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Quando, adolescente, ho sentito parlare per la prima volta di odio arabo per gli ebrei, di antisemitismo arabo, ho pensato che fosse colpa dell’Europa, che fosse colpa nostra. Un’altra colpa di noi ricchi, nei confronti dei “poveri”. Ho creduto che tutto quell’odio arabo fosse iniziato perché noi europei abbiamo sbolognato – sì proprio un termine così, che sa di chi bara con la storia – un problema vergognoso ai nostri vicini. Imbarazzati della nostra colpa, incapaci di risolvere il problema della convivenza con gli ebrei, l’abbiamo scaricata sui primi che ci capitavano a tiro. Forti della nostra forza. E’ uno schema convincente. Tanto convincente che c’è stata una fase della mia vita in cui ho seriamente creduto all’idea blasfema che i palestinesi fossero diventati “i nuovi ebrei”. Ho persino pensato, con la mia generazione, che in fondo gli ebrei avessero una “colpa” per aver costruito Israele, quasi ne dovessero chiedere scusa. Più avanti, ho trovato questo stesso mio ragionamento adolescenziale a reggere il fondo di prima pagina di una grande intellettuale. La nota e matura commentatrice sostanzialmente invitava gli ebrei a chiedere scusa per esistere, e sono rabbrividito. Da tempo, infatti, qualcosa aveva iniziato a stonare e per anni ho lavorato, ho scavato molto su questo antisemitismo arabo e islamico. Anticipo la conclusione: non è vero nulla. Gli arabi e i musulmani sono antisemiti da sempre, per conto loro. L’Europa non c’entra per niente. Non è vero che gli arabi sono diventati antisemiti per reagire allo “scandalo” della nascita dello Stato di Israele. E’ vero, semmai, l’opposto: il rifiuto arabo e islamico dello Stato di Israele, sin dall’inizio, dal 1917, si basa su un più che millenario rifiuto antisemita di matrice religiosa. Non è vero che l’Europa ha esportato nei paesi islamici il suo antisemitismo, ma è vero l’opposto: l’Europa cristiana, indubbiamente antisemita, ha importato dall’islam il terzo asse concettuale antisemita: la teoria del complotto islamico sotto le vesti dell’“apostasia”.
Non è
vero che l’antisemitismo dei giovani arabi nati in Europa è oggi una
reazione alla politica dei governi israeliani, è vero l’opposto:
l’antisemitismo è implicito nella predicazione islamica che domina nelle
moschee europee. Aggravato, non creato, dalla polemica antisraeliana. E’
un punto essenziale questo: le ondate di antisemitismo che stanno
rioccupando l’Europa – la Francia innanzitutto – hanno la loro origine
profonda ben più nella predicazione coranica antisemita delle moschee
europee, che nella politica di Ariel Sharon. Soprattutto, ho capito che
questo antisemitismo dichiarato, gridato, fideistico è scritto a chiare,
chiarissime lettere, nei discorsi di grandi leader, ideologi e teologi
arabi e musulmani contemporanei. Non tutti, naturalmente, ma i più
importanti. Ho capito cioè che le scuole islamiche oggi egemoni in Egitto,
Iran, Arabia Saudita, Pakistan, Sudan, Libano, Palestina e in buona parte
del Golfo, apertamente sostengono un fiero antisemitismo religioso. Che
tutti questi musulmani fanno risalire questo loro antisemitismo al Corano,
alla esperienza terrena di Maometto, alla Tradizione musulmana. Non sono
io a sostenere che Maometto chiama gli ebrei “porci e maiali”, che ne ha
sterminati 650, a freddo, alla Medina – i Banu Quraizah – perché avevano
“tradito” la sua pòlis musulmana e che da quel tradimento si radica
nell’islam la credenza del “complotto ebraico”; che li accusa di avere
travisato nella Bibbia la parola di Dio, di essere per natura, traditori.
Non sono opinioni personali. Sono dogmi per i grandi ideologi e politici
musulmani del secolo scorso: Ruhollah Khomeini; Abu Ala al Mawdudi; Hassan
al Banna; Sayyid Qutb; Abdul Aziz Ibn Saud Mohammed Hussein Fadlallah,
leader di Hezbollah. Sono interpretazioni coraniche dei maestri
dell’Università di al Azhar, la più illustre e antica per il mondo sunnita.
