Domenica 23
gennaio, con piglio fermamente assertivo, il laico ad intermittenza
"Corriere della Sera" ha certificato un fatto soprannaturale. Con in prima
pagina il titolo "Le prove del miracolo", un entusiasta Vittorio Messori
ha riassunto un dossier della diocesi di Civitavecchia relativo alle
lacrime di sangue piante da una statuina della Madonna. Lacrime seguite da
una serie di apparizioni.La Santa
Sede, su questo come su tanti altri fatti analoghi, tace. Non si è
pronunciata nemmeno su un evento che da decenni è di risonanza mondiale
come le apparizioni mariane di Medjugorje. Giovanni Paolo II, si sa, è
personalmente convinto della verità di queste apparizioni. Ma non dà
mostra di battersi perché abbiano il riconoscimento ufficiale
dell'autorità della Chiesa. Nel 2000, quando ha ordinato di togliere il
velo al "terzo segreto" di Fatima, ha fatto accompagnare quel disvelamento
da un rigorosissimo "Commento teologico" del suo fidato maestro di
dottrina, il cardinale Joseph Ratzinger: commento che è tutto da rileggere
oggi, se si vuol capire quali sono i criteri della Chiesa di fronte a
miracoli, apparizioni, rivelazioni.
C'è rivelazione e rivelazione, spiega
Ratzinger, nel solco di quanto già scrisse nel Settecento il dotto
cardinale Prospero Lambertini, poi papa col nome di Benedetto XIV. Un
conto è la Rivelazione che si è espressa definitivamente in Gesù, che
esige dal cristiano un pieno assenso di fede cattolica. Un conto sono le
rivelazioni "private": meritevoli queste "di un assentimento di fede umana
conforme alle regole della prudenza, che ce le presenta come probabili e
piamente credibili". Queste rivelazioni sono un "aiuto che è offerto per
comprendere e vivere meglio il Vangelo, ma del quale non è obbligatorio
fare uso".
I passi essenziali dell'istruzione
ratzingeriana (e wojtyliana) li trovi in www.chiesa: "Rivelazione
pubblica e rivelazioni private: il loro luogo teologico", con
il link al testo integrale.
Ecco
il testo:
Da “Congregazione
per la dottrina della fede: Il messaggio di Fatima – Commento teologico”,
13 maggio 2000
di Joseph Ratzinger
[...] L'insegnamento della Chiesa distingue fra la “rivelazione pubblica”
e le “rivelazioni private”. Fra le due realtà vi è una differenza non solo
di grado ma di essenza.
Il termine “rivelazione pubblica” designa l'azione rivelativa di Dio
destinata a tutta quanta l'umanità, che ha trovato la sua espressione
letteraria nelle due parti della Bibbia: l'Antico ed il Nuovo Testamento.
Si chiama “rivelazione”, perché in essa Dio si è dato a conoscere
progressivamente agli uomini, fino al punto di divenire egli stesso uomo,
per attirare a sé e a sé riunire tutto quanto il mondo per mezzo del
Figlio incarnato Gesù Cristo. [...] In Cristo Dio ha detto tutto, cioè se
stesso, e pertanto la rivelazione si è conclusa con la realizzazione del
mistero di Cristo, che ha trovato espressione nel Nuovo Testamento.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica cita, per spiegare questa
definitività e completezza della rivelazione, un testo di San Giovanni
della Croce: “Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua
unica e definitiva parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa
sola Parola... Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai
profeti, l'ha detto tutto nel suo Figlio... Perciò chi volesse ancora
interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo
commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo
sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità” (CCC 65,
S. Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, II, 22).
Il fatto che l'unica rivelazione di Dio rivolta a tutti i popoli è
conclusa con Cristo e con la testimonianza a lui resa nei libri del Nuovo
Testamento vincola la Chiesa all'evento unico della storia sacra e alla
parola della Bibbia, che garantisce e interpreta questo evento, ma non
significa che la Chiesa ora potrebbe guardare solo al passato e sarebbe
così condannata ad una sterile ripetizione. Il CCC dice al riguardo: “...
anche se la rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata;
toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel
corso dei secoli” (n. 66).
