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SOLOMON GURSKY
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Quale spazio per il cristianesimo nella nuova Europa |
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di Camillo Ruini |
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del 11\2\2005 |
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fonte:
www.chiesa.it |
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qui dal
24/02/2005 |
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Quella dello spazio del
cristianesimo nell’Europa di oggi, e soprattutto di domani, è una
questione aperta, come tutte le domande che riguardano il nostro futuro.
La Chiesa gode infatti dell’indefettibilità promessagli dal Signore Gesù,
ma ciò non può essere riferito alla presenza storica del cristianesimo
nelle diverse aree geografiche, come è dimostrato dalla storia di questi
due millenni.
Anzi, possiamo affermare con il teologo J.B. Metz che riguardo al futuro
“il credente ne sa meno”, rispetto alle ideologie che pretendono, o meglio
pretendevano, di poter predeterminare il corso futuro della storia, e
anche rispetto allo scientismo che ritiene oggi di poterlo in qualche
misura conoscere su basi scientifiche. Il credente è infatti meglio
consapevole della ricchezza sovrabbondante della realtà e dei limiti
dell’intelligenza umana, ma soprattutto riconosce e prende sul serio le
due libertà che operano nella storia: quella dell’uomo e, dietro di essa,
quella di Dio.
La questione dello spazio e del futuro del cristianesimo in Europa è
affidata dunque alla nostra libertà e responsabilità, e in ultima analisi
alla sovrana e misericordiosa libertà di Dio.
1. L’EUROPA E IL CRISTIANESIMO NELLA STORIA
Prima di parlare del presente e del futuro, è indispensabile dare uno
sguardo al rapporto tra Europa e cristianesimo, come si è variamente
configurato nel passato: per farlo mi avvalgo largamente del saggio del
cardinale Joseph Ratzinger “Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri,
oggi e domani”, pubblicato nel libro di J. Ratzinger e M. Pera “Senza
radici: Europa, relativismo, cristianesimo, islam”, ed. Mondadori, 2004.
DA ERODOTO A CARLO MAGNO E ALLA “TERZA ROMA”
L’Europa stessa è, fin dall’inizio, un concetto più culturale e storico
che geografico. Erodoto, nel V secolo a.C., è il primo a conoscere
l’Europa in senso geografico, che per lui è il mondo greco, in quanto
distinto dall’Asia che i persiani consideravano di loro proprietà. Si
tratta dunque di una piccola Europa, e anche di una piccola Asia, rispetto
all’estensione che oggi conosciamo di questi continenti.
Con la formazione dei regni ellenistici a seguito delle conquiste di
Alessandro Magno, e soprattutto con l’affermarsi dell’impero romano, nasce
un “continente” che è la base della successiva Europa, ma che aveva
confini ben diversi: si trattava in concreto del bacino del Mediterraneo,
in tutte le sue sponde. In questo spazio avviene l’incontro storico tra
Europa e cristianesimo, anche se il cristianesimo si diffonde nello stesso
tempo più ad est, fino all’India, e più a sud, in particolare in Etiopia.
Ha luogo così l’evangelizzazione dell’Europa e l’inculturazione della fede
cristiana nella cultura ellenistico-romana: ne nasce una nuova civiltà
cristiana, nella quale continuano a vivere, in maniera certo profondamente
rinnovata, le grandi eredità greca e romana.
In seguito si verifica una poderosa spinta verso il nord, su due
direttrici e in tempi diversi. Ad occidente verso i popoli germanici: la
continuità è assicurata attraverso il concetto teologico e al contempo
storico-politico di Sacro Romano Impero. Così, con Carlo Magno, emerge
nuovamente l’antico nome di Europa, a indicare però il regno di Carlo, con
la coscienza della continuità rispetto all’Impero antico ma anche della
propria novità, di essere cioè forza del futuro. Il Sacro Romano Impero ha
attraversato molte vicissitudini storiche, ma questa coscienza
fondamentale è rimasta, si può dire, fino a tutto il XVIII secolo.
In oriente l’antico impero romano dura molto a lungo nella “nuova Roma” di
Costantinopoli, fino alla conquista di questa città da parte dei turchi
nel 1453. L’estensione verso il nord si dirige verso i popoli slavi (in
parte però evangelizzati dalla Chiesa d’occidente). Dopo la caduta di
Costantinopoli ha luogo in certo senso un altro trasferimento dell’impero,
verso la “terza Roma” che si colloca a Mosca.
