senso di essere privata della sua unità, ma « in quanto la
divisione è ostacolo alla realizzazione piena della sua universalità nella
storia ».67
V. CHIESA, REGNO DI DIO E REGNO DI CRISTO
18. La missione della Chiesa è « di annunciare il regno di Cristo e di
Dio e di instaurarlo tra tutte le genti; di questo Regno essa costituisce
sulla terra il germe e l'inizio ».68 Da un lato, la Chiesa è «
sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità
del genere umano »;69 essa è quindi segno e strumento del
Regno: chiamata ad annunciarlo e ad instaurarlo. Dall'altro lato, la
Chiesa è il « popolo adunato dall'unità del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo »;70 essa è dunque « il regno di Cristo già
presente in mistero »,71 costituendone perciò il germe e
l'inizio. Il Regno di Dio ha infatti una dimensione escatologica: è
una realtà presente nel tempo, ma la sua piena realizzazione arriverà
soltanto col finire o compimento della storia.72
Dai testi biblici e dalle testimonianze patristiche, così come dai
documenti del Magistero della Chiesa, non si deducono significati univoci
per le espressioni Regno dei Cieli, Regno di Dio e Regno
di Cristo né del loro rapporto con la Chiesa, essa stessa mistero che
non può essere totalmente racchiuso in un concetto umano. Possono esistere
perciò diverse spiegazioni teologiche su questi argomenti. Tuttavia,
nessuna di queste possibili spiegazioni può negare o svuotare in alcun
modo l'intima connessione tra Cristo, il Regno e la Chiesa. Infatti, « il
regno di Dio, che conosciamo dalla Rivelazione, non può essere disgiunto
né da Cristo né dalla Chiesa... Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha
più il regno di Dio da lui rivelato e si finisce per distorcere sia il
senso del Regno, che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente
umano o ideologico, sia l'identità di Cristo, che non appare più il
Signore, a cui tutto deve essere sottomesso (cf. 1 Cor 15,27).
Parimenti, non si può disgiungere il Regno dalla Chiesa. Certo, questa non
è fine a se stessa, essendo ordinata al Regno di Dio, di cui è germe,
segno e strumento. Ma, mentre si distingue dal Cristo e dal Regno, la
Chiesa è indissolubilmente unita a entrambi ».73
19. Affermare l'inscindibile rapporto tra Chiesa e Regno non significa
però dimenticare che il Regno di Dio, anche se considerato nella sua fase
storica, non si identifica con la Chiesa nella sua realtà visibile e
sociale. Infatti, non si deve escludere « l'opera di Cristo e dello
Spirito fuori dei confini visibili della Chiesa ».74 Perciò si
deve tener anche conto che « il Regno riguarda tutti: le persone, la
società, il mondo intero. Lavorare per il Regno vuol dire riconoscere e
favorire il dinamismo divino, che è presente nella storia umana e la
trasforma. Costruire il Regno vuol dire lavorare per la liberazione dal
male in tutte le sue forme. In sintesi, il regno di Dio è la
manifestazione e l'attuazione del suo disegno di salvezza in tutta la sua
pienezza ».75
Nel considerare i rapporti tra Regno di Dio, Regno di Cristo e Chiesa è
comunque necessario evitare accentuazioni unilaterali, come è il caso di
quelle « concezioni che di proposito pongono l'accento sul Regno e si
qualificano come “regnocentriche”, le quali danno risalto all'immagine di
una Chiesa che non pensa a se stessa, ma è tutta occupata a testimoniare e
a servire il Regno. È una “Chiesa per gli altri”, si dice, come Cristo è
l'“uomo per gli altri” [...]. Accanto ad aspetti positivi, queste
concezioni ne rivelano spesso di negativi. Anzitutto, passano sotto
silenzio Cristo: il Regno, di cui parlano, si fonda su un “teocentrismo”,
perché — dicono — Cristo non può essere compreso da chi non ha la fede
cristiana, mentre popoli, culture e religioni diverse si possono ritrovare
nell'unica realtà divina, quale che sia il suo nome. Per lo stesso motivo
esse privilegiano il mistero della creazione, che si riflette nella
diversità delle culture e credenze ma tacciono sul mistero della
redenzione. Inoltre, il Regno, quale essi lo intendono, finisce con
l'emarginare o sottovalutare la Chiesa, per reazione a un supposto «
ecclesiocentrismo » del passato e perché considerano la Chiesa stessa solo
un segno, non privo peraltro di ambiguità ».76 Queste tesi sono
contrarie alla fede cattolica, perché negano l'unicità del rapporto che
Cristo e la Chiesa hanno con il Regno di Dio.
