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Giovanni Maria Vian
insegna filologia patristica all’università di Roma La Sapienza, è esperto
di storia dei papi ed è membro del Pontificio Comitato di Scienze
Storiche. Ha scritto per l’Enciclopedia Italiana le voci su Paolo VI e,
quando era ancora in vita, Giovanni Paolo II. D. – Professor Vian, che cosa di questo papa passerà alla storia? R. – “Anzitutto la visibilità. Papa Wojtyla la perseguì in tutto il mondo. Sconfinando a volte in una spettacolarizzazione effimera, ma ottenendo in questa maniera ascolto per la Chiesa cattolica e per l’annuncio di Cristo in uno scenario globale frastornato da mille messaggi. E poi il consenso planetario che avvolse la sua figura e la sua azione politica. Anche al di là dei suoi meriti effettivi”. D. – Intende dire che non fu lui ad abbattere l’impero sovietico? R. – “Non solo lui, perché nella caduta dei regimi comunisti europei le circostanze storiche gli furono favorevoli. Provvidenzialmente, nell’ottica del pontefice. Giovanni Paolo II sottopose il comunismo a critica serrata, specie nella prima parte del pontificato. Resta questa infatti la motivazione più probabile dell’attentato, mai chiarito, che nel 1981 lo ridusse in fin di vita. Ma il papa slavo attaccò sempre con forza anche un altro avversario, che gli appariva forse più minaccioso: il materialismo pratico diffuso dall’Occidente, con la divisione ingiusta del mondo tra poveri e ricchi. E seppe condurre un’appassionata ed energica predicazione in favore della pace e in difesa della vita umana, in perfetta continuità con i suoi predecessori”. D. – Ma non fu anche papa di dialogo, oltre che d’invettiva? R. – “Certo. Di dialogo con le religioni non cristiane, la vera innovazione del pontificato. Anche se incontri come quelli di Assisi ebbero sì grande impatto mediatico, ma hanno poi ottenuto scarsi risultati e lasciato nodi irrisolti. Alcune tendenze relativiste, anche in seno alla Chiesa cattolica, hanno infatti restituito attualità alla questione teologica del rapporto tra l’unicità della salvezza portata da Cristo e gli elementi di verità presenti nelle altre religioni. In un’atmosfera culturale che in Europa è caratterizzata da un indifferentismo e un laicismo aggressivo sempre più dilaganti. Mentre in diversi paesi, soprattutto asiatici e africani, intolleranze e fondamentalismi non consentono la libertà religiosa e rendono molto difficile la vita dei cattolici e dei cristiani, fino a metterne in pericolo la sopravvivenza”. D. – E con gli ebrei? R. – “In direzione dell’ebraismo fece passi importanti. Una parte del mondo ebraico e altri osservatori continuarono però a pensare che questo atteggiamento fosse motivato soprattutto da ragioni personali e politiche. Wojtyla era ben conscio di appartenere a un popolo cattolico, quello polacco, tra i più ostili all’ebraismo, e forse proprio questa tragica consapevolezza, unita alla sua storia di testimone della Shoah, fu all’origine della sua volontà di dialogo, tenace e ostinata, da alcuni considerata troppo accentuata. Ma che ha finito per rimescolare le posizioni nel variegato mondo ebraico, soprattutto dopo il viaggio del papa in Israele, e potrebbe portare a nuovi sviluppi nei rapporti tra ebrei e cattolici”. D. – In quanto polacco Giovanni Paolo II ha rotto con una tradizione di quasi cinque secoli di papi italiani. Ma quali altre novità ha portato nel governo della Chiesa? R. – “Nel governo ordinario nessuna, anche perché questo non fu al centro dei suoi interessi. Così in Italia, dove delegò tutto alla conferenza episcopale. Ma da altri punti di vista novità e rotture ci sono state. Come nella valutazione positiva della donna, da lui accentuata. O nell’esporre la sua persona al pubblico sguardo, fino alle vacanze in montagna con portavoce e giornalisti al seguito. Con una scelta di trasparenza durante le sue malattie che ha avuto qualche aspetto positivo, ma ha sacrificato la riservatezza a cui ogni essere umano sofferente dovrebbe avere diritto”. D. – E gli altri punti di rottura? R. – “Giovanni Paolo II ha trascurato la tradizione liturgica, musicale e artistica degli ultimi secoli, dimostrando nei fatti scarsa sensibilità