I due imperi, latino-germanico e greco-slavo, hanno molto in comune sul
piano religioso e socio-culturale, ma hanno anche delle differenze
profonde. In particolare, a oriente impero e Chiesa sono quasi
identificati: l’imperatore, come rappresentante di Cristo, è infatti capo
di entrambi. A occidente, invece, anche per l’assenza dell’imperatore da
Roma, poté svilupparsi e consolidarsi in concreto la posizione autonoma
del vescovo di Roma, successore di Pietro, come pastore universale della
Chiesa. Già il papa Gelasio I, alla fine del V secolo, afferma che l’unità
delle due potestà si ha solo in Cristo: nelle cose mondane i pontefici
devono sottostare agli imperatori cristiani, mentre questi devono
sottostare ai pontefici nelle cose della vita eterna. Si realizza qui
quella distinzione che ha posto il fondamento di ciò che è proprio
dell’occidente, sebbene tale distinzione sia stata, e in certa misura
continui ad essere, fonte di infinite tensioni e sofferenze nel corso
della storia.
LA FRATTURA DELL’ILLUMINISMO
Il passaggio verso l’epoca moderna è segnato da un duplice grande evento o
processo.
Il primo è la Riforma protestante, con il distacco da Roma di gran parte
del mondo germanico e anglosassone: nasce così una nuova linea di
divisione, religiosa ma anche culturale, all’interno dell’occidente.
La scoperta dell’America è il secondo grande evento, che ha comportato una
specie di enorme uscita dell’Europa dai suoi confini geografici, con la
riproduzione della divisione tra cattolici e protestanti, presenti
rispettivamente, in maniera prevalente, nell’America del sud e in quella
del nord. L’America stessa è stata forgiata in profondità dalle sue
origini europee, ben più che dalle popolazioni che l’abitavano in
precedenza. Dal secolo XIX essa è però, al contempo, un soggetto proprio
di fronte all’Europa. In qualche misura vi è stata una estensione analoga
anche ad est, della Russia in tutta l’Asia settentrionale, senza però dar
luogo in questo caso ad un soggetto autonomo.
Quando l’America del nord diventa un soggetto proprio, si verifica in
Europa un altro evento spartiacque, in senso non geografico ma
storico-culturale: la rivoluzione francese con il suo sostrato
illuministico. Viene rigettata ogni fondazione trascendente dello stato e
della storia, gli ordinamenti politici e gli stati d’ora in poi si fondano
cioè soltanto sulla razionalità e sul volere dei cittadini, mentre Dio e
la religione diventano una questione privata: alla base c’è la convinzione
che Dio non sia razionalmente conoscibile e che la religione appartenga
soltanto all’ambito del sentimento.
Si produce così, inevitabilmente, una lacerazione profonda, che è
l’origine della distinzione moderna, e spesso della contrapposizione, tra
cattolici e “laici”, prendendo questo secondo termine in un senso forte,
che implica una posizione negativa, o almeno agnostica, nei confronti
della fede cristiana e del Dio del cristianesimo. Ciò avviene soprattutto
nei paesi latini, cattolici, mentre nel mondo protestante le idee
illuministiche e liberali per molto tempo non si pongono con uguale
radicalità come antagonistiche rispetto alla religione cristiana, e il
cristianesimo stesso è a sua volta più pronto ad aprirsi alla nuova fase
storica, ma rimane anche prima e maggiormente colpito al proprio interno
dai processi di secolarizzazione, con la tendenza a venire riassorbito
nella cultura e nelle strutture dello Stato.
Il mondo ortodosso è assai meno toccato da simili trasformazioni, fino
alla rivoluzione bolscevica che ha rappresentato in maniera ancora molto
più violenta una cesura con il suo grande passato religioso: adesso però,
negli anni del post-comunismo, si può ancora notare chiaramente una
tendenza a concepire i rapporti tra Chiesa e stato in termini in qualche
modo pre-illuministici.
Gli stati diventano così, o almeno considerano se stessi, in tutta Europa,
i veri e alla fine gli unici portatori del significato della storia: è
questa la radice di quei loro conflitti “mortali” che hanno avuto luogo
già nella prima guerra mondiale.
