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SOLOMON GURSKY
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«Le femministe guardino alla Madonna di
Fatima, lottino per la vita»
Paolo Sorbi, da
Lotta
continua al Movimento per la
vita e alla collaborazione con Radio Maria: dagli anni Settanta si leva
un lezzo morale |
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di Aldo Cazzullo |
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del 20\2\2005 |
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fonte:
Corriere della Sera |
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qui dal
21/02/2005 |
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Marzo 1968. Nella
cattedrale di Trento il prete stava ammonendo i fedeli sugli orrori dell'
Unione Sovietica, quando lo studente di sociologia si era alzato dall'
ultimo banco e con la sua voce tonante l' aveva interrotto: «Non è vero!».
«Era verissimo. Aveva ragione il prete, e torto io» dice ora Paolo Sorbi.
Leader del Sessantotto cattolico, inventore dei controquaresimali,
dirigente di Lotta continua, poi dal ' 76 del Pci, oggi
presidente del Movimento per la vita di Milano e braccio destro di Carlo
Casini. Né autocritica, né pentimento, racconta; piuttosto, un'
evoluzione. «Sono uscito dal Pci nell' 88 proprio sui temi della bioetica
e del rispetto della vita. Decisiva è stata la critica alla modernità
elaborata da Wojtyla: al centro non c' è la liberazione ma l'
antropologia, non la rivoluzione ma l' uomo. L' uomo intero, a cominciare
dall' ovulo fecondato, cioè dall' embrione. L' embrione non va usato,
neppure a fin di bene, pena cadere in un nazismo secolarizzato. Non ho
esitazioni: tra monsignor Sgreccia e Giuliano Amato, scelgo Sgreccia. E
farò campagna per l' astensione al referendum». Sulla propria strada Sorbi
ha trovato maestri e modelli. «Il primo fu Pierpaolo Pasolini. Voleva
girare un film su Lotta continua, e Pietrostefani per
sbolognarlo lo affidò a me, che ero militare. Così Pasolini venne a
Napoli, con la sua giacca di pelle nera e gli occhiali scuri anche se era
notte, nella caserma dov' ero di guardia, ma non lo fecero entrare. Mi
diede appuntamento per il giorno dopo in un albergo di Pozzuoli. Io che
avevo visto nove volte il «Vangelo secondo Matteo» lo guardavo adorante,
lui mi incalzava: ma perché parlate sempre di rivoluzione? E l' aborto? E
la vita? Perché non ne discutete? Tutte domande ortodosse, da inquisitore
del Sant' Uffizio». Era verissimo, dice Sorbi, di aborto in Lotta
continua non si discuteva; «ma non è un caso che oggi la
riflessione nasca proprio da una di noi, Anna Bravo. Adesso attendo Franca
Fossati: una donna della sua sensibilità non può tacere. Le nostre
femministe furono le più brave a distruggere, e sono le più brave a
ricostruire. Ma ora devono fare un altro passo: confrontarsi con la
Madonna di Fatima. Avere il coraggio di andare alle radici della
donna occidentale, ritrovare Maria di Nazareth». Sorbi non si sente
isolato nel suo percorso. Indica i suoi modelli nel mondo ebraico: Pierre
Victor, alias Benny Lévy, il segretario di Sartre «tornato alla Torah come
io sono tornato alla Bibbia», emigrato in Israele a creare con l' appoggio
di Finkielkraut, Glucksmann e Bernard-Henri Lévy la fondazione Levinas;
padre Bruno Hussar, il fondatore di Nevé Shalom, l' oasi della pace per
ebrei e arabi; padre Dubois, domenicano tomista e preside della facoltà di
filosofia dell' università di Gerusalemme. E poi «i neocon cristiani e il
movimento americano pro life, in cui convivono Verdi ed evangelici. E gli
stessi Cohn-Bendit e Sofri, con la loro riscoperta laica della centralità
dei diritti umani». Diffida invece dei rinnovatori del mondo cattolico:
«Fin dal Medioevo, gli spiritualisti hanno avuto un ruolo molto ambiguo.
Il loro moralismo li porta alla ricerca di un capro espiatorio, sovente
trovato negli ebrei; mentre la Curia nella sua sapienza è stata
rarissimamente antigiudaica». Per Sorbi la rottura di fine anni Ottanta è
doppia, con il Pci, «che aveva rinnegato l' operaismo gramsciano per la
cultura borghese e libertaria», e con la sinistra cattolica, «che
continuava a parlare solo di solidarietà e non capiva l' allarme del Papa
sul progresso incontrollato della scienza». Il Sorbi non più comunista
fonda la rivista Bailamme con Mario Tronti e Bepi Tomai, ma si ritrova in
minoranza anche lì. «Quindi incontro Carlo Casini e con lui comprendo
meglio la lezione di La Pira. Poi Nini Briglia, già capo del servizio d'
ordine milanese di Lc, allora direttore di Epoca, mi affida un' intervista
a padre Livio, il fondatore di Radio Maria: una folgorazione». Su Radio
Maria Sorbi tiene tuttora due rubriche, sulla globalizzazione e sull'
ebraismo; ha appena fondato una società di consulenze e vinto la cattedra
di sociologia in un ateneo pontificio, l' Università europea di Roma.
«Altro maestro è stato Augusto Del Noce, con cui avevo sostenuto un impari
duello pubblico sul tema "cosa succede dopo la rivoluzione", in un teatro
milanese pieno di ciellini, tra cui ricordo Formigoni. Poi incontro
Buttiglione, che come filosofo è eccellente. E vado al Cairo alla
Conferenza dell' Onu sullo sviluppo, dove affianco Navarro Valls, un
grande, nelle conferenze stampa per spiegare la dottrina della Chiesa alle
inviate dei quotidiani arabi, e racconto lo scontro tra le femministe
occidentali e gli islamici: le giornaliste portavano minigonne mozzafiato,
ma anche i mullah nei loro tabarri neri erano bellissimi». Dagli anni
Settanta, Sorbi sente ora levarsi «un lezzo morale». «La nostra
generazione paga la sua ambiguità. Eravamo innovativi per la nostra
modernità, ma tradizionalisti per la teoria. La nostra mente marxista era
arretrata rispetto ai nostri corpi. Abbiamo fatto coincidere la lotta
con la verità morale, e in questo modo abbiamo combinato anche disastri,
come Primavalle. Mi è sempre piaciuta un' immagine di Sofri: gli anni
Settanta come la corsa dei sacchi fatta da bambini, con la testa all'
indietro per vedere la posizione dell' avversario, senza guardare dove si
salta». Sorbi non ha rinnegato l' antica amicizia con il suo antico
leader, ne parla con affetto e rispetto - «non era affatto antipatico, era
autoritario come dev' essere un leader rivoluzionario», ma non ha
partecipato alla campagna innocentista. «Il mio sogno è ritrovarlo,
libero, in Israele, il luogo del ritorno alle radici, il punto cruciale
del ripensamento. Ci rivedremo a Gerusalemme, e ci diremo tante cose,
personali e politiche, guardandoci in faccia».
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