Sono insomma l’asse portante del pensiero di leader e intellettuali, oggi
egemoni culturalmente e politicamente in una parte determinante dei paesi
arabi e dell’islam. Sono dogmi espressi già ben prima del 1948, prima che
Israele nascesse, quando ancora il sionismo veniva considerato un miraggio
irraggiungibile di pochi pionieri, anche in ambito ebraico europeo. Lo
dimostra l’immagine degli ebrei che Hamza Roberto Piccardo, leader dell’Ucoii,
la più grande organizzazione musulmana in Italia, delinea nel suo commento
al Corano: “Ebrei e cristiani adoperavano contro i musulmani false
conversioni seguite da clamorose apostasie per confondere le menti dei
musulmani meno dotati intellettualmente e con fede ancora incerta”. E
ancora: “Nella loro prassi commerciale, gli ebrei consideravano, e tuttora
considerano, del tutto lecito l’inganno e la truffa nei confronti dei non
ebrei”. E poi: “E’ grazie a queste falsificazioni che la gran parte del
popolo di Israele è diventata il campione di quella doppiezza morale in
base alla quale nei confronti dei non ebrei è accettabile e impunita
qualsiasi nefandezza, mentre la rettitudine morale è un obbligo soltanto
verso i correligionari”. E ancora: “Ai figli di Israele, i quali sapevano
bene che la missione di cui Muhammad era stato incaricato era davvero
profetica, ma non lo volevano ammettere per ragioni razziali e di potere”.
E ancora: “Rinnegando i tesori dello spirito in cambio delle ricchezze di
questo mondo, i figli di Israele fecero una scelta miope e meschina,
ingrati verso il loro Signore, furono condannati a esercitare nel corso
dei secoli quella funzione antitradizionale e reietta che ha procurato
loro tante peripezie e dolore”. Queste frasi razziste appartengono alla
peggiore tradizione antisemita. Stupisce, va detto, che una casa editrice
come la Newton Compton si sia prestata a stampare tali affermazioni
antisemite. Stupisce ancor più che uno storico serio e al di sopra di ogni
sospetto di antisemitismo come Franco Cardini si sia prestato a pubblicare
la prefazione per un testo in cui sono compresi questi deliri antisemiti.
Probabilmente vittima della propria convinzione della storica “tolleranza”
musulmana dell’islam nei confronti degli ebrei, Cardini pare essere come
inciampato in un doppio errore di fiducia, verso i musulmani storici e
verso alcuni fra quelli di oggi. E’ un quadro sconfortante e
inequivocabile: tutta la vicenda medinese del Profeta viene letta da Hamza
Piccardo come attraversata
Tutto l’islam è contagiato da questa sindrome antisemita, da questa visione antisemita della religione, della predicazione del Profeta? Questa è la domanda. Non so dare una risposta. Potrei dire anche che ho paura di dare una risposta. Perché sento, annoto, scrivo il clamore dell’ondata antisemita di matrice profonda, religiosa, coranica che attraversa il mondo musulmano, che arriva fino alla Malaysia. Ma sento soprattutto l’assordante silenzio del resto dell’islam anche su questo tema, esattamente come su quello del terrorismo stragista. Sento urlare gli antisemiti. Ma sento solo flebili proteste di chi li contrasta nell’Islam. So che prestigiosi intellettuali musulmani credono che questo antisemitismo religioso, fondante, che trova le sue radici nel Corano sia oggi un gravissimo pericolo per l’islam, il loro islam che è religione di pace. So che M.M Taha, un grande teologo musulmano, è stato condannato a morte a Khartoum, nel 1985, perché si era schierato contro questa concezione della storia islamica, che ha al centro una pratica formale della sharia e che teorizza l’antisemitismo. E’ stato impiccato per apostasia. So che l’antisionismo politico di oggi è antisemitismo. So che il sionismo è odiato nel mondo musulmano non soltanto per quello che fa Israele, ma soprattutto e innanzitutto perché Israele non deve esistere. E Israele non deve esistere perché gli ebrei non sono degni di avere uno Stato. Al centro dell’antisemitismo islamico – questo scrivono a chiare lettere tanti ideologi dell’islam odierno – c’è la convinzione che gli ebrei, in quanto tali, intrinsecamente, portino volutamente instabilità nel governo della comunità musulmana. Questa particolare definizione di “apostasia” nell’islam è chiara, netta, tangibile, è un ripetuto postulato: “Fin dal principio il movimento islamico venne tormentato dagli