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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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Perché
quelli di al Qaida sono attacchi “anticristiani |
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di Carlo Panella |
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del 21\7\2005 |
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fonte:
Il Foglio |
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qui dal
22/07/2005 |
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Da anni, da prima
dell’11/9, tutte le tv del mondo mandano in onda uno “spot” di al Qaida
che dimostra la vocazione anticristiana del terrorismo islamico. E’ un
servizio sull’addestramento dei mujaheddin identico nella sua struttura a
quelli delle forze di polizia. Si vedono mujaheddin incappucciati che
marciano, che combattono a mani nude, che pendono da sbarre ginniche. Si
vede anche il classico artefatto di tutti gli spot di tutte le polizie del
mondo: l’irruzione armata in una casa. L’incappucciato calcia il portone
mentre i due suoi colleghi si appiattiscono a fianco degli stipiti, le
identiche movenze, gli stessi gesti sincopati per entrare poi in una
stanza dalla porta chiusa, infine gli spari.
La differenza con gli
altri filmati – mille volte abbiamo visto questa scena a illustrare azioni
antimafia – è l’obiettivo finale contro cui gli incappucciati sparano. Non
è un qualsiasi bersaglio: è una croce, una riconoscibile croce latina, una
croce cristiana. I militanti di al Qaida si allenano – e ci tengono a
farlo sapere – sparando a croci cristiane. Non è malignità sospettare che
il gesto blasfemo non sia stato spiegato agli spettatori di tutto il mondo
in omaggio a una visione “politically correct”.
Il vero problema, però, è che questo odio per la croce, non è solo di al
Qaida, non è legato solo all’odio per i “crociati” di cui è infarcita la
fatwa del 1998 di Osama bin Laden che lancia il Jihad.
Il problema vero è che
l’odio per i cristiani, odio religioso, politico, radicale, è uno dei
tanti fondamentali ponti teologici che collegano una parte dell’islam
cosiddetto moderato al terrorismo islamico.
Il problema vero è che
questo odio anticristiano – come quello antiebraico – è uno dei tanti
veicoli dell’ampio consenso che il terrorismo islamico riscontra nella
umma musulmana.
La polemica sulla scomparsa della definizione quale “anticristiani” degli
attentati
di Londra, nelle due prime versioni del comunicato del pontefice, è chiusa
e vale quel
che la Santa Sede, in particolare il cardinale Angelo Sodano, ha chiarito
al riguardo.
Ma basta seguire il
dibattito interno all’episcopato che agisce nelle aree a egemonia
musulmana per rendersi conto che oggi la Chiesa è cosciente che sta
montando in una
parte non marginale del mondo dell’islam, non fra i terroristi, ma nella
normale predicazione musulmana, soprattutto in Asia, un atteggiamento
anticristiano.
Basta seguire la cronaca
– a proposito di scontro di civiltà – per accorgersi che il 23 aprile
scorso 40 cristiani pachistani – lavoratori immigrati, donne e bambini –
sono stati schiaffati in prigione a Riad dopo un’irruzione della polizia
saudita nella sala in cui stavano celebrando messa. Una notizia da prima
pagina, ignorata dalla stampa, che dà per scontato il diritto dell’Arabia
Saudita di incarcerare chiunque osi celebrare messa, voglia indossare un
crocefisso al collo, preghi Cristo, anche nel chiuso della sua abitazione
(il culto cristiano è tollerato in Arabia Saudita solo nelle ambasciate e
nei locali che godono di extraterritorialità).
Basta ricordarsi che nel
1984 gli avvocati musulmani del Pakistan scioperarono per protestare
contro la “blasphemy law” emanata dal governo di Zia ul Haq, in base alla
quale può, ancora oggi, essere arrestato chiunque affermi in pubblico –
fuori dal luogo di culto – che “Cristo è figlio di Dio”, per il reato di
shirk, il più grave dell’islam: il politeismo.
Basta ricordarsi – lo fa
solo l’agenzia Fides – il suicidio con un colpo di pistola in bocca del
vescovo di Faisalabad, Pakistan, John Joseph, avvenuto il 7 maggio 1998
davanti al tribunale che aveva condannato a morte il cristiano Ayub Maish.
Condanna emessa sulla base della “blasphemy law”, per chi “insulti,
ridicolizzi o dissacri prestigiose figure religiose”. Il cristiano
condannato (in seguito allo scandalo del suicidio del vescovo la pena è
stata commutata in ergastolo) aveva osato criticare la fatwa di Khomeini
che incitava a uccidere Salman Rushdie.
