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Come
faremo senza Saul Bellow, senza la sua ironia, senza la sua
eleganza, senza la sua inesorabile tenacia? L'aria è piena di suoi
ricordi, sue frasi, sue battute, le stanze sono piene di sue immagini,
suoi incontri, sue attese, le strade sono piene di sue passeggiate, di
suoi pensieri, di suoi rimpianti, le fotografie sono piene del suo viso,
della sua sicurezza, della sua indipendenza.
E
lui, Saul Bellow, dov'è? Il primo ricordo che mi viene in mente è
di qualche giorno favoloso che abbiamo passato a Capri, quando lui aveva
69 anni, capelli d'argento sui grandi occhi a mandorla, asciutto e
affascinante, tre divorzi con un figlio per divorzio, quarta moglie
romena, una quindicina di libri tra romanzi, commedie e raccolte di
saggi e di racconti, Premio Pulitzer e tre National Book Awards,
innumerevoli premi internazionali e lauree ad honorem , tutto culminato
nel 1976 col Premio Nobel. Prima di venire a Capri a prendere il Premio
Malaparte di Graziella Lonardi si è fermato a Roma in un albergo del
centro, ha cenato una sera con Paolo Milano, suo intimo amico, e una
sera con me. E’ andato dall’ambasciatore americano a una riunione in
onore del colonnello Joe Kittinger, trasvolatore solitario
dell’Atlantico in mongolfiera, commentando l’avvenimento: «Molto
coraggioso. Ma occorre più coraggio per affrontare un matrimonio».
A
Capri, fra un solleone e un acquazzone, ha partecipato a una cena
alla Grande Gatsby nella ex casa della Principessa Mafalda di Savoia, è
andato alla Villa di Tiberio in cerca del fantasma dell’imperatore, ha
detto davanti a un pubblico di intellettuali: «Se dovessi cercare un
eremo in cui vivere sicuramente sceglierei Capri, ma sento di dover
restare nella lotta di Chicago», ha passato una giornata chiuso nella
camera dell’albergo di lusso di Capri, l’indomani ha subito senza drammi
l’insolenza di un giovane editore che si è presentato al lunch in suo
onore con un’ora di ritardo e tutto sbracato perché arrivava «dalla
barca» con un gruppo di amici sbracati come lui, e la sera si è accorto
che gli editori lo avevano lasciato solo a Capri, tra grandi risate l’ho
accompagnato a Roma io e sono stata con lui a cena a luci basse a
parlare più delle sue donne che dei suoi libri.
Caro
Saul Bellow, fascinoso e rubacuori, che raccontava le sue
esperienze con gli ormoni di Wilhelm Reich, e i suoi problemi più o meno
sessuali con le varie mogli e solo di sfuggita parlava dei suoi libri o
di quello che stava scrivendo o delle sue proteste per recensioni con
cui non era d’accordo. Ormai di lui tutti sappiamo tutto perché è uscita
l’anno scorso, anche in Italia, una superba biografia di James Atlas, di
quelle americane dove si trova tutto, tutte le notizie come su Internet,
ma senza errori. La biografia comincia con l’affermazione che «gli
scrittori americani per lo più sono autodidatti».
La
cultura era un’attività marginale, Chicago, come diceva il suo
massimo poeta Carl Sandburg, era la città «dalle grosse palle», la
letteratura autoctona produceva romanzi come The Pit (del 1903) di Frank
Norris sugli speculatori del grano, The Jungle (1906) di Upton Sinclair
su una famiglia di immigrati lituani, la trilogia su Frank Cowperwood di
Theodore Dreiser ispirata da un magnate della ferrovia, i romanzi
amorosi di Sherwood Anderson; ma il Rinascimento di Chicago esisteva, ed
Henry Louis Mencken sosteneva che era impossibile trovare uno scrittore
americano che non avesse qualche legame col mattatoio sulle rive del
lago Michigan.
Eppure per i giovani Chicago rappresentava nel XX secolo quello
che Parigi era stata nel XIX per il protagonista di un romanzo di Honoré
de Balzac; rappresentava, come dice Saul Bellow nella sua autobiografia,
la prova «che la vita vissuta nei grandi centri manifatturieri, con la
puzza di carne macellata, immensi slums, carceri e ospedali, era anche
vita umana». In questa città si è trovato a crescere Saul Bellow, che
l’ha fatta diventare un personaggio: la sua ventina di libri l’ha resa
familiare quanto la Dublino di James Joyce. A permetterglielo è stata la
fiducia nel proprio destino di artista, cioè, diceva Saul Bellow, «di
una persona consacrata alla funzione più alta di cui è capace l’essere
umano: fare, appunto, l’artista».