LE SFIDE ESTERNE, DALL’ISLAM ALLA CINA
A questo punto occorre prendere in esame l’universalizzazione e la crisi
della cultura europea. Negli ultimi secoli ha avuto luogo infatti un
ulteriore allargamento dell’Europa occidentale verso l’Africa e l’Asia,
che diventano in gran parte quasi delle “succursali” dell’Europa, dette
“colonie”.
La differenza profonda rispetto all’estensione dell’Europa verso l’America
è che in Africa ed Asia le popolazioni autoctone rimangono enormemente
preponderanti: si ha però, in certa misura, un’espansione delle
istituzioni e delle lingue europee, e anche di quel trinomio, fatto di
scienze, tecnologie e sviluppo socio-economico, che ha dato all’Europa la
possibilità di dominare il mondo.
C’è stata anche una diffusione della religione cristiana, attraverso
l’opera dei missionari, che però sarebbe sbagliato ricondurre al fenomeno
coloniale, avendo seguito una logica diversa e ben più antica, quella che
da sempre ha spinto i cristiani a proporre Cristo a tutte le genti. In
qualche misura la colonizzazione ha portato d’altra parte con sé anche una
diffusione dei processi di secolarizzazione che si stavano sviluppando in
Europa.
Nella seconda metà del XX secolo la colonizzazione ha però fine (con
conseguenze positive ma anche negative) e riemergono pian piano i grandi
soggetti non europei, che aspirano a diventare protagonisti della storia
mondiale, reagendo all’egemonia europea (da ultimo euro-americana), che
era durata per tre secoli.
A tal fine questi soggetti storici si rifanno alle loro matrici religiose
e culturali, come l’islam ma anche l’induismo e il buddismo, in
opposizione alla secolarizzazione occidentale. Anche dove la matrice
religiosa è più debole, come in Cina, la rinascita nazionale tende a
riferirsi all’originalità della propria storia e cultura. In tal modo
l’assimilazione del trinomio occidentale scienze, tecnologie e sviluppo,
che ha assunto ormai dimensione planetaria, almeno come aspirazione e
traguardo da raggiungere, si unisce a una riaffermazione dell’identità
delle grandi culture e nazionalità non europee: è questa la prima grande
novità e sfida a cui l’Europa “allargata” si trova oggi di fronte.
LA CRISI INTERNA: RELATIVISMO E SCIENTISMO
Nello stesso tempo, anzi già da prima, si è fatto strada un senso di crisi
interna della cultura europea.
A partire dalla prima guerra mondiale, e già in precedenza con il nascere
di quel nichilismo che ha il suo teorico e profeta in Nietzsche, questa
cultura registra infatti una perdita di fiducia nei propri valori, e
anzitutto nella fede cristiana che ne era l’anima: in concreto, la
contestazione del cristianesimo attraversa la cultura europea nei secoli
XVIII e XIX, con un crescendo di radicalità.
Parallelamente viene meno, soprattutto in Germania e in Italia, la stima
per la propria storia: la secolarizzazione e l’affermarsi di un
relativismo “a-valutativo” conducono infatti abbastanza spesso,
specialmente nell’antropologia culturale, ad avere più stima degli altri
che di noi stessi. La crisi demografica che si è progressivamente diffusa
in Europa è a sua volta un grande indicatore che va nel medesimo senso.
Le due maggiori interpretazioni della crisi della civiltà europea sono
quella piuttosto “biologica” e deterministica, proposta da O. Spengler nel
celebre libro “Il tramonto dell’occidente”, e quella improntata invece
alla caratteristica specificamente umana della libertà (per cui la crisi
sarebbe reversibile) proposta da A.J. Toynbee nella sua “Storia comparata
delle civiltà”.
Gli esiti terribili di tale crisi hanno segnato il XX secolo (il “secolo
breve”), con l’epoca delle ideologie totalitarie, che oggi può sembrare
una tragica parentesi della storia europea, ma che in realtà ha lasciato
tracce profonde: tra queste soprattutto l’idea che non ci siano valori
indipendenti dagli scopi di costruzione di una “nuova umanità”, che
dovrebbero essere conseguiti con la realizzazione storica dell’ideologia.