Basta leggere le parole
pronunciate in Vaticano, in apertura del sinodo dei vescovi dell’Asia, il
28 aprile 1998, pochi giorni prima di questo suicidio, da Joseph Coutts,
vescovo pachistano di Hyderabad: “Se da un lato occorre continuare il
dialogo con l’islam, in uno spirito d’amore e comprensione cristiani,
dall’altro non dobbiamo aver paura di parlare apertamente e di condannare
la crescente marea dell’islam intollerante, militante e oppressivo. I
mujaheddin di bin Laden, nel loro filmato “promozionale”, si addestrano a
sparare contro una croce latina, una croce oppressiva, che sta facendo
soffrire le Chiese asiatiche. L’atteggiamento predominante nei paesi
islamici è quello di considerare i cristiani dei “dhimmi”, dei soggiogati,
dei traditori. L’islam non può e non deve essere messo nelle stessa
categoria dell’induismo, del buddismo, dello shintoismo. L’islam è molto
differente. E’ una forza politico-religiosa con tendenze espansionistiche,
che hanno conseguenze gravi per la Chiesa cattolica in Asia. C’è una
crescente militanza e intolleranza da parte dell’islam”.
Basta pensare alle
decine di cristiani uccisi e alle centinaia di feriti negli attentati
contro chiese e scuole religiose in Pakistan dal 2001 a oggi a Bahawalpur,
Slanpinagor, Quetta, Islamabad, Murree, Maxila, Karachi, Chuyyanwali.
Basta ricordare che decine di musulmani che si sono convertiti al
cristianesimo copto
stanno marcendo nelle prigioni del moderato Egitto, accusati di apostasia,
per aver infranto il divieto coranico di lasciare l’islam.
Il terrorismo anticristiano di al Qaida, dunque, s’innesca su un islam
anticristiano
che si sta espandendo in molti paesi musulmani, su piani diversi, non solo
del terrore
armato, ma anche e soprattutto del terrore civile, della persecuzione
giudiziaria, dell’intimidazione, del divieto a praticare la fede
cristiana. Non solo da parte di organizzazioni, ma addirittura di Stati.
Fenomeni legati l’uno all’altro, tutti e due dipendenti dalla medesima
matrice teologica, che risale al teologo del XIII° secolo Ibn Taymmyya e
alla sua influenza sul più vivace ed espansivo islam sunnita
contemporaneo, quello wahabita – o salafita – dell’Arabia Saudita.
Chi cerca oggi – per ozioso vizio complottista – un Grande vecchio del
terrorismo
islamico, e del fondamentalismo che lo nutre, deve solo accontentarsi di
guardare a
questo filosofo di 700 anni fa, perché è lui il principale ispiratore di
Abd Al Wahab, nato nel 1703 in un’oasi del Neged e morto nel 1792,
fondatore della setta musulmana che nel 1744 Muhammad Ibn Saud incrocia
con i destini della sua dinastia. Una setta dogmatica, quella dei wahabiti
– o meglio, salafiti – priva di grande spessore culturale, senza figure di
rilievo teologico, ai margini del dibattito religioso musulmano, su cui
però, per capriccio della storia, si riversa a partire dal 1939 e poi a
cascata dal 1973 la manna dei miliardi dei petrodollari dell’oro nero
saudita. Il proselitismo saudita diventa parossistico nella seconda metà
del 900. Si parla di 15 mila nuove moschee wahabite fondate nel mondo, si
verifica la penetrazione del wahabismo in Pakistan, India, Afghanistan (i
Talebani sono wahabiti come Osama bin Laden e al Zarqawi), Palestina,
Sudan, Somalia, Cecenia e in Europa. Non solo in Albania e Bosnia, ma
anche nel Londonistan e in tutte le metropoli.
Tra i tratti
fondamentali del wahabismo vi è anche l’iconoclastia, l’odio per le
immagini dei santi, del Cristo e della Madonna, così come degli imam
sciiti, loro nemici mortali (da qui le stragi di sciiti organizzate da
Zarqawi in Iraq e da al Qaida in Pakistan e Afghanistan).
Lo straordinario proselitismo wahabita allarga a macchia d’olio la
componente anticristiana – e antiebraica – di tanta parte dell’islam
contemporaneo, rafforzata da un
dato storico: la proibizione di Omar, secondo califfo succeduto a
Maometto, di esercitare altri culti nella penisola arabica. Interdizione
inizialmente limitata all’Hjaz – il regno in cui si trovano la Mecca e la
Medina – e poi estesa dal 1932 da Abdulaziz ibn Saud in tutto il nuovo
regno: l’Arabia Saudita.
L’insegnamento di ibn Taymmiyya (ispiratore non solo del wahabismo, ma
anche di tutto il fondamentalismo sunnita, inclusi i Fratelli musulmani)
ripropone la necessità del ritorno a un’osservazione meccanica, fedele,
concreta della sharia, della legislazione coranica quale è stata
codificata dalla scuola hanbalita, la più formale, dogmatica, prescrittiva.
