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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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Progressisti, moderati, neocon. Taccuino del
preconclave
Da una parte Ratzinger, Ruini, Bergoglio, Scola, con la loro proposta di
una nuova “Rivoluzione papale”. Dall’altra il cartello degli oppositori,
con Tettamanzi uomo per tutte le stagioni |
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di Sandro Magister |
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del 14\4\2005 |
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fonte:
www.chiesa.it |
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qui dal
21/04/2005 |
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Martedì 19 aprile, primo
giorno pieno del conclave che eleggerà il nuovo papa, la Chiesa romana ha
nel suo calendario la festa di san Leone IX. Fu papa tra il 1049 e il
1054. Fu antesignano di quella grandiosa “Rivoluzione papale” che
all’inizio del secondo millennio, tra i secoli XI e XII, rimodellò la
Chiesa e l’Occidente. Era tedesco.
Ed è tedesco, ma prima ancora “romano”, il cardinale che indiscutibilmente
primeggia in questo conclave d’inizio del terzo millennio. È Joseph
Ratzinger, 78 anni compiuti il 16 aprile. La mattina di lunedì 18 sarà lui
a presiedere in San Pietro la “missa pro eligendo romano pontifice”. E nel
primo scrutinio segreto di lunedì pomeriggio è previsto che riceverà
numerosi voti di consenso e di stima, sicuramente parecchie decine. Il
quorum necessario per essere eletti, con 115 cardinali presenti, è di 77
voti. Al conteggio, i cardinali e lo stesso Ratzinger vedranno e
giudicheranno. Sotto lo sguardo temibile di un Giudice infinatamente più
alto di loro, il Cristo michelangiolesco della Cappella Sistina.
Ma temibile, impegnativa, è anche la proposta che Ratzinger e il suo
partito hanno lanciato ai cardinali elettori. Essi vogliono “una Chiesa
non ripiegata su se stessa, non timida, non sfiduciata, una Chiesa che
brucia dell’amore di Cristo per la salvezza di ogni uomo”, come ha detto
il cardinale Camillo Ruini nell’omelia in una basilica di San Pietro
traboccante di folla, due giorni dopo i funerali di Giovanni Paolo II.
Ruini è stato con Ratzinger, negli ultimi mesi, il più attivo ed esplicito
nel definire gli scenari del nuovo pontificato. E con loro sono solidali
numerosi cardinali di spicco, alcuni dei quali a loro volta papabili. In
curia c’è il tedesco Walter Kasper, amico di studi di Ratzinger e Ruini
fin da quando i tre erano semplici professori di teologia. In America
Latina ci sono l’argentino di origini italiane Jorge Mario Bergoglio,
arcivescovo di Buenos Aires, e il cileno Francisco Javier Errázuriz Ossa,
arcivescovo di Santiago. Negli Stati Uniti c’è Francis E. George,
arcivescovo di Chicago. In Canada c’è Marc Ouellet, arcivescovo di Québec.
In Australia c’è George Pell, arcivescovo di Sydney. Nell’Europa orientale
c’è Józef Glemp, arcivescovo di Varsavia. In Italia ci sono Angelo Scola,
patriarca di Venezia, e Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna.
Sono questi l’ossatura del partito neoconservatore che ha in Ratzinger il
suo faro. Si è avvicinato a questo partito, ultimamente, anche il
sodalizio dei cardinali amici dell’Opus Dei, con in testa i due che dell’Opus
sono membri: in Vaticano Julián Herranz, il più autorevole dei canonisti
di curia, e in America Latina Juan Luis Cipriani Thorne, arcivescovo di
Lima.
La forza dei neoconservatori è essenzialmente nel loro programma. Vogliono
una ripresa in pugno del governo ordinario della Chiesa, una sua
ripulitura dalla “sporcizia”, un rafforzamento della formazione dottrinale
e morale del clero, un rilancio della prima evangelizzazione e
dell’insegnamento del catechismo, un innalzamento qualitativo delle
celebrazioni liturgiche, una nuova campagna missionaria.
Ma è soprattutto sul versante della Chiesa “ad extra” che il loro progetto
si distingue. Non sarà lo scontro tra la Chiesa e l’islam e le altre
religioni il più temibile conflitto dei prossimi decenni – hanno detto più
volte concordi Ratzinger e Ruini – ma piuttosto il conflitto culturale tra
la Chiesa e “la radicale emancipazione dell’uomo da Dio e dalle radici
della vita”, che caratterizza la cultura occidentale d’oggi e che “alla
fine porta alla distruzione della libertà”. Per i cardinali
neoconservatori, l’impegno della Chiesa in questo scontro con epicentro
l’Occidente dovrà avere nel prossimo pontificato la priorità assoluta.
Il loro scenario ha inoltre tre corollari. Il primo è che in tale
conflitto epocale la Chiesa non si batterà in solitudine, ma cercherà e
troverà i suoi alleati in correnti di pensiero laiche anche lontane, ad
esempio in quelle rappresentate da Francis Fukuyama e Jürgen Habermas, i
due autori ultimamente più citati da Ratzinger e Ruini.