Così la persona umana diventa uno strumento, e non necessariamente un
fine; analogamente la verità e il bene morale vengono tendenzialmente
ridotti a strumenti: si tratta di un vero capovolgimento dei valori
fondanti della civiltà europea e del cristianesimo. Questa è forse la
ragione più profonda del fallimento storico di quelle ideologie e dei
sistemi che vi si rifacevano, ma è una ragione ancora oggi poco
riconosciuta come tale: pertanto quel capovolgimento in qualche misura
rimane, giustificato ora dal relativismo e da uno scientismo
naturalistico, e si esprime soprattutto nella tendenza ad applicare
all’uomo le biotecnologie a prescindere da considerazioni etiche e in
ultima analisi dalla originalità irriducibile dell’uomo stesso. È questa,
probabilmente, la maggiore sfida per il futuro dell’Europa e dell’America,
e alla fine dell’umanità intera, dato che tende ad essere universale la
diffusione del relativismo e dello scientismo naturalistico, come
conseguenza, sia pure indebita, della diffusione planetaria del trinomio
di scienze, tecnologie e progresso.
Dopo la seconda guerra mondiale si sono certamente avuti, d’altra parte,
degli sviluppi altamente positivi, come la formazione dell’Alleanza
Atlantica, che nel suo senso storico profondo (al di là dello scopo
immediato di difesa dalla minaccia dell’Unione Sovietica) va nel senso
della valorizzazione dell’Europa “allargata”, e la realizzazione
dell’Unione Europea, cioè di un grande soggetto storico caratterizzato
dalla pace e dall’integrazione al proprio interno ed in grado di
continuare ad assicurare un ruolo mondiale per l’Europa, certo in forme
diverse dal suo passato “coloniale”.
2. PRESENTE E FUTURO DEL CRISTIANESIMO IN EUROPA
Se prendiamo sul serio il concetto di Europa “allargata”, dovremmo puntare
a una specie di comunità di quattro, o meglio cinque, grandi soggetti,
ciascuno naturalmente con la propria specificità e autonomia: l’Unione
Europea e l’America del nord, ma anche la Russia e l’America del sud, e
finalmente l’Australia e la Nuova Zelanda. Questa è infatti l’area,
davvero gigantesca, nella quale si articola oggi il rapporto tra
cristianesimo e civiltà di matrice europea. Tale rapporto ha certamente in
Europa una sua specificità (anzi, diverse specificità si registrano, come
abbiamo visto, all’interno dell’Europa stessa), ma prevalgono e
prevarranno sempre più, con la globalizzazione, gli aspetti comuni, che
rimangono d’altronde pur sempre differenti rispetto ai rapporti del
cristianesimo con aree geografiche di altra matrice religiosa e culturale.
Abbiamo già accennato alle diverse forme, e alla crisi, del rapporto tra
il cristianesimo e la società e civiltà europea, con la presenza del
laicismo soprattutto nei paesi latini, il rischio di esaurimento del
protestantesimo e le tendenze alla restaurazione nell’ambito
dell’ortodossia.
IL MODELLO DEGLI STATI UNITI
Negli Stati Uniti la situazione è diversa: alla loro origine vi sono
infatti le “Chiese libere”, con una rigida separazione istituzionale
rispetto allo Stato, ma con una notevole vitalità religiosa capace di
esercitare un forte influsso pubblico. È questa la cosiddetta “religione
civile” americana, di carattere non confessionale, anche se con una chiara
impronta cristiana-protestante: con l’incremento della percentuale della
popolazione cattolica, in questa “religione civile” stanno crescendo però
il contributo e l’influenza cattolica.
Un tale modello sembra meglio in grado di garantire, nell’attuale società
libera e democratica, i fondamenti morali della convivenza e in ultima
analisi una comune visione del mondo, cosicché la promozione della
democrazia (in concreto della libertà e della socialità) appaia un
imperativo morale in sintonia con la fede religiosa, come già affermato da
A. de Tocqueville. Si può forse parlare di una certa analogia con il
modello gelasiano, naturalmente attualizzato ad una ben diversa situazione
storica.
Quale spazio per il cristianesimo possiamo dunque costruire nell’Europa
“allargata” di oggi, dentro al gioco delle libertà e in relazione
all’attuale contesto sociale e culturale, con la crisi diffusa dei
rapporti tra Europa e cristianesimo e in presenza delle due grandi sfide
già individuate, cioè dell’emergere di altre civiltà e della crisi interna
della stessa cultura europea?