ebrei, i quali diedero inizio alla loro attività reattiva, inventando falsità circa l’islam, attaccandolo e calunniandolo. Ciò è continuato sino ai nostri giorni”. Così inizia il fondamentale trattato sul Governo islamico dell’ayatollah Khomeini. Questa è la prima premessa su cui si basa la costruzione concettuale della Repubblica islamica teocratica che governa l’Iran da 25 anni. E’ una visione del mondo che si basa sulla paranoia dell’apostasia e dell’ebreo quale suo veicolo. L’apostata – il punto è essenziale – somma al tradimento della fede e della Legge una dimensione tutta e solo politica. Maometto stermina gli ebrei della Medina per ragioni politiche, per punirli del loro “complotto”. Ma nell’islam ogni accusa politica è immediatamente religiosa. Nell’islam, ancora oggi – è incredibile la mancanza di riflessione su questo punto – l’apostasia è spesso punita con la morte, anche in paesi considerati moderati, alleati degli Stati Uniti, come il Pakistan. Lo sheikh Yusuf al Qaradawi, egiziano, uno dei più seguiti teologi musulmani contemporanei, popolarissima “star” delle trasmissioni televisive di al Jazeera, mediatore per le vicende delle “due Simone” rapite in Iraq, ideologo principale del movimento dei Fratelli musulmani, è chiaro e netto. “Non si può fare altro che combattere contro l’apostasia individuale per evitare che la situazione peggiori e che le sue scintille non si propaghino, fino a creare una apostasia collettiva (…) Per questa ragione i musulmani hanno convenuto che la punizione da comminare all’apostata è la morte”. E’ importante fermarsi su questo punto dell’apostasia, perché è forse la più grande sfida concettuale alla modernità che oggi questo islam, rappresentato da Khomeini, come da al Qaradawi e tanti altri, lancia con successo al mondo. Una sfida forte, potente. La sua rivalutazione – la sua centralità – è diventata uno dei pilastri fondamentali della “rinascita islamica” contemporanea. Nella riproposizione forte, marcata, dell’apostasia, l’islam contemporaneo scava infatti una nuova diga nei confronti dell’ebraismo e del cristianesimo. L’islam di oggi, come quello di ieri, non ha infatti dubbi sul prevalere delle ragioni della comunità (“ummah”) sulle ragioni dell’individuo. All’opposto, cristianesimo ed ebraismo e ancor più il laicismo che dalle loro costole è nato da quattro secoli in qua hanno enfatizzato ed enfatizzano la necessità del prevalere equilibrato delle ragioni dell’individuo su quelle della comunità. E’ qui il vero distacco drammatico che è maturato tra i “popoli del Libro” negli ultimi cinque secoli. Il cristianesimo e l’ebraismo hanno innervato società in cui la democrazia è la proiezione politico-sociale della centralità dell’individuo, dei suoi diritti, delle sue libertà. Società oggi laiche, ma con la piena adesione di cristiani ed ebrei, in cui la funzione dello Stato, espressione della collettività, ha sempre più la sola funzione di garantire a tutti, senza disuguaglianze, l’esercizio pieno – sempre più esteso – dei propri diritti individuali. Nell’islam invece si è perpetuata, fuori dal cammino storico della modernità, dentro una società sostanzialmente immobilista, la concezione opposta: la comunità deve essere difesa dall’esercizio incontrollato dei diritti dell’individuo. Si guardi alla posizione della donna e il quadro sarà chiaro: le menomazioni dei diritti, l’autorità tutoria del maschio che deve subire sono “necessitate” dalla sua minorità nel gestire sessualità e fertilità, senza turbare la collettività. Il tema del “velo” è questo: la donna non è in grado di gestire i propri segnali di attrazione sessuale, quindi turba la società (“ummah”) quindi deve coprire capelli, fronte, braccia fino ai polsi, gambe sino alle caviglie. Sul piano della coscienza, ecco che tutti i teologi musulmani dopo il 1918, marcano il punto della apostasia proprio per rilevare l’obbligo di difendere la coscienza collettiva della “ummah” dal turbamento provocato dalla coscienza individuale “non ortodossa”, che mette in discussione i dogmi e i canoni, che vuole innovare l’islam. Ancor più per difendere l’“ummah” dall’opera degli ebrei che “fin dal principio tormentano il movimento islamico, calunniandolo e falsificandolo”, come dice Khomeini, che vi si introducono da sempre, fingendosi buoni musulmani, soltanto per danneggiarla.