Il secondo corollario riguarda la visibilità della Chiesa. Nella scia di
Giovanni Paolo II, i neoconservatori vogliono che la Chiesa non parli solo
all’intimo delle coscienze, ma agisca al centro dell’arena pubblica come
forza sociale trainante.
Il terzo riguarda l’essenza stessa della Chiesa. Nella sua ultima
conferenza prima della morte dei papa Karol Wojtyla, letta il 1 aprile a
Subiaco, il cardinale Ratzinger ha duramente criticato coloro che
“riducono il nocciolo del messaggio di Gesù, il regno di Dio, alle parole
d’ordine del moralismo politico”. Perché facendo così “si dimentica Dio e
al suo posto rimangono parole che si prestano a ogni tipo di abuso”.
A fronte di questo programma dei neoconservatori, nessuno nel collegio dei
cardinali ha opposto un progetto alternativo compiuto. Non mancano però
obiezioni e resistenze anche forti, che in avvio di conclave si
tradurranno in voti a favore di altri candidati.
* * *
Nell’area
convenzionalmente definita progressista le obiezioni sono di due tipi,
ciascuna con i suoi sostenitori.
Una prima obiezione contesta la priorità data dai neoconservatori al
confronto tra la Chiesa e la cultura laica sulla visione dell’uomo e della
vita.
Cardinali come Cláudio Hummes, arcivescovo di San Paolo del Brasile, e
Oscar Andrés Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa
nell’Honduras, ritengono tale priorità troppo legata al contesto
occidentale e vorrebbero invece che la Chiesa dia il primo posto
all’impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.
Sia Hummes che Rodriguez Maradiaga si sono proposti da tempo come
candidati a papa. Il primo ha letto il 16 marzo in Vaticano, in un
convegno sulla “Gaudium et Spes”, un discorso che è stato interpretato
come un’autoinvestitura, la cui tesi centrale è che “una Chiesa serva deve
avere come sua priorità la solidarietà con i poveri”. Il secondo ha avuto
a proprio favore un battage mediatico molto scoppiettante. Ma sia l’uno
che l’altro entrano in conclave con pochissimi sostenitori sicuri.
La seconda obiezione è tipicamente liberal. Propone una Chiesa più
democratica al suo interno (vedi l’articolo che segue) e un rapporto di
maggiore “condivisione” con la cultura e il costume diffusi in Occidente.
Reclama nuove soluzioni circa il celibato del clero, i ruoli delle donne,
la comunione ai divorziati risposati. Invoca più ecumenismo. Diffida di
una Chiesa troppo visibile e pubblica, e vi preferisce un vissuto
cristiano più interiore e discreto.
Sono a favore di questa linea i cardinali Godfried Danneels, arcivescovo
di Bruxelles, Roger Mahony, arcivescovo di Los Angeles, Keith Michael P.
O’Brien, arcivescovo di Edinburgo, Stephen Fumio Hamao, giapponese di
curia. Anche il cardinale Carlo Maria Martini è assegnabile a questa
corrente, anzi, ne è stato per molti anni il papabile. Ma solo in effigie.
Questa corrente non ha in conclave alcuna chance d’imporsi.
* * *
Ha invece discrete
possibilità di riuscita la terza e ultima corrente, quella dei moderati.
Tra i suoi esponenti più in vista vi sono i cardinali di curia Angelo
Sodano, Giovanni Battista Re e Crescenzio Sepe, per tanti motivi tra loro
rivali, ma uniti nel fare azione di resistenza e disturbo contro il
progetto di Ratzinger e dei neoconservatori.
Nei giorni immediatamente successivi alla morte di Giovanni Paolo II,
mentre i cardinali man mano affluivano a Roma, questi tre porporati si
sono prodotti in una frenetica azione di lobbying, con l’aiuto di altri
curiali inabilitati ad entrare in conclave perché con più di 80 anni, ma
anch’essi attivissimi: Achille Silvestrini e Pio Laghi.
Né Sodano, né Re, né Sepe possono illudersi d’essere eletti. Ma il pugno
di voti che ciascuno di essi controlla può spingere in alto l’unico vero
candidato individuabile nella palude dei moderati: Dionigi Tettamanzi,
arcivescovo di Milano. A sostegno di quest’ultimo si sono mossi anche gli
affiliati della Comunità di Sant’Egidio, molto abili nell’orientare sia i
cardinali di terza fila, sia soprattutto la stampa italiana e
internazionale, sostituta moderna del potere di pressione e di veto che un
tempo era prerogativa dei re.
Tettamanzi spiccò il volo, anni fa, come esperto di bioetica. Aiutò
Giovanni Paolo II a scrivere discorsi ed encicliche a difesa della vita
nascente. Ma proprio oggi che questi temi son diventati più cruciali che
mai negli Stati Uniti, in Europa, in Italia, sia dentro la Chiesa che
fuori, vera “questione epocale” a giudizio di Ratzinger e Ruini, lui non
ne parla più. E viceversa si produce in ovattate requisitorie contro la
globalizzazione, il neoliberismo, le telecrazie.
Se eletto, sarà salutato come il più progressista dei papi possibili, lui
impareggiabile difensore dello status quo. |