ISLAM E RISVEGLIO DELL’IDENTITÀ CRISTIANA
Una prima indicazione emerge proprio dalla sfida “esterna”, in specie da
quella che sembra provenire dall’islam: il terrorismo di matrice islamica
e anche la presenza fra noi di molti immigrati, sebbene certamente da non
confondere con i terroristi, fanno percepire come “vicina”, e anche
minacciosa, una diversità religiosa e culturale che prima rimaneva remota.
Ne è seguito un risveglio dell’identità cristiana, a livello popolare ma
anche di una parte significativa della cultura laica, che rafforza il
nuovo interesse religioso già in atto e gli dà una più precisa
caratterizzazione identitaria.
Come dobbiamo porci di fronte a un tale risveglio? Esso comporta
certamente dei rischi di strumentalizzazione della fede cristiana e di un
suo snaturamento, o riduzione a ideologia. Contiene però anche delle
grandi opportunità. La fede cristiana infatti, fin dalle sue origini, ha
una valenza personale ma anche pubblica, e oggi può alimentare, in
un’ottica non confessionale ma pienamente rispettosa della libertà
religiosa e della distinzione tra Chiesa e Stato, una visione della vita e
alcuni fondamentali valori etici che forniscano le basi dell’identità
delle nostre nazioni: si ha così, almeno potenzialmente, il superamento
della fase storica del laicismo e del secolarismo.
Sono necessari però due chiarimenti. Il primo è che il contributo della
fede alla nostra cultura e società non può non andare in senso
autenticamente cristiano: non conduce dunque ad una rivendicazione chiusa
e conflittuale della propria identità, ma piuttosto alla ricerca della
pace, della riconciliazione e della solidarietà anche con popoli, culture
e religioni diversi.
In secondo luogo un tale contributo è realmente possibile ed efficace
soltanto sulla base di una fede autenticamente vissuta oggi, e non
semplicemente in virtù dell’eredità culturale del nostro passato cristiano
che, se non alimentata dalla fede vissuta, tende fatalmente ad
affievolirsi.
LA “QUESTIONE ANTROPOLOGICA”
La seconda sfida, che proviene dalla crisi interna della civiltà europea,
è certamente più radicale e pericolosa, ma anche in essa possiamo
individuare una provocazione positiva. Tale crisi infatti mette in
discussione non solo il cristianesimo, ma i fondamenti stessi della nostra
civiltà e specificamente il suo carattere umanistico, riassunto nel
principio che l’uomo, ogni uomo, è sempre un fine e mai un mezzo. A questo
proposito ho parlato spesso di una nuova “questione antropologica”, che
nasce da una parte dai profondi cambiamenti dei costumi, con la radicale
messa in discussione ad esempio della famiglia, e dall’altra
dall’applicazione all’uomo delle biotecnologie.
Il relativismo e lo scientismo non sono in grado però di fondare una nuova
civiltà. Il relativismo infatti è, per sua natura, piuttosto il segno
della crisi di una civiltà, che perde le proprie certezze. Quanto alla
razionalità scientifico-tecnologica, essa è certamente un grande e
prezioso fattore di sviluppo e anche di unificazione culturale, a livello
planetario, ma le sue stesse caratteristiche intrinseche e la sua
impostazione metodologica fanno sì che essa prescinda dalle questioni del
bene e del male morale, e più fondamentalmente del senso e del destino
dell’uomo e dell’universo, che costituiscono la base e il nucleo
generatore delle culture e delle civiltà.
Non senza motivo, dunque, le civiltà non cristiane assumono oggi tale
razionalità scientifico-tecnologica ma nello stesso tempo mantengono, e
anzi rilanciano, i loro elementi propri, i loro valori specifici. Anche la
civiltà di matrice cristiana, se vuole avere futuro, deve procedere in
maniera analoga, e può farlo tanto meglio e più facilmente perché la
razionalità scientifico-tecnologica è nata al suo interno, non senza
rapporto con quella distinzione profonda del mondo da Dio che fa tutt’uno
con la convinzione che Dio crea il mondo liberamente e dal nulla.
