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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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Dai tempi della Seconda guerra mondiale, nessuno Stato ha ... |
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di Josef Joffe* |
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del 1\2\2005 |
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fonte:
Corriere della Sera |
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qui dal
01/02/2005 |
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*Direttore editoriale del settimanale tedesco Die Zeit e
editorialista di Time , Josef Joffe rappresenta da sempre l’anima
filoamericana della Germania e si è schierato a favore dell’intervento in Iraq.
Nato nel 1944, Joffe è anche professore universitario e autore di libri di
politica e relazioni internazionali, tra cui The Great Powers
(1998) e The Limited Partnership (1987). I suoi interventi
appaiono sul New York Times , il New Republic e il
Times Literary Supplement . Collabora alla rivista Foreign
Policy , da cui è stato tratto l’articolo qui pubblicato.
Insegna alla Hoover Institution della Stanford University. |
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Dai tempi della Seconda guerra mondiale, nessuno Stato ha subito un
rovesciamento così radicale della sua considerazione sulla scena mondiale
quanto Israele. Ammirato in modo totale sino agli anni ’70 come lo Stato
di «quei coraggiosi ebrei» in grado di sopravvivere ad ogni avversità e di
far fiorire la democrazia e il deserto nonostante il clima di incessante
ostilità cui erano sottoposti, Israele è diventato il bersaglio
privilegiato di una continua, strisciante delegittimazione. La costante
denigrazione si manifesta in due forme. La prima, la versione cosiddetta
«soft», ritiene Israele il primo e più grave colpevole di tutti i mali che
affliggono il Medio Oriente e responsabile di aver corrotto la politica
estera degli Usa. La versione più dura mette in dubbio lo stesso diritto
all’esistenza di Israele: è Israele in quanto tale, e non il suo
comportamento, l’origine dei problemi del Medio Oriente. Da qui la
conclusione che la nascita dello Stato ebraico, sostenuta dagli Usa e
dall’Urss nel 1948, sia stata un gravissimo errore, anche se al momento
poteva sembrare un’idea giusta e meritoria.
Cominciamo il nostro viaggio nel 1948, con la nascita d’Israele da un
conflitto armato. Forse che un suo aborto avrebbe stroncato sul nascere il
problema palestinese? Niente affatto. Egitto, Transgiordania (oggi
Giordania), Siria, Iraq e Libano marciarono su Haifa e Tel Aviv non certo
per liberare la Palestina, ma per conquistarla. L’invasione è stata un
gioco di potere da manuale tra Stati confinanti, decisi ad acquisire
territori per loro stessi. Se i rivali di Israele avessero vinto, non
sarebbe emerso uno Stato palestinese e ci sarebbero stati migliaia di
rifugiati. Anzi, se si presume un risveglio del nazionalismo palestinese
nel periodo della sua manifestazione storica, ovvero alla fine degli Anni
’60 e ’70, oggi i palestinesi invierebbero forse le loro bombe umane in
Egitto, Siria e in altri Paesi islamici.
Immaginiamo ora che Israele sia scomparso nel 1967, invece di aver
occupato la Cisgiordania e la striscia di Gaza, che erano nelle mani
rispettivamente di Re Hussein di Giordania e del presidente Gamal Abdel
Nasser dell’Egitto. Forse che questi capi di Stato avrebbero rinunciato ai
loro possedimenti per donarli al leader palestinese Yasser Arafat e magari
anche regalato Haifa e Tel Aviv per gentilezza? Improbabile. I due
potentati, nemici in tutto tranne che nel nome, erano uniti soltanto
dall’odio e dal disprezzo per Arafat, il fondatore di Al Fatah,
giustamente sospettato di complottare contro i regimi arabi. In breve, la
«causa principale» della situazione palestinese avrebbe continuato ad
esistere, anche senza Israele.
Infine, facciamo l’ipotesi che Israele «scompaia» oggi. Come potrebbe
questa circostanza influenzare le patologie politiche della regione? Solo
coloro che ritengono che il problema palestinese sia il cuore dei
conflitti del Medio Oriente potrebbero con leggerezza prevedere un futuro
roseo per l’area più turbolenta del mondo una volta che Israele
scomparisse. Perché non esiste un conflitto: sono cinque gli
scenari che si presenterebbero se lo Stato ebraico cessasse di esistere,
nessuno dei quali assicurerebbe un futuro migliore alla regione. Anzi.
1) Stati contro Stati. Il ritiro delle potenze coloniali, Gran Bretagna e
Francia, alla metà del ventesimo secolo, si è lasciato dietro un coacervo
di giovani Stati arabi che hanno cercato freneticamente di ridisegnare la
mappa della regione. Sin dall’inizio, per esempio, la Siria avanzò pretese
sul Libano. E nel 1970 solo la forza militare di Israele dissuase Damasco
dall’invadere la Giordania con il pretesto di sostenere un’insurrezione
palestinese. Ancora: nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, il
presidente egiziano Nasser si autoproclamò il messia del panarabismo
intervenendo nello Yemen. Il successore di Nasser, il presidente Anwar
Sadat, si trovò immischiato in scontri di confine con la Libia alla fine
degli anni Settanta. Per quanto riguarda la Siria, marciò sul Libano nel
1976 e 15 anni dopo se lo annesse a tutti gli effetti. Poi l’Iraq: aggredì
due Paesi islamici scatenando due guerre, con l’Iran nel 1980 e con il
Kuwait nel 1990. Quella contro l’Iran è stata la guerra con armi
convenzionali che è durata di più nel ventesimo secolo.
