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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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Il re dei consiglieri
Ritratto di re
Abdallah di Giordania |
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di
David Frum |
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del 16\3\2005 |
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fonte:
Il Foglio |
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qui dal
17/03/2005 |
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Il
presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ieri ha incontrato alla Casa
Bianca re Abdallah di Giordania per verificare in prima persona quanto sia
cambiata la situazione mediorientale, conversando con il più innovativo
leader arabo.
Il giovane sovrano hashemita si è spesso distinto per analisi e atti
concreti che hanno avuto una positiva funzione di rottura nel mondo
arabo-musulmano. E’ stato l’unico capo di Stato islamico ad aver avuto il
coraggio di chiedere a Yasser Arafat vivente, in piena Intifada dei
terroristi suicidi, di “darsi un’occhiata nello specchio per vedere” se
stesse davvero aiutando il suo popolo. E’ un profondo conoscitore della
regione e rompe clamorosamente con l’inerzia liturgica delle vecchie
analisi (che ancora paralizzano la diplomazia europea) e sostiene che il
cuore dello scontro mediorientale ora non sarà più il conflitto
israelo-palestinese, ma la “mezzaluna sciita”, che unisce Iran, Iraq,
Siria e Libano, con Baghdad al centro del teatro dello “scontro tra l’Iran
e l’occidente”. Il suo popolo è quello che più ha sofferto delle guerre
contro Israele, il suo esercito, la Legione araba comandata da Glubb
pascià, è l’unica armata araba che abbia combattuto davvero valorosamente
contro quella di Israele, ma oggi re Abdallah afferma che spetta agli
arabi tendere la mano a Israele con maggior forza e determinazione.
La lunga intervista che Abdallah ha concesso pochi giorni fa alla rivista
americana Middle East Quarterly, del think thank Middle East Forum,
diretto da Daniel Pipes, permette di capire i dossier discussi da George
W. Bush e dal re giordano, comprese le critiche inusuali rivolte dal
sovrano di Amman all’alleato americano. L’analisi del giovane re parte da
un punto dissonante rispetto a tutte le teorie “politically correct” ed è
stimolata da una denuncia, “ad alta voce e non sommessa come troppe volte”
è accaduto, del “crimine contro l’umanità” rappresentato dalla strage
cecena di Beslan: “Credo che oggi l’Islam stia andando in una direzione
preoccupante e noi hashemiti, abbiamo l’obbligo di contrastarla”.
Il riferimento alla propria discendenza non è casuale, perché questo
giudizio molto critico sull’Islam contemporaneo acquista peso e valore nel
momento in cui è pronunciato dal pronipote del penultimo custode della
Mecca (Hussein al Hashemi, alleato di Lawrence di Arabia, è suo
trisavolo), discendente diretto della famiglia di Maometto. “Stanno
sicuramente accadendo molti fenomeni all’interno del mondo musulmano, ma
noi dobbiamo tracciare una linea per terra, o di qua o di là, se non lo
facciamo, se non lo diciamo ad alta voce, coloro che diffamano l’Islam,
come hanno fatto a Beslan, vinceranno. Persino i sauditi se ne sono
accorti…”. Naturalmente re Abdallah è estremamente diplomatico nelle sue
valutazioni sui vicini dell’Arabia Saudita, ma non risparmia frecciate:
“C’è qualcuno in Arabia Saudita che pensa che il problema dei
simpatizzanti di Osama bin Laden sia passeggero e che da qui a sei mesi
costoro leveranno il disturbo. Non è così e pensare in questo modo serve
soltanto ad addolcire il problema”.
Premessa questa valutazione cruda sulla crisi dell’Islam, re Abdallah ne
trae la conseguenza della definizione di uno scenario geopolitico
originale: “Continuiamo a dire che il centro del problema mediorientale è
quello israelo-palestinese, ma, per la prima volta, io temo che – se in
Iraq non si stabilizza rapidamente la situazione – il nucleo
dell’instabilità si sposterà. In questa situazione, il motore della
tensione sarà l’Iraq, dove si innescherà un conflitto tra sciiti e sunniti,
devastante per questa parte del mondo”. Proprio ieri è scoppiata una
piccola, ma preoccupante, crisi religiosa, con strascichi diplomatici tra
l’Iraq e la Giordania per i pubblici festeggiamenti resi a un “martire”
dal villaggio sunnita giordano in cui sarebbe nato il terrorista che ha
ucciso 51 sciiti a un funerale a Mosul. Furibonda la reazione degli sciiti
iracheni e del governo guidato dal premier Iyyad Allawi.
Abdallah continua poi il suo ragionamento parafrasando il termine
“mezzaluna fertile” che da un millennio definisce l’area che va dall’Iran
al Mediterraneo: “Sia chiaro, quando parlo del pericolo di una ‘mezzaluna
sciita’ non voglio essere frainteso, com’è accaduto in passato, e voglio
che sia inequivocabile il fatto che la mia è soltanto una preoccupazione
politica, non religiosa. E’ una preoccupazione che riguarda l’Iran e il
suo coinvolgimento in Iraq, le sue relazioni con la Siria e Hezbollah, e
il rafforzarsi di un loro asse politico-strategico. Questo asse può creare
uno scenario in cui può innescarsi un conflitto devastante a opera del
quartetto composto dall’Iran, da quella porzione di Iraq influenzata
dall’Iran, dalla Siria e da Hezbollah, in azione congiunta. Non ho alcun
problema religioso con gli sciiti, ma ho un problema reale nei confronti
di alcune fazioni politiche influenti in Iraq. Gli iraniani si rendono
perfettamente conto che la strada per ottenere il successo contro
l’occidente passa per l’Iraq. L’Iraq è il terreno di battaglia:
l’occidente contro l’Iran”.
