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Pluralismo e tolleranza. La lezione di don Giussani |
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di Piero Ostellino |
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del 26\2\2005 |
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fonte:
Corriere della Sera |
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qui dal
26/02/2005 |
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A me, liberale e non credente, don Giussani era «politicamente» simpatico
- per inciso, pare che anch’io, che non ho mai avuto occasione di
incontrarlo, e me ne dolgo, fossi a lui simpatico - perché aveva
teorizzato e propugnato il rifiuto dei cattolici di lasciarsi
crocifiggere. E aveva combattuto la pretesa dell’Uomo di farsi Dio - per
intenderci, nella fase storica in cui egli è vissuto, «il Dio che è
fallito», ma non solo quello - e crocifiggere gli uomini. Dio - per chi
crede - si è fatto Uomo e si è lasciato crocifiggere per redimere gli
uomini. Ma - anche per me - non vale il processo inverso. Temo l’Uomo che
si fa Dio per redimere gli uomini, e finisce immancabilmente col gettarli
in un lager (nero o rosso che sia) se non si lasciano redimere come lui
vuole. Giussani ricordava volentieri che la cultura occidentale aveva
ereditato i propri valori dal cristianesimo e, fra questi, metteva per
primo quello della «persona» (dell’individuo), che ha come implicito
corollario il valore della «libertà». Erano le stesse ragioni che avevano
spinto il liberale Benedetto Croce a scrivere che «non possiamo non dirci
cristiani».
Per don Giussani, il cristianesimo, prima ancora di essere una «dottrina
che si può ripetere in una scuola di religione»; più che «un seguito di
leggi morali» e di «un certo complesso di riti», era «un fatto, un
avvenimento». Una definizione, questa del cristianesimo, davvero
rivoluzionaria, da parte di un prete, e quindi ben poco catalogabile
dentro uno schema solamente ecclesiale, che anche uno storico o un
sociologo delle religioni, un filosofo della politica e della morale, un
laico e un non credente, avrebbero potuto (potrebbero) tranquillamente
sottoscrivere. «Una forza propulsiva (la sua) - ha scritto bene Maurizio
Crippa sul Foglio - capace di far saltare il tappo del luogo
comune, della cappa di laicismo-clericalismo che soffocava la vita anche
associativa dei giovani».
Perciò non mi spaventava neppure quel suo «brandire» la propria Fede, come
affermazione di una identità forte, storica, civile, prima ancora che
religiosa, di fronte a identità non meno forti, rosse o nere che fossero,
che il valore della persona e della libertà negavano. Così, si spiegava
anche la sua laicissima e liberale affermazione secondo la quale «il
limite del potere è la religiosità vera, il limite di qualunque potere:
civile, politico ed ecclesiastico». Il cristianesimo, dunque, inteso non
come «progetto», ma come «esperienza» di Fede e, allo stesso tempo,
storica e politica, cioè come fatto che si sostanzia, storicizzandosi, in
«esperienze di cristianesimo» al plurale (attraverso il passaggio
dall’utopia alla presenza) e diventa - come si direbbe in linguaggio
politicamente corretto, a lui, peraltro, del tutto estraneo - fattore di
pluralismo e di sperimentazione. «Comunione e Liberazione», il movimento
scaturito dal suo insegnamento, potrà non piacere - e a me, personalmente,
non sempre piace - ma non si può certo dire che non abbia rappresentato, e
rappresenti ancora, un elemento di articolazione e di dinamismo per una
società fondamentalmente pietrificata dal conformismo quale era (è) quella
italiana.
Detto questo, confesso che mi spaventano certi suoi discepoli - Antonio
Socci, tanto per citarne uno - che tendono a tradurre al singolare, cioè
in integralismo religioso, le giussaniane «esperienze di cristianesimo», e
me ne piacciono altri (Renato Farina, ad esempio), che ne hanno tratto,
nella pratica della Fede, lezione di tolleranza. Secondo pluralismo,
appunto.
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