Nessuno di questi conflitti ha a che fare, però, con quello
israelo-palestinese. E la scomparsa di Israele non farebbe altro che
liberare risorse militari che verrebbero utilizzate nelle rivalità interne
degli altri Paesi.
2) Credenti contro credenti. Quanti ritengono che il conflitto
mediorientale sia «un affare tra musulmani ed ebrei», dovrebbero dare
un’occhiata ai 14 anni di scontri faziosi e bagni di sangue in Libano,
oppure al genocidio degli sciiti perpetrato da Saddam alla conclusione
della prima Guerra del Golfo, o anche al massacro di 20mila persone
organizzato dalla Siria durante l’assedio di Hama da parte della
Fratellanza Musulmana nel 1982 o, infine, alla violenza terroristica
contro i cristiani egiziani negli Anni ’90. A tutto questo si aggiunga
l’oppressione interconfessionale, per esempio quella in Arabia Saudita,
dove la setta fondamentalista dei Wahhabi ha usato l’arma del potere
statale per imporre il proprio severo stile di vita ai meno devoti.
3) Ideologie contro ideologie. Il sionismo non è l’unico «ismo» di questa
regione. Qui convivono infatti molte ideologie in aperta competizione. Per
esempio, sebbene abbiano le stesse radici fasciste europee, i partiti
baathisti di Siria e Iraq si sono dati battaglia sin dall’inizio per il
dominio del Medio Oriente. Nasser ha utilizzato il panarabismo
coniugandolo con il socialismo per scuotere le nazioni-Stato arabe. E sia
i baathisti che i nasseriani si sono opposti con forza alle monarchie,
come quella che regna in Giordania. L’Iran khomeinista e l’Arabia Saudita
wahabita rimangono acerrimi nemici.
Esistono connessioni con il conflitto arabo-israeliano? No. Fa eccezione
Hamas, un esercito di terroristi e «guardiani della fede», un tempo
sostenuto da Israele come rivale dell’Organizzazione per la Liberazione
della Palestina e ora responsabile di numerosi attacchi kamikaze nello
Stato ebraico. Ma Hamas si scioglierebbe se Israele dovesse scomparire?
Difficile. L’organizzazione ha ambizioni ben più grandi della semplice
eliminazione dell’«entità sionista»: cerca di creare niente meno che uno
Stato arabo unificato sotto un regime teocratico.
4) Utopia reazionaria contro modernità. La comune ostilità nei confronti
di Israele è l’unico fattore che impedisce agli arabi più conservatori e a
quelli progressisti di arrivare a un confronto violento all’interno della
società civile. I fondamentalisti lottano contro i secolaristi e i
riformisti islamici per l’unione della moschea e dello Stato sotto il
vessillo verde del profeta. E una lotta di classe sempre più difficile da
nascondere mette costantemente a confronto una borghesia ridotta ai minimi
termini e milioni di giovani disoccupati con la struttura del potere: di
solito, una forma di statalismo che controlla i mezzi di produzione. In
tale contesto s’inserisce il ruolo d’Israele: ben lungi dall’essere la
causa di certe tensioni, lo Stato ebraico tiene attualmente sotto
controllo le tensioni nella regione.
5) Regimi contro popolazioni. L’esistenza di Israele non è in grado di
spiegare l’ampiezza e la profondità con cui gli Stati Mukhabarat
(Stati segreti di polizia) si sono diffusi nel Medio Oriente. Perché, a
eccezione di Giordania, Marocco e degli sceiccati del Golfo, che praticano
con la massima cautela una forma illuminata di monarchia, tutti gli altri
Paesi arabi (cui si aggiungono Iran e Pakistan) non sono che variazioni
del dispotismo. Esaminiamole. Le difficoltà e le lotte intestine in
Algeria hanno portato all’assassinio di quasi 100mila persone e ancora non
s'intravedono sbocchi alla situazione. Si dice che le vittime di Saddam
siano state 300mila. L’Iran, dopo la salita al potere dei khomeinisti nel
1979, è rimasto invischiato, oltre che nella guerra con l’Iraq, in una
situazione interna che vede un dissenso difficile da contenere. Quanto al
Pakistan, è una bomba che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Alla
fine, l’unico mezzo per ottenere la stabilità nella regione è una spietata
repressione.