VI. LA CHIESA E LE RELIGIONI
IN RAPPORTO ALLA SALVEZZA
20. Da quanto è stato sopra ricordato, derivano anche alcuni punti
necessari per il tracciato che la riflessione teologica deve percorrere
per approfondire il rapporto della Chiesa e delle religioni con la
salvezza.
Innanzitutto, deve essere fermamente creduto che la « Chiesa
pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo è il
mediatore e la via della salvezza; ed egli si rende presente a noi nel suo
Corpo che è la Chiesa. Ora Cristo, sottolineando a parole esplicite la
necessità della fede e del battesimo (cf. Mc 16,16; Gv 3,5),
ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini
entrano per il battesimo come per una porta ».77 Questa
dottrina non va contrapposta alla volontà salvifica universale di Dio (cf.
1 Tm 2,4); perciò « è necessario tener congiunte queste due verità,
cioè la reale possibilità della salvezza in Cristo per tutti gli uomini e
la necessità della Chiesa in ordine a tale salvezza ».78
La Chiesa è « sacramento universale di salvezza »79 perché,
sempre unita in modo misterioso e subordinata a Gesù Cristo Salvatore, suo
Capo, nel disegno di Dio ha un'imprescindibile relazione con la salvezza
di ogni uomo.80 Per coloro i quali non sono formalmente e
visibilmente membri della Chiesa, « la salvezza di Cristo è accessibile in
virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la
Chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo
adeguato alla loro situazione interiore e ambientale. Questa grazia
proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo
Spirito Santo ».81 Essa ha un rapporto con la Chiesa, la quale
«trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito
Santo, secondo il disegno di Dio Padre».82
21. Circa il modo in cui la grazia salvifica di Dio, che è sempre
donata per mezzo di Cristo nello Spirito ed ha un misterioso rapporto con
la Chiesa, arriva ai singoli non cristiani, il Concilio Vaticano II si
limitò ad affermare che Dio la dona «attraverso vie a lui note».83
La teologia sta cercando di approfondire questo argomento. Tale lavoro
teologico va incoraggiato, perché è senza dubbio utile alla crescita della
comprensione dei disegni salvifici di Dio e delle vie della loro
realizzazione. Tuttavia, da quanto fin qui è stato ricordato sulla
mediazione di Gesù Cristo e sulla «relazione singolare e unica»84
che la Chiesa ha con il Regno di Dio tra gli uomini, che in sostanza è il
Regno di Cristo salvatore universale, è chiaro che sarebbe contrario alla
fede cattolica considerare la Chiesa come una via di salvezza
accanto a quelle costituite dalle altre religioni, le quali sarebbero
complementari alla Chiesa, anzi sostanzialmente equivalenti ad essa, pur
se convergenti con questa verso il Regno di Dio escatologico.
Certamente, le varie tradizioni religiose contengono e offrono elementi di
religiosità, che procedono da Dio,85 e che fanno parte di
«quanto opera lo Spirito nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli,
nelle culture e nelle religioni».86 Di fatto alcune preghiere e
alcuni riti delle altre religioni possono assumere un ruolo di
preparazione evangelica, in quanto sono occasioni o pedagogie in cui i
cuori degli uomini sono stimolati ad aprirsi all'azione di Dio.87
Ad essi tuttavia non può essere attribuita l'origine divina e l'efficacia
salvifica ex opere operato, che è propria dei sacramenti cristiani.88
D'altronde non si può ignorare che altri riti, in quanto dipendenti da
superstizioni o da altri errori (cf. 1 Cor 10,20-21), costituiscono
piuttosto un ostacolo per la salvezza.89
22. Con la venuta di Gesù Cristo salvatore, Dio ha voluto che la Chiesa
da Lui fondata fosse lo strumento per la salvezza di tutta
l'umanità (cf. At 17,30-31).90 Questa verità di fede
niente toglie al fatto che la Chiesa consideri le religioni del mondo con
sincero rispetto, ma nel contempo esclude radicalmente quella mentalità
indifferentista « improntata a un relativismo religioso che porta a
ritenere che “una religione vale l'altra” ».91 Se è vero che i
seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, è pure
certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente
deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la
pienezza dei mezzi salvifici.92 Tuttavia occorre ricordare « a
tutti i figli della Chiesa che la loro particolare condizione non va
ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; se non vi
corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si
salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati ».93 Si
comprende quindi che, seguendo il mandato del Signore (cf. Mt
28,19-20) e come esigenza dell'amore a tutti gli uomini, la Chiesa «
annuncia, ed è tenuta ad annunciare, incessantemente Cristo che è “la via,
la verità e la vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini trovano la
pienezza della vita religiosa e nel quale Dio ha riconciliato a sé tutte
le cose ».94
La missione ad gentes anche nel dialogo interreligioso « conserva
in pieno, oggi come sempre, la sua validità e necessità ».95 In
effetti, « Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla
conoscenza della verità” (1 Tm 2,4): vuole la salvezza di tutti
attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità.
