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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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Israele: la pace dai capelli bianchi
Sharon e Abu Mazen,
dirigenti che per età non hanno da fare i conti col futuro. Ma vogliono
essere ricordati come i leader che hanno restituito un futuro ai loro
Paese |
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di
Jannicki Cingoli |
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del 21\2\2005 |
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qui dal
23/02/2005 |
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L'accordo per deporre le
armi, raggiunto a Sharm El Sheikh tra Sharon e Abu Mazen ha natura assai
diversa da quelli che l'hanno preceduto in questi anni insanguinati, e che
sono restati sulla carta. Esso si basa infatti su una scelta di
discontinuità con il passato, realizzatasi in Israele e Palestina.
In Palestina avanza una de-arafatizzazione di fatto, non proclamata ma
oramai in pieno sviluppo. Ciò vale sia per la decisione di interrompere l'Intifada
armata, da sempre considerata dal nuovo presidente dell'Anp una scelta
sbagliata e dannosa per gli interessi palestinesi, sia per la volontà,
ribadita da Abu Mazen, di procedere con la riforma interna dell'Anp,
attraverso la convocazione delle elezioni legislative per il prossimo
luglio, e con quelle per i Consigli comunali oramai avviate;
l'organizzazione, in agosto, del congresso di Al Fatah, i cui organismi
non venivano rieletti da oltre dieci anni; la riforma e la riunificazione
dei servizi di sicurezza, con il ricambio dei loro dirigenti; la
realizzazione di una effettiva separazione dei poteri, tra presidente,
esecutivo e legislativo, con una gestione più manageriale dei sistemi di
governo; la nuova trasparenza nella gestione delle finanze; l'impronta
pluralistica, non agitatoria e non apologetica impressa alla tv nazionale.
Si stanno smantellando, in estrema sintesi, i bastioni su cui si era retto
il sistema di potere di Arafat, accentrato, autoritario e personale, e
fondato sul modello del partito-Stato.
Sul versante israeliano, si può parlare, un po' paradossalmente, di un
processo di auto-de-sharonizzazione. Lo stesso Sharon lo ha ricordato nel
suo discorso, affermando che era giunto il momento di rinunciare a molti
dei sogni del passato in nome della realtà e del bisogno di arrivare alla
pace, e che questo valeva anche per i palestinesi. Il leader israeliano,
con il suo piano di ritiro da Gaza, rinuncia di fatto al sogno della
Grande Israele. L'annunciata evacuazione, ad opera di un leader del Likud,
di 25 insediamenti ebraici, di cui quattro in Cisgiordania, è destinata a
stabilire un precedente che la destra israeliana non potrà ignorare o
rinnegare neanche in futuro.
Sharon ha concepito inizialmente il ritiro come un ripiegamento militare,
unilaterale, da quei territori in cui «anche in base all'accordo di pace
più favorevole a Israele non si può prevedere che restino a vivere degli
ebrei», e ha rafforzato questa scelta in base a considerazioni di ordine
demografico, per evitare che la presenza di un numero troppo alto di
abitanti palestinesi, con una elevatissima dinamica demografica, metta in
causa anche a breve termine il carattere fondamentalmente ebraico dello
Stato di Israele.
La scomparsa di Arafat, e l'avvio di un positivo rapporto con Abu Mazen,
culminato con gli accordi di Sharm El Sheikh, hanno consentito che questo
piano di ritiro, concepito come atto unilaterale, si configurasse come una
essenziale confidence building measure, su cui fondare il rilancio della
Road Map.
Sbaglia chi ritiene che quella di Sharon sia solo una operazione cosmetica
e strumentale. Non si spacca il proprio partito, sfidando il voto
contrario di un terzo dei deputati del Likud, non si forma un governo con
i Laburisti che si regge sul voto esterno di Yahad, il nuovo partito di
Yossi Beilin, e l'astensione dei quattro deputati arabi, per fare una
manovra tattica e di breve respiro.
Sharon sente su di sé la responsabilità della storia, e vuol essere
ricordato come il leader che ha dato la pace e ha assicurato un futuro al
suo Paese, anche a costo di scelte dolorose. Diverse tappe dovranno essere
percorse, per superare la barriera di odio, diffidenza, paura e rancore
che si è creata. E i due Paesi dovranno affrontare la prova delle elezioni
politiche, prima di arrivare al negoziato finale e a uno Stato palestinese
che viva al fianco di Israele e in pace con esso. Ma l'accordo di Sharm El
Sheikh si basa su quelle consonanze strategiche, e su queste ripone la sua
solidità. Abu Mazen e Sharon non sono i leader del futuro: sono anziani,
dietro di loro spingono i dirigenti della nuova generazione. Ma sono
leader che hanno vissuto la storia e i suoi tormenti, e possono essere gli
uomini della transizione verso la pace, anche se questo percorso, dobbiamo
saperlo, sarà aspro e irto di contraddizioni.
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