Esiste certamente una diffusa tendenza a fare invece dell’interpretazione
evoluzionistica dell’universo una teoria universale di tutto il reale,
cioè una nuova visione del mondo materialistica, che esclude ogni
ulteriore domanda sull’origine, sul significato e sul destino
dell’universo stesso. Ma proprio gli sviluppi attuali delle scienze
fisiche e biologiche, con il ruolo decisivo che risultano avere le
“informazioni” contenute nella materia, spingono invece a riconoscere come
sempre più fondata l’ipotesi di un “disegno intelligente”: la conseguenza,
certamente filosofica e non scientifica, dato il limite metodologico delle
scienze, è che all’origine dell’universo sta il Logos, l’Intelligenza
creatrice, come afferma da sempre la rivelazione ebraico-cristiana, e non
semplicemente la materia. Di una tale svolta, che sta avvenendo proprio in
questi anni, è testimone emblematico il filosofo analitico inglese A. Flew,
a lungo esponente di spicco dell’ateismo razionalista ma da ultimo
sostenitore del “disegno intelligente”.
COME CONIUGARE LIBERTÀ E VERITÀ
Ancora più pericolosa di quella che riguarda la razionalità è la sfida al
cristianesimo che si pone sul piano dell’etica, come già vide acutamente
Nietzsche, per il quale la morale cristiana deve essere denunciata come
contraria alla vita e alle sue istanze, alla gioia di vivere e alla
libertà.
Un’emarginazione pratica del cristianesimo è effettivamente in atto, nel
mondo della rappresentazione mediatica ma in larga misura anche nel mondo
reale del vissuto quotidiano della gente. Diventa decisivo perciò mostrare
che quella cristiana è invece un’alternativa vivibile, gratificante e
liberante, ben più ricca di significato rispetto al vuoto di una libertà
individuale resa unico fine a se stessa, che fa diventare fragili le
persone e alla fine toglie loro il senso e il gusto del vivere.
Più specificamente riguardo alla libertà, il Concilio Vaticano II, nella
dichiarazione sulla libertà religiosa “Dignitatis Humanae”, afferma il
diritto alla libertà religiosa (più esattamente alla libertà sociale e
civile in materia religiosa), fondato sulla dignità e sulla natura della
persona umana, superando così la subordinazione unilaterale della libertà
alla verità, tipica del pensiero pre-moderno ma sopravvissuta a lungo nel
cattolicesimo, che si basava sulla convinzione che soltanto la verità, e
non l’errore, potrebbe avere dei diritti.
Il Vaticano II precisa invece che soggetto dei diritti non sono le idee o
i valori, ma soltanto le persone, fisiche o morali (dunque sia i singoli
sia le comunità), e ciò in base al concetto stesso di diritto. La libertà
religiosa così concepita si accorda dunque con l’affermazione della verità
del cristianesimo e supera anche quella concezione relativistica della
stessa libertà religiosa, e delle libertà in genere, che aveva dominato
nella cultura e nella società occidentale già a partire da Locke, per la
quale una società libera sarebbe possibile soltanto rinunciando alla
pretesa di conoscere una verità oggettiva (si ha qui la subordinazione
opposta, della verità alla libertà).
La dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa (n.7) pone inoltre un
principio generale di libertà, in base al quale nella società va
riconosciuta all’uomo la libertà più ampia possibile, da non limitarsi se
non quando e in quanto è necessario.
Possiamo allora domandarci se, oltre che di libertà sociale e civile in
materia religiosa, si debba parlare anche di libertà sociale e civile in
materia etica. Una tale questione è di estrema attualità in tutto
l’occidente, e lo sarà probabilmente presto in tutto il mondo: intorno ad
essa ruota in particolare il conflitto tra i cattolici e gran parte della
cultura e della politica “laica”.
La soluzione che il Concilio ha proposto riguardo alla libertà religiosa
non può essere trasferita automaticamente alla libertà in materia etica,
per il motivo che la società stessa e l’organizzazione sociale non possono
prescindere dalla concezione dell’uomo, e quindi alla fine dalla verità
antropologica ed etica, che ha con esse un rapporto più immediato di
quello della verità religiosa (salvo il fatto che la verità religiosa
stessa è decisiva fonte di ispirazione dell’antropologia e dell’etica).
Perciò la Chiesa insiste sul legame intrinseco tra libertà e verità, nelle
questioni di etica non solo personale ma anche pubblica.
Questo non è però l’unico criterio da prendere in considerazione: rimane
pienamente valido anche il principio, affermato dal Concilio, di
riconoscere e promuovere nella società la libertà più ampia possibile.