Ibn Taymmiyya ritiene che sia indispensabile alzare il livello di
attenzione della umma nei confronti della apostasia, impedire che i nemici
della fede, cristiani ed ebrei, i dhimmi (costretti nella società
musulmana classica, fino al 1839, a pagare una “tassa di
sottomissione”, la jiza), si possano introdurre nella comunità dell’islam.
Ibn Taymmiyya dà concreta ed entusiasta forma a questa indicazione e si
impegna in
una campagna per ottenere la condanna a morte di un cristiano accusato di
apostasia.
Ma scrive le sue pagine più resistenti all’usura del tempo là dove –
sempre attraverso
la chiave di lettura dell’apostasia – tenta di ricomporre la coscienza del
musulmano nel
suo compito, nel suo alveo primario: il rifiuto della società dominata
dagli idoli che ha
mosso la coscienza di Maometto e l’ha fatta degna della fiducia della voce
di Dio. Il rifiuto del governo idolatrico mascherato da finto governo
musulmano, la ricerca dell’apostasia nella finta ortodossia musulmana
(l’ambasciatore egiziano sgozzato recentemente in Iraq è definito
“apostata” dai suoi assassini, come Sadat, ucciso nel 1981), queste sono
le ossessioni di ibn Taymmiyya, che in questo “peccato” cerca la
spiegazione dell’inspiegabile tramonto dell’egemonia araba,
definitivamente travolta nel 1258 dall’invasione mongola.
Ibn Taymmiyya diventa
così il teorico della rivolta del musulmano contro il “finto governo
musulmano”, che in realtà è il governo del “faraone”, infestato dai
cristiani
e dagli ebrei mosaici. Il suo violento odio contro i dhimmi cristiani ed
ebrei, la
sua contrarietà non solo alla costruzione, ma addirittura alla
manutenzione di chiese e sinagoghe traspaiono già dai titoli di alcune sue
opere: “Il Libro della Risposta ai cristiani”, “Il problema delle Chiese”,
“La Vera Risposta a colui che cambiò la religione del Cristo”, “La
vergogna delle genti del Vangelo”, “Allontanarsi dai popoli della Geenna”.
Le persecuzioni degli ultimi anni dei cristiani in Pakistan, così come
l’ideologia portante
di Osama bin Laden, di al Qaida e dei Talebani (che abbatterono le statue
di Budda
in omaggio all’iconoclastia wahabita) non possono essere comprese se non
si conosce
l’influenza che ha sulle madrasse pachistane, sulla concezione dell’islam
radicata negli
anni 80 e 90 in Pakistan e Afghanistan da un altro seguace di ibn
Taymmiyya – non
wahabita – Abu Ala al Mawdudi, che col suo movimento Jamaa e Islami punta
a una
esplicita, rivendicata, sottomissione dei cristiani e degli ebrei ai
musulmani, secondo il
modello della dhimma, della “cittadinanza di seconda classe”, che sempre
il secondo
califfo, Omar, canonizzò a partire dal 640 d.C., otto anni dopo la morte
di Maometto.
Youssef M. Choueiri,
eccellente islamista, così riassume la concezione dello Stato
dell’ideologo del Pakistan contemporaneo (il dittatore Zia ul Haq riformò
dall’alto dopo il 1978 il Pakistan, secondo le sue direttive integraliste;
una sorta di rivoluzione khomeinista elitaria): “Secondo al Mawdudi il
pluralismo politico e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla
legge sono contrari all’essenza stessa dell’islam. Lo Stato islamico è
innanzitutto un’entità ideologica; solo coloro che aderiscono ai suoi
principi dottrinali possono essere considerati cittadini di prima classe.
A tutti gli altri, fintanto che restano ‘leali e obbedienti’, sono
riconosciuti diritti particolari di cittadini di seconda classe. In uno
Stato islamico vivono fianco a fianco due categorie di cittadini: i
musulmani e i non musulmani (dhimmi). I posti chiave dello Stato, siano
essi legislativi, esecutivi giudiziari o militari, sono appannaggio
esclusivo della prima categoria. (…) I non musulmani godono della
protezione dello Stato purché paghino una speciale tassa detta ‘jiza’.
Questa tassa è allo stesso tempo espressione di lealtà politica e una
forma di monetizzazione per l’esenzione dal servizio militare. Da un lato
dunque le distinzioni di razza, colore, nazionalità, territorio e lingua
sono giudicate barbare e pagane, dall’altro la classificazione dei
cittadini in due classi è esaltata come ‘la soluzione più giusta per
consentire la coesistenza fra musulmani e chi è estraneo alla religione di
Allah’”.