Non
c’è dubbio che artista Saul Bellow è stato, senza esitazioni e
fino in fondo: in quella Chicago ha vissuto in una famiglia di emigrati,
ma nato nel Nuovo Mondo, cioè «diverso» dal resto della famiglia. Che
era costituita dal padre poverissimo, la madre figlia di un rabbino e
dai loro cinque figli, di cui Saul era il minore. A tre anni Saul si è
trovato trasferito con la famiglia a Montréal e a otto anni è finito in
un ospedale dove ha letto La capanna dello Zio Tom e, ha detto più
tardi, ha visto la morte in faccia (ha descritto l’esperienza in
Humbold’t Gift ), e in Herzog ha raccontato il disastro di suo padre nel
1923, quando non ha avuto più i tre dollari che doveva al rabbino per le
lezioni di ebraico.
Nel 1924, il 4 luglio, a nove anni, aveva attraversato
clandestinamente il confine con l’aiuto di un contrabbandiere e aveva
preso un treno per Chicago; anche questa storia la racconta in Herzog. A
quindici anni la famiglia aveva traslocato in un quartiere dove
abitavano gli ebrei che «c’e l’avevano fatta»; in Herzog, racconta anche
la morte drammatica della madre quando aveva 17 anni in un ricordo che
lo ha ossessionato tutta la vita. Intanto si è diplomato, si è iscritto
all’università, è diventato amico di Isaac Rosenfeld; con lui discuteva
nei circoli universitari fra trotzkisti e stalinisti e nel 1934, mentre
la famiglia traslocava in un quartiere di «ebrei agiati», a 19 anni
aveva affrontato il rito di iniziazione d’obbligo durante la
Depressione; poi aveva lasciato la casa paterna e aveva affittato una
camera; lavorava con un fratello in un negozio di carbone che gli ha
fatto da materiale per The Adventures of Augie March, si è laureato
insieme a Isaac Rosenfeld, si è scelto per maestri scrittori fuori dalla
scuola, Fedor Dostoevsky, Gustave Flaubert, James Joyce e soprattutto
Theodore Dreiser, si è sposato con Anita.
Nel 1929 il Federal Writer’s Project gli ha dato da fare un libro
sull’Illinois, come già lo aveva dato da fare a Nelson Algren e Richard
Wright: a Saul Bellow il libro assegnato riguardava un elenco dei
giornali dell’Illinois e poi anche profili biografici contemporanei, fra
cui quelli di John Dos Passos, James T. Farrell e Sherwood Anderson. Nel
1940, dopo sette anni di attesa ha ereditato 500 dollari da una vecchia
assicurazione della madre ed è andato in Messico con l’intenzione di
salutare Trotzky, ma quando è arrivato lo ha trovato assassinato,
proprio come Trotzky aveva sempre annunciato che avrebbe fatto Stalin.
In quel periodo ha scritto The Adventures of Augie March e ha
cominciato colloqui per la ricerca di posti di lavoro; uno di questi
colloqui, con Whittaker Chambers, lo ha umiliato perché non gli ha dato
un posto al Time e Saul Bellow racconta l’umiliazione in The Victim ,
che è uscito nel 1947. Nell’attesa della chiamata alle armi aveva finito
il suo primo romanzo, Dangling Man , che è poi uscito il 23 marzo 1944,
mentre Hitler aveva invaso l’Ungheria, l’aviazione americana bombardava
Berlino e le camere a gas di Auschwitz erano diventate cosa nota. Il
libro è scritto sotto forma di diario ed è la cronaca di quattro mesi
della vita di un giovane. La recensione più importante che ne è uscita è
stata quella di Edmund Wilson sul New Yorker , dove Wilson lo ha
presentato come una testimonianza importante sulla psicologia della
generazione cresciuta durante la Depressione e la Guerra; invece Diana
Trilling ne ha fatto una stroncatura su The Nation .
