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Eleggendo Papa Joseph Ratzinger la
Chiesa cattolica ha mostrato innanzitutto la sua vitalità storica e la
sua collaudata sapienza in quanto corpo politico, sia pure di un tipo
specialissimo. Posta infatti di fronte a una difficile successione, la
sua suprema assemblea non ha ripiegato sul compromesso e sulle mezze
misure. Essa ha tagliato con risolutezza il nodo mostrando cosa
significhi un rapporto antico e consapevole con la dimensione della
leadership. E ha scelto.
Ha scelto non già un arcigno conservatore
o un occhiuto inquisitore: a dispetto di molti timori e di molti
pregiudizi, Joseph Ratzinger non è questo. Egli è principalmente un
testimone della nostra drammatica epocalità, l’uomo consapevole
che—nella vampa infuocata dei tempi — interi universi storici, interi
mondi antropologici e culturali che per secoli ci hanno plasmato,
minacciano di venire annientati e di scomparire; e sente che, lungi dal
corrispondere a un qualsiasi progresso, ciò apre solo la strada verso il
nulla. Al pari di una parte significativa dell’élite intellettuale
europea e americana che oggi sente in modo non dissimile, anche
Ratzinger, negli anni Cinquanta e Sessanta, ha immaginato altri
orizzonti che per quell’élite furono gli orizzonti dell’emancipazione
sociale attraverso la rottura politica, per lui quelli del Concilio. Ma
poi egli pure ha dovuto prendere atto delle dure repliche della storia e
della mutata atmosfera dei tempi; e come altri egli pure ha avvertito il
bisogno di sintesi e di pensieri nuovi sì, ma che fossero capaci
innanzitutto di non perdere il legame con il passato e con ciò che ne
deriva alla nostra identità.
È proprio nella comune riscoperta
dell’essenzialità delle radici e della parte che in queste ha il
retaggio giudaico-cristiano per la cultura laica, è il depositum fidei
per quella religiosa, il senso dell’inaspettato riavvicinamento tra le
due: riavvicinamento che costituisce uno dei grandi fermenti nuovi dei
tempi che si annunciano o che forse già sono. L’intellettuale teologo
Ratzinger, alimentato dalla grande tradizione di cultura della sua e
della nostra Germania, è stato uno degli attori decisivi della
riscoperta e del riavvicinamento che dicevo. La sua celebre
conversazione con Jürgen Habermas, uno dei massimi pensatori laici
contemporanei, sui grandi problemi della scienza e della trasmissione
della vita, è destinata molto probabilmente a restare come una pagina
altamente simbolica della vicenda intellettuale dei nostri anni.
Tra le convenzioni del discorso pubblico
attuale c’è quella per cui chi non è disposto a disfarsi senza fiatare
del passato e dei suoi valori sarebbe un nemico della modernità e
dunque, alla fine, della felicità umana. Ma ogni giorno che passa il
rapporto tra modernità e felicità diventa più ambiguo; troppo spesso
ogni nesso tra le due sembra svanire e apparire inesistente. Batte
insomma alla porta del nostro presente l’urgenza di una diversa
modernità. Essere moderni, cioè liberi ed eguali, ma senza la tutela
protettiva del potere e senza l’invasione ricattatoria della tecnica;
essere moderni, cioè rendere effettivamente universale, ma senza passare
attraverso scontri mondiali sanguinosi, «l’acquisto per sempre » di
civiltà che storicamente questa parte del mondo ha fatto per sé e per
ogni altro; essere moderni, ma senza rotture irreparabili e costruendo
un nuovo senso del limite: ciò che vuol dire, anche, non poter non
riconoscersi in una storia e in una memoria iniziate con un giovane
ebreo in Palestina duemila anni fa, le quali aspettano oggi
dall’intelligenza e dal cuore di Benedetto XVI l’impulso per restare nel
nostro presente.
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