L’occidente con anche i tanti cristiani impegnati nel dialogo
interreligioso stentano ad afferrare il pericolo delle centralità
dell’apostasia nell’islam contemporaneo, proprio perché si fermano allo
schema dell’inscindibile legame tra momento religioso e politico (che è
tanto evidente che tutti lo rilevano), quanto la sua immediata conseguenza
dottrinale: le ragioni religiose della collettività, la sua serenità, la
sua omogeneità devono essere difese dall’esercizio della libertà religiosa
e di coscienza del singolo. In questo contesto profondo, non episodico,
vanno quindi collocati tutti i casi di apostasia, spesso con condanna a
morte, vuoi per mano di terroristi, vuoi per mano di tribunali civili, che
segnano le cronache musulmane negli ultimi trent’anni, che accompagnano
Anwar al
Sadat è ucciso nel 1981 perché “apostata”. La sua morte violenta è una
data fondamentale perché segna l’inizio del terrorismo islamico (tra gli
assassini c’è Ayman al Zuwahiri, braccio destro di Osama bin Laden). Anche
lo scrittore Naghib Maafuz, premio Nobel egiziano, sopravvive nel 1994 per
caso a un attentato di terroristi
Fermatevi a guardare questo quadro: un vecchio ayatollah alle soglie della
morte, eccita i musulmani di tutto il mondo a uccidere un giovane
scrittore perché avrebbe scritto che Maometto adorava le figlie femmine di
Dio: cosa c’è di più moderno di questo scenario? Cosa c’è di più
intrigante, di scabroso, del ritorno dopo mille e più anni (qui il genio è
Rushdie) delle tre figlie femmine di Allah, del dubbio che il Profeta
abbia ceduto al loro fascino sull’anima? La scimitarra deve subito
tagliare la testa di chi ha osato concepire questo pensiero. Ma il dubbio,
nella gelida notte del deserto illuminata dalla luna, attanaglia il
musulmano, è profondo, lo divora: le figlie femmine di Allah! Tre figure
che accolgono la fede del musulmano e intercedono per lui… E’ la
violazione del monoteismo? Per l’islam non vi è dubbio. Soltanto porre la
domanda è apostasia. Ma… Per questo gli ebrei, con la loro orgogliosa, bimillenaria testimonianza di fede, sono “intollerabili” per lo Stato etico, incluso quello comunista sovietico. Perché sono di per sé apostati e veicoli di apostasia. Per questo la concezione religiosa dello Stato musulmano, tranne in Turchia, dove è stato abbattuto e polverizzato, non può non “soffrire” il problema degli ebrei. La libertà di essere apostati segna il primo, fondamentale discrimine tra totalitarismo e libertà. La libertà di professare apostasia è un insopprimibile diritto umano. Su questo terreno è avvenuta la vera, irrimediabile scissione tra il mondo musulmano e quello cristiano. L’Europa, dopo l’Inquisizione, le guerre di religione, dopo le rivoluzioni, ha riconosciuto il diritto all’apostasia da qualsiasi fede e ideologia. La libertà d’opinione, altro non è che il diritto all’apostasia. E’ ben strano che il mondo laico abbia sottovalutato questa lettura, non si sia reso conto che in ambito religioso “liberté, egalité, fraternité” significa che l’apostata di ogni religione non può essere perseguito. L’islam, tutto l’islam, anche quello moderato, continua a considerare l’apostasia non soltanto un peccato, come è ovvio, ma un reato. Nella maggioranza assoluta dei paesi islamici (esclusi Tunisia, Turchia, Algeria e pochi altri) i tribunali civili condannano gli apostati dell’islam. In buona parte dei paesi islamici, la punizione è la condanna a morte. Ma anche quegli Stati musulmani dell’islam che applicano pene “più civili”, come l’Egitto, fanno parte di quell’enorme area del pianeta che non rispetta i fondamentali diritti dell’uomo. |