Nell’estate 1944 era andato a stare in un bell’appartamento,
finalmente, e poi in attesa del richiamo militare che non arrivava mai
si era arruolato volontario ed era partito per l’Est nella Marina
Mercantile, col vantaggio che la caserma si trovava a poca distanza da
Manhattan, dove vivevano molti suoi amici (forse il più importante è
stato Isaac Rosenfeld). Continuava ad avere problemi economici: gli
avevano rifiutato una borsa Guggenheim, nella primavera del 1946 si era
stabilito a New York mentre portava a termine il suo secondo romanzo The
Victim , non riusciva a fondersi con la società del Village che lo
considerava un conformista, ed è stato allora che è andato in treno a
Madrid, con un viaggio durato due notti; al ritorno dalla Spagna, dunque
due anni dopo più o meno la fine della guerra, era uscito The Victim :
Saul Bellow era riconoscente all’editore per la promozione che aveva
fatto al libro e i critici cominciavano ormai ad accorgersi di lui,
specialmente Robert Pennwarren e Alfred Kazin. Con questo successo ha
avuto un anticipo per un nuovo romanzo ed è andato a Parigi: era il 15
settembre 1948, e lì ha scritto praticamente The Adventures of Augie
March .
Nel 1950 è ritornato a New York, e ha fatto un’esperienza con le
scoperte Wilhelm Reich, che non solo non ostacolava i suoi interessi
sessuali, ma li incoraggiava: ormai era considerato un donnaiolo. Per i
libri ormai era proprio famoso e accettato da tutti gli intellettuali
d’America, presto era diventato amico di Ralph Ellison col suo
controverso ma famosissimo Invisibile Man (rimasto amico di Bellow tutta
la vita e chiamato poi da lui a lavorare accanto a sé a Chicago nel suo
«Committee On Social Thought»). Bellow non era soddisfatto di The
Adventures of Augie March e pensava di dover rifare gli ultimi capitoli;
ma ormai il suo nome era entrato nello scaffale dei romanzi scritti nel
dopoguerra dagli scrittori ebrei americani, The Naked and the Dead di
Norman Mailer, Focus di Arthur Miller, The Natural di Bernard Malamud,
Passage from Home di Isaac Rosenfeld, la raccolta di racconti di Delmore
Schwartz The World is a Wedding .
Nel 1953, insieme alla nomina nel Bard College era arrivata la grande
fama, a parte un attacco di Norman Podhoretz sulla «Partisan
Review» e uno del figlio di Rebecca West sul «New Yorker»: quell’anno
gli hanno dato un «National Book Award». Ha divorziato dalla moglie e il
primo febbraio 1956 ha sposato Sondra, ha trovato un incarico nella New
School ed è andato a preparare il suo corso a Yaddo, la colonia per
artisti di Saratoga Springs, dove è diventato amico di John Cheever.
Intanto preparava il romanzo Seize the Day , che è poi uscito nel
novembre di quel 1956, ed è stato accolto da recensioni entusiastiche.
Nel 1957 gli è nato un altro bambino e ha incontrato Susan Glassman,
laureanda alla Radcliffe, dove Bellow aveva avuto un incarico; e ha
creato una serie di problemi, conclusi con nuovo divorzio di Bellow.
Negli Anni Cinquanta l’Olocausto aveva reso indifendibile
l’antisemitismo, il che non significava che non esistesse e Saul
Bellow ne portava ad esempio Allen Tate, che si proclamava un Agrarian
del Tennessee, e non nascondeva il suo disprezzo per il gruppo
prevalentemente ebraico della «Partisan Review»: non si poteva negare
che nella letteratura americana una vena di antisemitismo fosse esistita
negli Anni Venti: per esempio gli studiosi di Hemingway sanno che
l’editore gli ha chiesto di fare una modifica in The Sun Also Rises a un
personaggio ebreo per renderlo sgradevole. Nei week end lo andava a
trovare Sondra finché Bellow aveva divorziato da Anita con grossi
problemi economici. Dal Bard College Bellow ha dato le dimissioni nel
1954, è andato a vivere a Cape Cod, dove ha ritrovato Mary McCarthy,
divorziata da Edmund Wilson (che ora vi abitava col suo terzo marito
Bowen Broadwater).
Nel 1955 è morto il padre, lasciandolo sconvolto, non
diversamente da come lo aveva lasciato sconvolto la morte della madre.
Seize the Day rappresentava un ritorno alla narrativa praticata in
passato con la letteratura ottimistica di Dangling Man e The Victim ;
modello del libro è Delmore Schwartz, che si avviava nel personaggio a
diventare il relitto umano poi descritto senza pietà in Humboldt Gift,
che è uscito nel 1959. Mentre Bellow era a Reno per divorziare da Anita
e poter sposare Sondra ha incontrato Arthur Miller che stava divorziando
per sposare Marilyn Monroe che stava girando Bus Stop; e finite le
operazioni del divorzio era andato con Sondra in un viaggio di nozze
prima di sistemarsi nella Villa Tivoli del Bard College.