Coloro che obbediscono alla mozione dello Spirito di verità sono già sul
cammino della salvezza; ma la Chiesa, alla quale questa verità è stata
affidata, deve andare incontro al loro desiderio offrendola loro. Proprio
perché crede al disegno universale di salvezza, la Chiesa deve essere
missionaria ».96 Il dialogo perciò, pur facendo parte della
missione evangelizzatrice, è solo una delle azioni della Chiesa nella sua
missione ad gentes.97 La parità, che è
presupposto del dialogo, si riferisce alla pari dignità personale delle
parti, non ai contenuti dottrinali né tanto meno a Gesù Cristo, che è Dio
stesso fatto Uomo, in confronto con i fondatori delle altre religioni. La
Chiesa infatti, guidata dalla carità e dal rispetto della libertà,98
dev'essere impegnata primariamente ad annunciare a tutti gli uomini la
verità, definitivamente rivelata dal Signore, ed a proclamare la necessità
della conversione a Gesù Cristo e dell'adesione alla Chiesa attraverso il
Battesimo e gli altri sacramenti, per partecipare in modo pieno alla
comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. D'altronde la certezza
della volontà salvifica universale di Dio non allenta, ma aumenta il
dovere e l'urgenza dell'annuncio della salvezza e della conversione al
Signore Gesù Cristo.
CONCLUSIONE
23. La presente Dichiarazione, nel riproporre e chiarire alcune verità di
fede, ha inteso seguire l'esempio dell'Apostolo Paolo ai fedeli di
Corinto: « Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho
ricevuto » (1 Cor 15,3). Di fronte ad alcune proposte problematiche
o anche erronee, la riflessione teologica è chiamata a riconfermare la
fede della Chiesa e a dare ragione della sua speranza in modo convincente
ed efficace.
I Padri del Concilio Vaticano II, trattando il tema della vera religione,
affermarono: « Noi crediamo che questa unica vera religione sussiste nella
Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato il
compito di diffonderla tra tutti gli uomini, dicendo agli apostoli:
“Andate dunque, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare
tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). E tutti quanti gli
uomini sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che riguarda
Dio e la sua Chiesa e, una volta conosciuta, ad abbracciarla e custodirla
».99
La rivelazione di Cristo continuerà ad essere nella storia « la vera
stella di orientamento » 100 dell'umanità intera: « La Verità,
che è Cristo, si impone come autorità universale ». 101 Il
mistero cristiano, infatti, supera ogni barriera di tempo e di spazio e
realizza l'unità della famiglia umana: « Da diversi luoghi e tradizioni
tutti sono chiamati in Cristo a partecipare all'unità della famiglia dei
figli di Dio [...]. Gesù abbatte i muri di divisione e realizza
l'unificazione in modo originale e supremo mediante la partecipazione al
suo mistero. Questa unità è talmente profonda che la Chiesa può dire con
san Paolo: “Non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei
santi e familiari di Dio” (Ef 2,19) ». 102
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell'Udienza concessa il giorno 16
giugno 2000 al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per la
Dottrina della Fede, con certa scienza e con la sua autorità apostolica ha
ratificato e confermato questa Dichiarazione, decisa nella Sessione
Plenaria, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Dato a Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede,
il 6 agosto 2000, nella Festa della Trasfigurazione del Signore.
Joseph
Card.
Ratzinger
Prefetto