SOLOMON GURSKY

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Così il pontefice sciolse il groviglio diplomatico di Gerusalemme

I mutamenti dei rapporti tra Israele e il popolo ebraico da un lato e la Chiesa cattolica dall'atro sotto il pontificato di Giovanni Paolo II

del 4\4\2005
fonte: Il Foglio
qui dal 26/04/2005
Fino al 13 aprile 1986, quando Giovanni Paolo II entra nella sinagoga di Roma a fianco del rabbino Elio Toaff, non tutto è chiaro tra cattolici ed ebrei. Soltanto il gesto – quel gesto – apre il sigillo della fiducia reciproca, crea la svolta. Cinque lunghi anni erano passati dal marzo 1981, quando il pontefice aveva fatto il primo passo verso la sinagoga, ma si era fermato nella parrocchia del ghetto, quasi fosse impedito. Entrato il pontefice in sinagoga, finalmente, Giacomo Saban, presidente della comunità di Roma gli dice: “Ritengo di dover manifestare l’aspirazione a veder cadere alcune reticenze nei confronti dello Stato d’Israele”. Il Papa non risponde, non nomina mai lo Stato di Israele. Quando gli viene presentato l’ambasciatore di Israele, Eytan Ronn, che ripete l’auspicio, sorride: “Speriamo”.
Chi scriverà la storia del rapporto tra Giovanni Paolo II e Stato d’Israele avrà molte notizie da disseppellire. Dovrà scoprire anche come nel 1967, da cardinale di Cracovia, Karol Wojtyla ha vissuto la violenta campagna antisemita che il regime comunista di Wladyslaw Gomulka scatena contro gli ebrei, dopo la guerra dei sei giorni. Il pontefice tocca allora con mano il legame intrinseco tra antisemitismo e antisionismo comunista, mentre in tutta la Polonia, con una campagna di massa, migliaia di studenti, centinaia di insegnanti, centinaia di ufficiali sono espulsi con disonore,
soltanto perché ebrei: 25 mila figli dei superstiti di Auschwitz sono costretti a lasciare la Polonia.Dieci anni dopo, a Roma, l’intimo segreto che lega la storia della Polonia all’antisemitismo cristiano, parte del più grande mistero che porta alla Shoah, è palesemente in cima ai pensieri di Giovanni Paolo II. Di una visita in Israele si parla già nei primi mesi del pontificato, poi nel 1981, ma ci vorranno ben 22 anni perché Wojtyla possa infilare il suo biglietto nel Muro del Pianto con la parola pesante: “Perdono”. E’ molto più facile per il pontefice risolvere la questione vera – il rapporto della Chiesa con l’ebraismo – che quella che ne consegue, il rapporto diplomatico tra lo Stato Vaticano e lo Stato di Israele. Eppure la questione vera è enorme, perché è fatta di storia, di tanta storia. Ciò che Wojtyla vuole è ritornare a San Paolo, all’ebreo che polemizza con gli ebrei, fraternamente deluso, perché non riconoscono continuità tra la Legge che sente sua, da ebreo, e il Cristo. Wojtyla, appunto, chiama gli ebrei “fratelli maggiori”, come Paolo: stessa famiglia. Ma se gli è relativamente facile chiudere con l’antisemitismo teologico,
è ben più vischioso concludere il riconoscimento dello Stato di Israele nei cui confronti la Santa Sede ha due vincoli: lo status di Gerusalemme e il destino dello Stato palestinese (la maggioranza dei cristiani che vive in Palestina è araba). Paolo VI, col suo viaggio in Palestina del 4 gennaio 1964, ha poi formalizzato una richiesta irrealistica su Gerusalemme che pesa e intralcia, perché ne ha chiesto uno “Statuto internazionalmente garantito”. Tre anni dopo dovrà comprendere che gli statuti di Gerusalemme si scrivono prima con le armi, poi con i trattati. La diffidenza, non priva di cascami antisemiti, continua così a segnare i rapporti della Santa Sede con Israele, tanto che nel 1976 il segretario di Stato del Vaticano, Agostino Casaroli, deve riparare a quella che Israele definisce giustamente “una guerra spirituale della Chiesa Cattolica contro gli ebrei”, quando l’Osservatore Romano pubblica un documento congiunto libico-vaticano che fa propria la definizione di “sionismo come forma di razzismo”. Né il rapporto tra Vaticano e Israele è poi aiutato dalle gerarchie cristiane palestinesi, con un patriarca latino, Michel Sabbah, sempre più sdraiato sulle posizioni più oltranziste di Yasser Arafat. Giovanni Paolo II anche qui segue allora la regola principe del suo pontificato: si occupa della storia lascia alla Curia la cronaca. Guarda avanti, cercando di capire come riformare anche il più delicato dei rapporti. Così, non appena Rabin e Arafat si stringono la mano, ordina al cardinale Angelo Sodano di concludere il riconoscimento reciproco, siglato il 30 dicembre 1993. Paradossalmente, da quel giorno in poi, sarà semmai Israele a sottovalutare l’importanza di quel rapporto. Soltanto la crisi della Basilica della Natività, nel maggio 2002, farà capire a Gerusalemme che è necessario essere in due, per parlarsi: la rappresentanza ebraica presso la Santa Sede viene allora potenziata e, discretamente, il Vaticano risponde al rinnovato interesse, spostando da posizioni cruciali i vescovi palestinesi più oltranzisti.