Bellow aveva continuato a protestare coi recensori che non lo
apprezzavano ma più o meno allora si era trovato ad affrontare un
problema importante per tutta l’America, quello del rilascio di Ezra
Pound: il dibattito per Pound si era aggravato nel 1949, quando gli era
stato assegnato il prestigioso premio Bollingen e Delmore Schwartz e
Irving Howe avevano protestato; adesso era stato organizzato
dall’amministrazione Eisenhower un comitato di scrittori per combattere
la propaganda sovietica presieduto da William Faulkner di cui Bellow
faceva parte. Bellow si era trovato a controbattere un Faulkner come
spesso gli accadeva influenzato dal suo amato bourbon e deciso a
proporre di portare oltrecortina un po’ di ungheresi e offrirgli una
macchina usata e un lavoro, ma Bellow gli obiettò che al ritorno in
patria sarebbero finiti tutti in prigione.
Questa discussione aveva distratto gli scrittori dalle proposte
per la liberazione di Ezra Pound: Bellow era violentemente contrario
alla liberazione di Pound e ha scritto a Faulkner una lettera di fuoco
per impedirlo. A parte questo dramma etnico Bellow conduceva a Villa
Tivoli una vita che sembrava uscita da un romanzo russo, clima che
sottolineava con un’abitudine recente di rivolgersi agli amici con il
patronimico in costume fra i russi. Il suo problema era la mancanza di
soldi e la sua felicità era stata la nascita il 19 gennaio 1957 di un
bambino che era stato chiamato Adam Abraham.
Aveva accettato un incarico temporaneo all’Università del
Minnesota e Bellow vi si era trasferito in febbraio, poco dopo la
nascita del figlio. Lì divideva l’ufficio col poeta John Berryman e a
maggio era andato alla University of Chicago per esaminare un
manoscritto intitolato la Conversione degli Ebrei sottoposto in esame
dall’autore ventitreenne che aveva voluto conservare l’anonimato: Philip
Roth ha riportato l’episodio nel suo The Gost Writer del 1979, dove ha
ripreso il dramma della assimilazione ebraica. A differenza di Bellow
che fa conservare ai suoi personaggi tracce della loro ascendenza di
immigrati, i personaggi di Philip Roth vivono nelle nuove periferie. Di
Saul Bellow Philip Roth ha raccolto un ricordo molto dolce: «Dava l’idea
di una persona acuta, pazzamente sicura di sé, affascinante, spiritosa e
molto generosa».
Ormai la celebrità di Bellow è tale che tutti conoscono i suoi libri;
tutti conoscono anche i suoi premi che sono stati i tre National
Book Awards, un Pulitzer Prize e clamorosamente il Premio Nobel che
Bellow è andato a prendere a Stoccolma con moglie, parenti e amici in un
gruppo di una decina di persone in una settimana che è stata per lui un
uragano di applausi. Poi ha sposato la scienziata romena che lo ha
portato a visitare il suo Paese infelice e ha divorziato dopo che Bellow
aveva divorziato anche dalla terza moglie Susan Glassman. Ma anche con
la moglie romena Bellow ha vissuto in Europa un episodio romanzesco. Era
molto innamorato di lei, in Italia si era fatto consigliare un negozio
di coralli per comperare una collana che doveva regalarle come una
catena da schiavo da mettere al collo, mi diceva che ogni mattina era
lui a prepararle il caffè prima che lei uscisse, che era una moglie
meravigliosa eccetera, ma quando in Francia il ministro della Cultura
gli ha dato il premio della cultura francese porgendogli una medaglia,
Bellow aveva fatto uno scherzo sull’asservimento che la medaglia
comportava e la moglie romena gli aveva detto ad alta voce: «Don’t make
an ass of youself». Molto tempo dopo Bellow mi ha raccontato che è
tornato in America senza dirle una parola e ha parlato solo per chiedere
a un avvocato il divorzio. I giornali sono stati pieni del suo ultimo
matrimonio con Janis Freedman che a 40 anni e dopo cinque aborti gli ha
dato a 84 anni una bambina che è stata chiamata Naomi Rose.
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