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"Che cosa si celebra
in questo mese d'ottobre? I venti anni di presenza di Karol Wojtyla sul
seggio di Pietro, oppure l'anniversario di un pontificato, cioè di
un'epoca nella vita della Chiesa? Venti anni fa, un polacco di 58 anni
cominciava uno dei regni più lunghi nella storia del cristianesimo.
Questa distinzione fra l'uomo e il pontificato è essenziale: il Papa può
risultare più o meno simpatico, santo o peccatore, bianco o nero, ma
questo è secondario: quello che conta è che rappresenta il garante della
fede, il vicario di Cristo.
Detto questo, Giovanni
Paolo II mi risulta ovviamente, per quel che conta, molto simpatico. Non
voglio farmi passare per uno dei suoi intimi, ma si dà il caso che
qualche anno fa il Papa abbia pensato a me quando Rai 1 gli ha proposto
di farsi intervistare. Mi conosceva, perché aveva letto il mio primo
libro, Ipotesi su Gesù, quando era arcivescovo di Cracovia e si trovava
a Roma per chiedere a Papa Paolo VI un ritiro spirituale. Mi è stato
raccontato che aveva fatto tradurre questo libro in polacco e, per
sfuggire alla censura del regime, l'aveva pubblicato a puntate sul
giornale della sua diocesi. Ho scoperto in seguito che era un attento
lettore dei miei libri e dei miei articoli sui quotidiani italiani. Un
giorno mi fece telefonare per invitarmi a colazione nella sua residenza
estiva di Castelgandolfo.
Come andarono poi le
cose, fino alla pubblicazione, in 53 lingue, di Varcare la soglia della
speranza, l'ho raccontato nell'introduzione al libro e non è dunque il
caso di ritornarvi. Ho riferito in quelle pagine le circostanze di
questo incontro perché da allora ho l'impressione di aver colto diverse
sfaccettature della personalità di Giovanni Paolo II. Innanzi tutto,
direi che è un mistico allo stato puro. Direi addirittura che nel suo
caso non si può neanche parlare di "un uomo di fede", perché la fede è
una scommessa, come diceva Pascal; mentre invece il Papa - che peraltro
conosce bene il grande filosofo francese, che cita spesso - è posseduto
da una certezza. Non ha bisogno di credere: egli vede.
Parlando con lui, si
ha l'impressione che sia immerso in una sorta di visione. Quello che
vede non lo stupisce, gli sembra naturale e non è fonte di dubbio, ma di
ammirazione. Lo si comprende guardandolo pregare. Tutte le sere, prima
di coricarsi, si ritira in raccoglimento nella sua cappella privata. Non
si può spiegare il suo pontificato se non si tiene conto di questo
aspetto dell'uomo: ogni suo pensiero e ogni suo atto hanno radici nella
contemplazione e nella preghiera. L'altro aspetto di Giovanni Paolo II è
la sua straordinaria umanità. In questo inusitato pontificato c'è anche
questo particolare: Karol Wojtyla è il primo Papa, da forse due secoli,
che non è entrato in seminario da bambino. Ha avuto una gioventù normale
nella Polonia fra nazismo e comunismo, quella di un ragazzo della sua
generazione, che ha frequentato gli ambienti sportivi e teatrali, e ha
conosciuto delle ragazze.
Lui stesso racconta
che, giovane adolescente, s'innamorò di un'attrice della sua età, Halina
Krolikiewitcz, con la quale aveva spesso recitato sulla scena. Questa
educazione non clericale ha contribuito ad assicurargli una grande
facilità di rapporti con chiunque, uomini e donne, capo di Stato o
semplice fedele. Lo si vede da vent'anni, in occasione dei suoi viaggi,
durante i quali s'immerge in bagni di folla, incontra gente comune e
alti dirigenti con la stessa naturalezza e la stessa benevolenza. Fra le
sue foto, che si contano a milioni, ce n'è una che mi emoziona
particolarmente perché mi fa comprendere il segreto di quest'uomo. Fu
scattata in occasione di un viaggio: si vede una ragazza, molto bella,
che porta un cesto di frutta e lo offre al Santo Padre. E lui,
istintivamente, le accarezza paternamente una guancia, atto impensabile
per Pio XII o Paolo VI. Nessuna ambiguità in questo gesto, nessun
imbarazzo.
Questa spontaneità
riveste una grande importanza nel carisma di Giovanni Paolo II. Quello
che affascina gli intellettuali, più che il pensiero, è la persona di
Giovanni Paolo II. Il Papa è forse l'uomo più rispettato e al contempo
meno ascoltato, perché il mondo moderno vive una situazione tragica:
essere, dopo la caduta delle ideologie, un orfanotrofio, dove l'uomo è
alla ricerca di un padre. Per una sorta di pigrizia, sono molti quelli
che continuano a parlare in termini di categorie "politiche": Papa
restauratore, Papa conservatore o Papa progressista. In Giovanni Paolo
II ci sarebbero un ministero pastorale "di sinistra" (l'assemblea
interreligiosa ad Assisi nel 1986) e una teologia morale "di destra".
Cercare di comprendere questo pontificato utilizzando parametri
ideologici è del tutto fuor di luogo. Di destra, Giovanni Paolo II, in
quanto teologo? Ma si dimenticano le accuse di modernismo di cui è stato
fatto oggetto quando era arcivescovo di Cracovia, in quanto coautore di
uno dei testi più audaci del Concilio Vaticano II, la Gaudium et spes.