La prima conseguenza politica di questa constatazione è la necessità che
gli Stati Uniti e i paesi arabi traccino una “linea rossa” che le forze
destabilizzatrici non possono oltrepassare. Segue poi la valutazione
sconfortata sulla funzione di freno esercitata dall’Europa nel tracciare
questa “linea rossa” sul terreno pericolosissimo dell’armamento nucleare:
“Quando sono andato in Iran un anno e mezzo fa, gli iraniani erano
sottoposti a una pressione tremenda. Erano coscienti di essere finiti in
un angolo molto stretto e hanno subito detto: ‘Prego, Stati Uniti,
vogliamo tendervi una mano, abbiamo i nostri prigionieri di al Qaida e
vogliamo consegnarli; vogliamo aprire discussioni sulle armi di
distruzione di massa; vogliamo costruire una visione comune sui problemi
iracheni, sull’unità dell’Iraq’. Ma poi nel momento stesso in cui i primi
ministri europei hanno iniziato a bussare alla loro porta, gli iraniani
hanno capito che la pressione era scomparsa…”.
Re Abdallah non ha partecipato alla guerra contro Saddam Hussein, ma ha
lasciato che i commandos inglesi usassero le loro vecchie basi in
territorio giordano e oggi addestra nelle sue caserme le forze di
sicurezza di Baghdad. Impegnato a tracciare anche in questo modo la “linea
rossa” contro le ingerenze politiche destabilizzanti degli iraniani, egli
si sente in diritto di criticare gli americani e lo stesso Bush: “Lo
scioglimento dell’esercito iracheno è stato un errore. Io l’ho detto al
presidente Bush: individuate il vero nucleo di comando baathista e
scioglietelo, ma lasciate in piedi il resto. Bush capiva di che cosa
stavamo parlando, ma poi ogni volta che ci incontravamo mi chiedeva
consiglio su che cosa gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare in Iraq. Io
dovevo sempre argomentare sugli stessi punti, sapendo che lui aveva
trasmesso alla sua Amministrazione messaggi per concretizzare questa
politica, poi non attuata”.
Re Abdallah diventa addirittura caustico quando parla del modo con cui gli
statunitensi addestrano il personale militare iracheno: “Stanno provando a
costruire un esercito, ma lo fanno troppo in fretta. Prendono i soldati,
li addestrano per sei settimane e li rimandano indietro. Davvero, non è
così che si formano forze per l’antiterrorismo”.
Il re hashemita appartiene a una dinastia che ha sempre combattuto contro
Israele, ma solo per ragioni di “terra”, mai per motivazioni
ideologico-religiose, come invece hanno fatto le leadership del Gran Muftì
e quella di Arafat. Il suo prozio Feisal, re dell’Iraq, così scrisse a
Chaim Weizmann, presidente del movimento sionista nel 1920: “Noi arabi,
specie quelli colti, consideriamo con la più grande simpatia il movimento
sionista. Lavoreremo insieme per un nuovo medio oriente e i nostri
movimenti si completeranno reciprocamente. Il movimento ebraico è
nazionalista, non imperialista. Il nostro movimento è nazionalista, non
imperialista, e c’è abbastanza posto in Palestina per entrambi”. Oggi,
dopo aver combattuto duramente contro Israele, il re giordano si fa fedele
interprete della linea della dinastia, e la aggiorna: “Che cosa vuole
Israele? Fare parte di questa regione che inizia in Marocco e attraversa
tutto il mondo arabo. E gli arabi devono voler pagare questo prezzo.
Israele deve avere libera possibilità d’azione e libero accesso, e
soprattutto il senso di essere parte integrante di questa regione. Il
sacrificio che è necessario che gli israeliani facciano per ottenere
questo obiettivo è dare un futuro chiaro ai palestinesi. Ma pagare questo
prezzo garantirà agli israeliani benefici? Vi sono israeliani seri che
dicono: ‘Va bene, facciamo questo sacrificio, prendiamo questa decisione
difficile e lavoriamo al fianco dei palestinesi per costruire una sorta di
coesistenza. Ma questo cambierà realmente le nostre relazioni con i paesi
arabi?’ E’ nostro dovere convincerli”.
Sul piano concreto, re Abdallah propone che tutti i paesi arabi
riconoscano il diritto di Israele a esistere (diritto che 18 Stati su 22
non riconoscono dal 1947) e che ovviamente Israele s’impegni ad
abbandonare i Territori. Ma egli va oltre la formula diplomatica, perché
sa che il futuro del suo paese (uno dei pochi senza petrolio nell’area)
dipende da uno sviluppo economico che può concretizzarsi solo su scala
regionale, con la formazione di un florido mercato di scambi tra Israele,
Palestina, Giordania e Iraq, agganciato alla moderna Turchia.
Due anni fa, Abdallah stupì molti all’Economic World Forum di Amman,
chiedendo ai gruppi finanziari israeliani d’investire in Iraq. Oggi si
propone come indispensabile partner moderato per aiutare a risolvere e
governare, con le armi della politica, della diplomazia, ma anche
dell’economia, il grande problema che sta di fronte al presidente
palestinese Abu Mazen e al premier di Gerusalemme Ariel Sharon: il ritiro
israeliano dalla Cisgiordania.
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