Tenere insieme questi due principi e applicarli concretamente ai tanti
casi e problemi che sempre di nuovo si pongono nella vita della nostra
società sembra essere la strada del futuro, oltre che un campo di
collaborazione quanto mai fecondo tra i cattolici e quei laici, sempre più
numerosi, che hanno a cuore il carattere autenticamente umanistico della
civiltà a cui apparteniamo: una tale collaborazione è anzi già felicemente
in atto, anche in Italia.
In effetti, la verità non è da concepirsi come un limite esterno alla
libertà, ma come condizione intrinseca perché la libertà dell’uomo si
sviluppi in maniera effettiva e autentica, e non si ritorca contro se
stessa.
CRISTIANESIMO CREATIVO E RUOLO DELL’ITALIA
A questo punto poniamoci di nuovo e più concretamente la domanda sullo
spazio effettivo per il cristianesimo nell’Europa di oggi, in particolare
nell’Unione Europea.
Senza indulgere a vittimismi, è giusto riconoscere al riguardo l’esistenza
di un pericolo, che è emerso in diverse circostanze ma che nasce in ultima
analisi dall’indole profonda del relativismo. Quest’ultimo tende infatti,
per sua natura, ad assolutizzarsi, a negare cioè la validità e
l’attendibilità di ogni affermazione non relativa: in ambito pubblico
tende pertanto ad escludere la liceità di posizioni diverse dalle sue,
perché le ritiene incompatibili con la libertà.
Al contrario, il bisogno fondamentale dell’Europa, e dell’Europa
“allargata”, per avere futuro è, come si è visto, la buona coscienza dei
propri valori e la stima (certamente non acritica) della propria storia.
In ciò appare decisivo il ruolo che può essere svolto dai credenti in
Cristo, cattolici ma anche non cattolici.
In effetti, c’è una presenza che sta rinascendo, vi sono tante comunità
che irradiano cristianesimo. Resto sempre perplesso quando sento dire che
i cristiani sono minoranza, ad esempio in Italia, perché di fatto si è
cristiani in misura più o meno piena e intensa e pertanto, se parliamo di
una generica adesione al cattolicesimo, possiamo affermare che essa in
Italia è ancora largamente maggioritaria. È vero però che sono minoranza
coloro che vivono la propria fede in maniera profonda: ma solo da loro può
venire una vera spinta, un’animazione in senso cristiano della cultura e
della società. È questo del resto il rapporto che si ha normalmente tra
minoranze e maggioranze: sono le minoranze convinte e motivate quelle che
orientano il cammino delle maggioranze.
In Italia ci troviamo in una situazione privilegiata, rispetto a gran
parte dell’Europa, perché la fede cristiana, nella sua forma cattolica, in
Italia è viva ed è radicata nel popolo. Ma anche in altri paesi è in atto
un risveglio, che in parte è cattolico, in parte ortodosso, in parte
protestante: quest’ultimo non tanto nelle classiche chiese protestanti,
quanto attraverso i nuovi movimenti evangelici, che sono estremamente
forti in America del nord ma in questi ultimi anni hanno preso vigore
perfino in Germania, la prima patria della Riforma.
Per quanto riguarda noi cattolici italiani un dato molto positivo è la
coscienza e la volontà missionaria che sta crescendo tra noi. È essenziale
inoltre avere il senso di una comune appartenenza, ossia della comunione
che unisce i credenti in Cristo: anche questo senso ora è di nuovo in
crescita. Alla base di tutto vi è ciò che il papa esprime anzitutto con la
sua vita, ma ci ha indicato anche ed espressamente nella lettera
apostolica “Novo Millennio Ineunte”pubblicata a conclusione dell’Anno
Santo del 2000: in essa veniamo chiamati a contemplare il volto di Cristo
e a cercare la santità, come “misura alta della vita cristiana ordinaria”.
Viene da qui la forza interiore che rende possibile tutto il resto.
Nei confronti dell’Europa l’Italia ha pertanto una particolare
responsabilità: quella che il papa ha richiamato nella lettera ai vescovi
italiani del 6 gennaio 1994, quando scrisse che all’Italia, in conformità
alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per
l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli
apostoli Pietro e Paolo. Non per caso il papa parla di patrimonio
“culturale”, e non solo religioso: esso riguarda infatti anche la cultura
in senso ampio, cioè la formazione e l’educazione dell’uomo, le
espressioni del pensiero e dell’arte, la vita sociale ed economica, la
politica, le istituzioni. Questo ruolo dobbiamo cercare di giocarlo al
meglio.
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