Nonostante decenni di
dialogo interreligioso, dunque, si afferma sempre più in una parte non
marginale della umma islamica, una visione egemonica, dittatoriale, anche
nei confronti delle altre religioni del Libro, un ritorno alla dhimma
medioevale, alla
“sottomissione” delle religioni cristiana ed ebraica, riconosciute, ma
tollerate solo in
posizione di subordinazione. Un ritorno eccitato dalla frustrazione di un
mondo musulmano che si crogiola nella autocommiserazione e nell’invidia
per il progresso materiale e i successi politici degli odiati cristiani
occidentali e ancor più dei vittoriosi ebrei israeliti. La dhimma si è
imposta così di nuovo dal 1979 in poi in Iran, dopo la rivoluzione
islamica, per via legislativa. Oltre alla censura a cui sono sottoposti
tutti i libri di religione, che devono avere il “nulla osta” del ministero
della Cultura, sono sbarrate ai non musulmani tutte le professioni che
riguardano in qualche modo, anche in senso lato, l’assetto politico della
pòlis musulmana (insegnante universitario, magistrato, dirigente
dell’amministrazione pubblica, ufficiale).
I nuovi dhimmi, infatti, per percorrerle, sono tenuti a superare un esame
di teologia
islamica talmente rigoroso che nessuno lo supera e che quindi funge per
loro da diga
assoluta. A queste, si sommano poi infinite discriminazioni amministrative
nell’assegnazione di case popolari, avanzamenti di carriera e altro, con
l’aggiunta di gravi discriminazioni nel diritto penale.
Un esempio:
l’omosessualità di un non musulmano può essere punita con la morte, quella
di un musulmano può essere punita, al massimo, con un consistente numero
di frustate.
E’ noto il conflitto che ha prodotto in Sudan due milioni di morti
(secondo Amnesty;
secondo altre fonti 500 mila), da quando nell’83 è stata introdotta la
sharia anche
nel sud cristiano e animista che si è rivoltato.
Sono recenti gli scontri interreligiosi nei 13 Stati del nord della
Nigeria che hanno
introdotto la sharia e che pretendono di imporla anche ai dhimmi
cristiani.
Meno noto è il peso
crescente che ha sul fondamentalismo islamico l’insegnamento di Sayyd Qutb
in campo sunnita e dell’ayatollah Fadlallah, leader di Hezbollah libanese,
in
campo sciita. Il primo arriva a ritenere necessario reintrodurre una tassa
di sottomissione, naturalmente in forma moderna, e che – come in Iran –
debbano essere interdette a cristiani ed ebrei (e zoroastriani) le
responsabilità giudiziarie e quelle politiche di comando. Lo sheikh
Mohammed Hussein Fadlallah – leader spirituale del
potente Hezbollah libanese – è un po’ più sofisticato di Qutb e punta
sull’umiliazione
e sul “riconoscimento formale, espresso i pubblico, da parte dei cristiani
e degli ebrei” della superiorità della religione musulmana. Per l’uno come
è per l’altro, i libri che mettono in discussione i fondamenti dell’islam
vanno proibiti.
Il ruolo della Chiesa
Questa è la radice, il
sostrato cultural-religioso su cui si regge l’anticristianesimo – e
l’antiebraismo – delle organizzazioni terroristiche musulmane. Sino a oggi
le chiese
cristiane hanno subito questa iniziativa. La scelta di Giovanni Paolo II,
pur a fronte di
denunce precise, specifiche, forti, come quelle avanzate nel sinodo dei
vescovi asiatici
del ’98, di fronte al martirio di tanti cristiani per mano musulmana – e
non solo di
terroristi – di fronte allo scandalo del suicidio di un suo vescovo per
protestare contro
la persecuzione dei cristiani in Pakistan, di fronte ai tanti morti
cristiani della guerra
civile e religiosa in Sudan (in cui indubbiamente erano presenti anche
elementi diversi,
etnici), è stata quella di smorzare i toni.
La sua preoccupazione principale è stata di evitare ogni sovrapposizione
tra l’iniziativa
politica dell’occidente – incarnata prima nella guerra di liberazione del
Kuwait voluta
dall’Onu e poi in Iraqi Freedom voluta da George W. Bush – con quella
della Chiesa
cattolica. La volontà di Papa Wojtyla è stata dunque quella di fare di
tutto, anche pagando costi alti, per impedire che l’ampia platea –
moderata – dei musulmani, potesse
pensare che la Chiesa si fa proteggere da Stati visti come “cristiani”,
anche se tali
non sono più da secoli. Peggio ancora, dalle armi americane. Scelta,
probabilmente, lungimirante.
Ma, forse, il condizionale è d’obbligo – così come il più totale rispetto
per una scelta difficile – dietro il piccolo giallo della definizione del
comunicato della Santa Sede degli attentati di Londra come
“anticristiani”, poi ritirata e modificata, si cela il tormento di un
drammatico ripensamento della strategia ecclesiale. |