nei confronti di un patrimonio culturale di altissimo livello. E pur in un contesto nuovo, molto mediatizzato, le sue messe hanno assunto spesso l’aspetto di celebrazioni di massa, con accentuazioni spettacolari da più parti criticate. Un’altra innovazione riguardò i santi e beati da lui proclamati”. D. – Un gran numero. R. – “Un numero enorme, davvero senza precedenti, prodotto anche dal radicale snellimento dei processi di canonizzazione. Quasi per dire che la santità è alla portata di tutti, ma con il rischio di banalizzarla e inflazionarla, come hanno sottolineato autorevolissimi critici. Ha elevato agli onori degli altari anche figure recenti e controverse, con un occhio di riguardo ai papi. A partire dal 1870 vi è stata un’accentuazione, nuova nella storia della Chiesa di Roma, sulla santità personale dei pontefici. Alla perdita del potere temporale i papi hanno risposto in molti modi, tra l’altro con l’enfatizzazione della santità rintracciata in alcuni loro predecessori, e quindi in qualche modo connessa con il loro ufficio. Giovanni Paolo II ha dato fortemente corpo a questa idea, come già avevano fatto Pio IX, Leone XIII e soprattutto Pio XII”. D. – E lo spazio e sostegno che il papa ha concesso a movimenti cattolici nati nel Novecento, come l’Opus Dei, i focolarini e simili? R. – “Fu sicuramente un’altra sua rottura, forse inevitabile di fronte a un fenomeno nuovo come quello costituito dai movimenti, ma certo molto problematica, per il rischio di polarizzazioni e frammentazioni nella Chiesa cattolica causate da tendenze per loro natura centrifughe e settarie, che potrebbero finire per minarne l’unità. E si può aggiungere che Giovanni Paolo II, al fine di dare rappresentanza ai cattolici di ogni parte del mondo, ha sfondato ogni tetto numerico nel creare nuovi cardinali, in genere però d’età piuttosto avanzata, con ciò non dimostrando una reale fiducia nel collegio cardinalizio, pur tante volte convocato”. D. – C’è qualcosa in cui papa Wojtyla ha fallito? R. – “I rapporti ecumenici tra le diverse confessioni cristiane, nonostante qualche successo e un’enfasi di facciata, non sono in realtà progrediti. Ciò è avvenuto anche per l’irrigidimento di alcune Chiese ortodosse, le quali, non più soffocate dal comunismo, mal sopportano la concorrenza cattolica, a volte aggressiva, nei loro paesi; mentre per quanto riguarda anglicani e protestanti alcune loro evoluzioni dottrinali e disciplinari hanno allargato il divario che li distanzia da Roma. E ancora, il governo della Chiesa universale non è stato tra le principali preoccupazioni di Giovanni Paolo II. Che diffidò nei fatti della curia e dei curiali italiani, forse anche per la sua provenienza da ‘un paese lontano’, come disse dopo l’elezione presentandosi ai romani e al mondo, e lasciò uno spazio amplissimo al suo segretario personale, Stanislaw Dziwisz. In epoca recente nessun segretario di papa ebbe un peso così rilevante. Nemmeno Loris Francesco Capovilla con Giovanni XXIII. Poi non si può certo dire che vi sia stata una particolare cura per la formazione del clero. Mentre sono cresciuti in misura incontrollabile documenti e testi pubblicati a firma del papa: un vero diluvio, che ha rischiato di svalutarli. Così come l’enfatizzazione insistita e ripetuta delle richieste di perdono (i cosiddetti ‘mea culpa’) ha finito per confermare nell’opinione pubblica rozzi stereotipi che tendono a criminalizzare la storia del cristianesimo, prescindendo da una comprensione storica e idealizzando indebitamente il presente come termine di confronto. Dunque con effetti ben diversi da quelli che lo stesso pontefice auspicava da questo riconoscimento doveroso e coraggioso delle colpe del passato, tradizionale nella storia della Chiesa e rinnovato nella seconda metà del Novecento dal concilio Vaticano II”. D. – Con la modernità Giovanni Paolo II come s’è confrontato? R. – “In modo ambivalente. Ne assumeva le apparenze. Cantava, nuotava, sciava, pubblicava interviste e libri suoi personali. E così faceva passare il messaggio che egli era amico dei moderni stili di vita. Ma in realtà nei confronti della cultura moderna nutriva una diffidenza di fondo. Da vero papa intransigente”. |