E tutto quello che ha
fatto nel suo pontificato è in questa direzione. Mentre il cardinale
Ratzinger mi ha spesso parlato dei danni provocati da certe
interpretazioni abusive del Concilio (soprattutto in materia di
liturgia), al contrario, nonostante i miei sforzi per far ammettere al
Papa che alcuni aspetti del dopo - Concilio avevano avuto connotazioni
negative, non sono mai riuscito a cavare da lui la pur minima critica.
Conservatore il suo discorso morale? Ma no, la sua teologia del
matrimonio è squisitamente rivoluzionaria. Se si legge quello che ha
scritto sull'argomento, si scopre che, contrariamente all'insegnamento
tradizionale, che considera come finalità primaria del matrimonio la
procreazione e l'educazione dei figli, il moralista Wojtyla mette in
primo piano l'amore reciproco tra i coniugi. Non è poco, vista la
posizione della Chiesa su questa materia. Nel corso di questo
pontificato ricco di grandi avvenimenti, è successo a Giovanni Paolo II
quanto di peggio può capitare a un uomo: vedere realizzato uno dei suoi
sogni più cari.
Dai suoi viaggi in
Polonia si è potuto constatare quale peso egli abbia avuto
nell'evoluzione della situazione politica in quei Paesi, unitamente
all'attrazione esercitata dall'Occidente sul blocco orientale. Ma ha
subito la delusione di vedere che, alla caduta del Muro, gli abitanti di
Berlino Est non si sono precipitati nelle chiese, ma nel grande sexy -
shop di Berlino Ovest. Credo - anzi temo - che se oggi Giovanni Paolo II
dovesse scegliere tra due mali, la Polonia - caserma di ieri e la
Polonia - casa di tolleranza di oggi, sceglierebbe la prima. Il suo
sogno non era probabilmente il crollo definitivo del comunismo a
vantaggio di un capitalismo selvaggio, ma la sua intima riforma. Idea
condivisa da Gorbaciov: non è un caso che fra i due uomini ci sia stata
un'istintiva intesa in occasione del loro incontro a Roma nel dicembre
del 1989. Giovanni Paolo II ha lottato contro il comunismo, ma cercando
di smussare gli estremismi di Solidarnosc. Certamente non amava il
comunismo, ma non ama neppure le mafie camuffate da liberalismo che gli
sono succedute. Perché? Perché, secondo Giovanni Paolo II, ci sono due
rischi per la fede: la persecuzione e l'assimilazione. L'Est ha
conosciuto la persecuzione per cinquanta anni. L'Occidente sperimenta
l'assimilazione, il rischio dell'appannamento del cristianesimo ad opera
delle idee correnti: forma di persecuzione più sottile, quasi
invisibile. Quando il comunismo è caduto, è cominciata la grande crisi
d'identità della Chiesa polacca. Ed è per lanciare un segnale contro
l'egemonia capitalista nel mondo che il capo della Chiesa cattolica è
andato a Cuba e ha reso l'onore delle armi a quel vecchio dittatore
condannato dalla Storia che è Fidel Castro. Una visita a cento
chilometri dagli Stati Uniti. Una follia, per dire agli americani: "Io
ho lottato contro il comunismo, ma non per questo ho l'intenzione di
benedire tutto il vostro liberalismo". Che smacco! Gli onnipotenti Stati
Uniti non gliel'hanno perdonato. Bastava leggere la stampa americana
dell'epoca per misurare la loro collera. Il Papa ha fatto cadere il
comunismo come sistema di potere, ma senza disconoscerne alcuni aspetti
positivi: il bisogno di giustizia, un certo richiamo alla generosità
umana. Lo si comprende leggendo l'enciclica Centesimus Annus: il Papa
vorrebbe al tempo stesso la giustizia (che deriva particolarmente dal
socialismo) e la libertà (che si esprime all'occorrenza nel
capitalismo). In pochi anni, questo difficile cammino è stato percorso a
vantaggio di un sistema liberista esasperato. La delusione di Giovanni
Paolo II deriva da questo. Oggi, Giovanni Paolo II sta guidando la
Chiesa verso il 2000. Non è certo vittima della superstizione delle date
(oltretutto è probabile, come alcuni storici hanno dimostrato, che
l'anno 2000 sia stato in realtà il 1994. Poco importa). Ma il Papa vuole
cogliere l'occasione di questo evento simbolico per attirare
l'attenzione del mondo intero su ciò che giustifica questa data: Cristo,
centro del suo pontificato. La sua prima enciclica, Redemptor hominis,
era stata a Lui consacrata. Il pontificato raggiunge il suo apice con
questo "anniversario" che è il Giubileo. Giovanni Paolo II è un Papa
escatologico, pressato dall'urgenza di annunciare al mondo quello che la
Provvidenza ha previsto per l'umanità. E io credo che se ha voluto
viaggiare per il mondo intero, e visitare tutti i Paesi del pianeta -
mancano a tutt'oggi la Cina e Israele - è per affrettare la predizione
evangelica secondo la quale Cristo non ritornerà sulla terra se non
quando il suo messaggio sarà stato annunciato in tutte le nazioni del
mondo".
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