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E’
con simpatia solidale che stamane osserveremo come Benedetto XVI
cercherà di contrastare quella sua timidezza, quella sua introversione
che caratterizza le persone che, come lui, hanno un ricco patrimonio
interiore. Spirituale e intellettuale. E’ la timidezza che, nelle sua
prime parole da Papa, alla loggia delle benedizioni di San Pietro, gli
ha impedito di esternare tutto ciò che avrebbe voluto dire. Non gli sono
uscite che poche parole (e quel ringraziamento ai «Signori Cardinali» ha
confermato la sua delicatezza, il suo rispetto per le forme), ma
sufficienti per incespicare un paio di volte, malgrado la sua
dimestichezza coll’italiano sia da tempo eccellente.
Il
Ratzinger che conosce chi lo ha frequentato in privato, il
cordiale e delizioso conversatore, è intimidito dalle folle. Ma, nella
prospettiva del credente, al pontificato è legata una specialissima
«grazia di stato». Dunque, può darsi che tra i doni che riceverà dal
quel Padrone di cui si è detto «semplice e umile operaio» ci sia anche
quello di una maggiore estroversione. Ammesso, naturalmente, che questa
debba essere tra le caratteristiche papali. Malgrado ogni dittatura dei
media, resta - grazie a Dio - una differenza tra un Vicario di Cristo e
uno show-man. In ogni caso, quando sarà il momento dell’omelia, alla
messa di stamane per l’inizio del pontificato, Benedetto XVI darà il
meglio di sé: non dovrà improvvisare, avrà un testo scritto, al quale
venerdì ha dedicato tre ore. E’ la sua consueta serietà da professore.
Con
quel viso da fanciullo quasi ottantenne, con quella voce che i
suoi connazionali definiscono lieblich (qualcosa a metà tra «amabile» e
«soave»), sarà pienamente a suo agio, perché avrà da leggere un
«documento», il più importante tra i molti da lui stesi. Lo ascolteremo,
è ovvio, con grande interesse, potrà esserci qualche sorpresa
estemporanea, ma per chi conosce bene il suo pensiero sa già che, alla
fine, tutto girerà attorno a un centro: la fede. Cerchiamo, allora, di
spiegare quale sia il significato della fulminea scelta del Prefetto per
la Congregazione per la fede da parte di un Collegio Cardinalizio
diverso per sensibilità e accentuazioni ma, alla fine, compatto
sull’essenziale. A coloro che, nelle scorse settimane, mi chiedevano
quali fossero i problemi maggiori che il successore di Giovanni Paolo II
avrebbe dovuto affrontare, non esitavo a replicare: «Non i problemi,
bensì il Problema. Quello sul quale tutto si fonda, quello sul quale la
Chiesa intera sta o cade: la verità del Vangelo, la certezza che Dio non
solo ha parlato ma si è incarnato in Gesù di Nazareth, la convinzione
che il Cristo continua il suo cammino nella storia in una comunità che
ha nel vescovo di Roma il suo rappresentante e che ogni giorno trasforma
il pane e il vino nella sua carne e sangue».
La
fede stessa, insomma, nella sua pienezza, nella sua ortodossia,
nel suo «scandalo» e nella sua «follia», per usare le parole di Paolo.
Questa - paradossalmente e drammaticamente - è oggi la vera sfida non
solo per il cattolicesimo ma per tutto il cristianesimo. Il dubbio ha
sempre insidiato i credenti, ma ora l’erosione della certezza della
verità del Credo sembra avere raggiunto ogni livello ecclesiale. Se
tanti uomini e donne di Chiesa rifiutano di essere testimoni del Sacro
per trasformarsi in «operatori sociali»; se ci parlano sempre e solo
delle miserie dell’uomo cui porre rimedio e mai delle grandezze di Dio
da contemplare; se alla carità hanno sostituito la solidarietà e
l’impegno sociale alla preghiera, è perché il Gesù vivo nell’eucaristia
si è ridotto ad un profeta della tradizione ebraica che annunciava pace,
solidarietà, dialogo. Il concentrarsi di tanto cattolicesimo sui
problemi del mondo, e solo su quelli, corrisponde all’affievolirsi della
credenza nell’Aldilà, della speranza nella vita eterna. Mentre la fede
evapora in umanesimo, in buonismo, in solidarismo «politicamente
corretto», la Chiesa è sembrata in questi anni priva di sufficienti
anticorpi che reagissero. E gli appelli appassionati e ripetuti di
Giovanni Paolo II sono spesso caduti nel vuoto.