Ci vuole molta immaginazione per supporre che la semplice eliminazione di
Israele possa portare all’avvento della democrazia liberale nell’intera
regione. Può invece essere plausibile ipotizzare che la dialettica
dell’ostilità in qualche modo finisca per favorire la dittatura negli
Stati «in prima linea» quali l’Egitto e la Siria - governi che attualmente
invocano la vicinanza con la «minaccia sionista» come pretesto per
sopprimere i dissidenti. Ma in che modo si potrebbero poi spiegare i
massacri nella lontana Algeria, il bizzarro regime fondato sul culto della
personalità vigente in Libia, la devota cleptocrazia dell’Arabia Saudita,
il dispotismo clericale dell’Iran, o il continuo fallimento
dell’esperimento democratico in Pakistan? Israele è forse responsabile in
qualche modo dei vari colpi di Stato che avevano trasformato l’Iraq in una
repubblica del terrore? E se la Giordania, lo Stato che condivide il più
lungo tratto di confine con Israele, può sperimentare la monarchia
costituzionale, perché non può farlo la Siria?
Due rapporti Onu sullo sviluppo umano del mondo arabo - preparati da
autori arabi - affermano che i suoi gravi problemi sono causati da ragioni
intestine. Stagnazione e mancanza di speranza hanno tre cause principali.
La prima è l’assenza di libertà. Le Nazioni Unite citano la persistenza
delle autocrazie assolute, le elezioni truccate, i giudici ridotti a
schiavi del potere esecutivo e i vincoli alla società civile. La libertà
di espressione e quella di associazione sono anch’esse severamente
limitate. La seconda causa è la mancanza di conoscenza: 65 milioni di
adulti sono analfabeti e quasi 10 milioni di bambini non hanno avuto
esperienze scolastiche. Terza causa: la partecipazione femminile alla vita
politica ed economica è la più bassa del mondo. La crescita economica
continuerà ad andare a rilento sino a quando il potenziale di metà della
popolazione dei Paesi arabi rimarrà inutilizzato.
La domanda è: i milioni di giovani disoccupati e senza interessi, carne da
cannone per i terroristi, i partiti unici, la corruzione, le economie
chiuse svaniranno se Israele dovesse scomparire? Infine, ecco la questione
più importante: il mondo islamico odierebbe meno intensamente gli Stati
Uniti se Israele scomparisse?
L’odio arabo-islamico nei confronti degli Usa precede la conquista della
Cisgiordania e della striscia di Gaza. Non appena Gran Bretagna e Francia
hanno abbandonato il Medio Oriente, l’America è diventata la potenza
dominante nella regione, e di conseguenza il bersaglio numero uno. Un
altro fatto importante è che l’antiamericanismo più feroce è presente nei
sedicenti alleati di Washington nel Medio Oriente arabo, ovvero in Egitto
e in Arabia Saudita.
Si prenda la dichiarazione del Cairo contro «l’egemonia Usa», sottoscritta
da 400 delegati di tutto il Medio Oriente e dell’Occidente nel dicembre
del 2002. Il lungo documento di accusa cita la Palestina solo
marginalmente. Il principale argomento della condanna rimprovera agli
Stati Uniti di aver monopolizzato il potere «nel contesto di una struttura
di globalizzazione capitalista» finalizzata alla restaurazione del
«colonialismo», e di bloccare l’«emergenza di forze che potrebbero
spostare l’equilibrio del potere mondiale verso una possibile
multipolarità». In breve, l’America globalizzatrice è responsabile di
tutti i mali del mondo arabo, mentre Israele si trova al secondo posto, a
notevole distanza.
Questo piccolo aneddoto ha anche uno strascico ironico: uno dei principali
firmatari del documento è Nader Fergany, principale autore del rapporto
Onu del 2002 sullo sviluppo umano nel mondo arabo. Quindi, persino chi è
disposto a confessare i guasti interni del mondo arabo finisce con il dare
la colpa «agli altri».
Data perciò l’enormità dell’accusa, abbandonare Israele non assolverà gli
Usa. Ciò che irrita davvero quanti detestano gli Usa in Medio Oriente è
l’intrusione di Washington nei loro affari, che avvenga per ragioni di
petrolio, terrorismo o armi di distruzione di massa. Questo è il vero
motivo che ha spinto Osama Bin Laden, il quale poi ha citato la causa
palestinese quasi sovrappensiero, a chiamare gli americani i nuovi
crociati e a definire gli ebrei come i loro servi imperialisti. La vera
fonte dell’odio integralista è l’Occidente come simbolo palpabile della
miseria e bersaglio irresistibile per quella che il famoso studioso
mediorientale Fouad Ajami ha definito la «rabbia araba».
Niente di quanto detto può naturalmente servire come argomento per
sostenere la continuazione dell’occupazione da parte di Israele della
Cisgiordania e della striscia di Gaza, né può scusare la crudeltà e la
durezza imposte ai palestinesi, che sono dannose anche per lo spirito
stesso di Israele.
Una vecchia storiella che risale alla guerra di indipendenza di Israele
dice: mentre i proiettili fischiano sulla loro testa, due ebrei nella loro
trincea stanno finendo i colpi e uno si lamenta: «Se proprio gli inglesi
dovevano darci un paese che non fosse di loro proprietà, non potevano
darci la Svizzera?». Purtroppo, Israele è proprio una striscia di terreno
nella regione più difficile del mondo e la situazione è ancora ben lontana
dall’essere anche solo lontanamente risolta.
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