L’apologetica, cioè l’esposizione e la difesa delle ragioni della fede,
è stata abbandonata, si è mascherato quanto ne resta sotto il
nome di «teologia fondamentale». E’ singolare (e rattristante, per un
credente), ma l’insidia maggiore è venuta e viene da certa
intellighenzia clericale. Viene da certi esegeti che triturano i vangeli
sino a renderli un coacervo di frammenti di origine incerta e sospetta,
dove la sola cosa da prendere sul serio sarebbero le note del biblista;
viene da certi storici da seminario che delle vicende della Chiesa danno
letture di tale settarismo negativo da rivaleggiare con quelle della
storiografia anticlericale ottocentesca; viene da certi teologi che
dissolvono i dogmi come fossero ormai indegni di «cattolici adulti»;
viene da certi liturgisti, accaniti nel cancellare dai riti tutto ciò
che contrasti con il loro illuminismo da intellettuali e sappia di
«devozione popolare». E’ proprio con questa situazione che Joseph
Ratzinger si è confrontato - con tenacia e fermezza, unite alla lucidità
dell’argomentazione, com’è nel suo stile - nei 24 anni alla guida della
Congregazione per la Dottrina della Fede. Ne ha guadagnato la fiducia e
la gratitudine di papa Wojtyla, che in lui ha trovato la garanzia
dell’ortodossia e il collaboratore competente, grazie al quale ha
pubblicato encicliche come la Fides et Ratio e ha portato a termine quel
Nuovo Catechismo che ha fissato i confini al di là dei quali si esce
dalla comunione di fede.
Ma il
Prefetto dell’ex Sant’Offizio ne ha guadagnato anche l’odio
spesso sordo ed occulto, ma altrettanto spesso anche virulento e
gridato, di tanti Church-intellectuals. Un piccolo episodio potrà darne
la misura. Venendo «da fuori» e scoprendo io pure (per quel poco che
conta) che il problema della Chiesa stava nelle fondamenta stesse, non
potevo non essere attratto dalla lotta, allora quasi solitaria, del
cardinal Ratzinger. Da questa solidarietà nacque il Rapporto sulla fede
che accettò di fare insieme. Casse intere di ritagli testimoniano la
reazione violentissima da parte di chi definiva «intollerabile
restaurazione» l’ammonimento che i contenuti del Credo cattolico erano
quelli e non altri. La stessa editrice confessionale che aveva
pubblicato il libro e lo aveva ceduto in tutto il mondo, cercò di farsi
perdonare editando subito, nella stessa collana, una intervista a Fidel
Castro fatta da un ex frate comunista. In effetti, alla rabbia teologica
si aggiunse quella politica: erano gli anni della «teologia della
liberazione» sugli scudi.
Furono tali le minacce, anche fisiche, che mi giunsero che, dopo
la pubblicazione del Rapporto, fui consigliato di far perdere per
qualche tempo le tracce, trovando rifugio presso una casa religiosa in
una località appartata. La mia reputazione presso la lobby clericale più
potente fu per sempre rovinata: la mia colpa era quella di avere dato
voce al Grande Inquisitore, per giunta non contestandolo ma mostrando
una prospettiva solidale. Tempi passati? Non del tutto. Già si preparano
trabocchetti, si installano botole, si progettano manovre mass
mediatiche per esorcizzare il presunto Panzer Papst , a cominciare da
quella sua Germania dove il consenso all’elezione non è stato affatto
unanime, almeno negli ambienti intellettuali. Qualcuno ha già tirato
fuori le foto del povero ragazzino che, con faccia spaurita, è
infagottato in una divisa della Flak, la contraerea di Monaco cui fu
forzosamente assegnato nei mesi dell’agonia del Reich. Ha fatto un
cenno, una volta, a quelle notti di tregenda, mentre la capitale
bavarese bruciava e i cannoni tacevano, perché incapaci di raggiungere
l’altezza dei bombardieri. Comunque sia, l’intronizzazione di stamane è
lo scatto di reni che una Chiesa che temevamo infiacchita ha saputo
dare, raccogliendo l’appello estremo di Giovanni Paolo II.
Una
grande maggioranza (si parla di oltre 90 su 115 ) ha saputo
andare subito al di là delle diverse conseguenze che ciascuno di quei
cardinali deriva dalla fede. La Chiesa intera, in quel suo Senato
supremo, ha mostrato di capire che proprio la fede stessa è il Problema.
E’ stata unanime, o quasi, nella convinzione che il timone andava
affidato a chi da sempre è consapevole che, andando alla radice estrema,
non c’è che una domanda che conti, per il cristiano: prendere alla
lettera il Vangelo, risurrezione di Gesù compresa, è da credenti o è
ormai da creduli? Da decenni, il novello Benedetto XVI accumula
argomenti e ragioni per una risposta non esitante che appaghi insieme la
ragione e il cuore.
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