I due aspetti del vincolo con l'unicità dell'evento e del progresso nella
sua comprensione sono molto bene illustrati nei discorsi d'addio del
Signore, quando egli congedandosi dice ai discepoli: “Molte cose ho ancora
da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando
però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera,
perché non parlerà da sé... Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio
e ve l'annunzierà” (Gv 16, 12-14). [...]
In questo contesto diviene possibile intendere correttamente il concetto
di “rivelazione privata”, che si riferisce a tutte le visioni e
rivelazioni che si verificano dopo la conclusione del Nuovo Testamento
[...]. Ascoltiamo ancora al riguardo innanzitutto il CCC: “Lungo i secoli
ci sono state delle rivelazioni chiamate ‘private’, alcune delle quali
sono state riconosciute dall'autorità della Chiesa... Il loro ruolo non è
quello... di ‘completare’ la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di
aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica” (n.
67). Vengono chiarite due cose:
1. L'autorità delle rivelazioni private è essenzialmente diversa
dall'unica rivelazione pubblica: questa esige la nostra fede; in essa
infatti per mezzo di parole umane e della mediazione della comunità
vivente della Chiesa Dio stesso parla a noi. La fede in Dio e nella sua
Parola si distingue da ogni altra fede, fiducia, opinione umana. La
certezza che Dio parla mi dà la sicurezza che incontro la verità stessa e
così una certezza, che non può verificarsi in nessuna forma umana di
conoscenza. È la certezza, sulla quale edifico la mia vita e alla quale mi
affido morendo.
2. La rivelazione privata è un aiuto per questa fede, e si manifesta come
credibile proprio perché mi rimanda all'unica rivelazione pubblica. Il
cardinale Prospero Lambertini, futuro Papa Benedetto XIV, dice al riguardo
nel suo trattato classico, divenuto poi normativo sulle beatificazioni e
canonizzazioni: “Un assentimento di fede cattolica non è dovuto a
rivelazioni approvate in tal modo; non è neppure possibile. Queste
rivelazioni domandano piuttosto un assentimento di fede umana conforme
alle regole della prudenza, che ce le presenta come probabili e piamente
credibili”. Il teologo fiammingo E. Dhanis, eminente conoscitore di questa
materia, afferma sinteticamente che l'approvazione ecclesiale di una
rivelazione privata contiene tre elementi: il messaggio relativo non
contiene nulla che contrasta la fede ed i buoni costumi; è lecito renderlo
pubblico, ed i fedeli sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la
loro adesione (E. Dhanis, “Sguardo su Fatima e bilancio di una
discussione”, in: La Civiltà Cattolica 104, 1953 II. 392-406, in
particolare 397). Un tale messaggio può essere un valido aiuto per
comprendere e vivere meglio il Vangelo nell'ora attuale; perciò non lo si
deve trascurare. È un aiuto, che è offerto, ma del quale non è
obbligatorio fare uso.
Il criterio per la verità ed il valore di una rivelazione privata è
pertanto il suo orientamento a Cristo stesso. Quando essa ci allontana da
lui, quando essa si rende autonoma o addirittura si fa passare come un
altro e migliore disegno di salvezza, più importante del Vangelo, allora
essa non viene certamente dallo Spirito Santo, che ci guida all'interno
del Vangelo e non fuori di esso. Ciò non esclude che una rivelazione
privata ponga nuovi accenti, faccia emergere nuove forme di pietà o ne
approfondisca e ne estenda di antiche. Ma in tutto questo deve comunque
trattarsi di un nutrimento della fede, della speranza e della carità, che
sono per tutti la via permanente della salvezza.
Possiamo aggiungere che le rivelazioni private sovente provengono
innanzitutto dalla pietà popolare e su di essa si riflettono, le danno
nuovi impulsi e dischiudono per essa nuove forme. Ciò non esclude che esse
abbiano effetti anche nella stessa liturgia, come ad esempio mostrano le
feste del Corpus Domini e del Sacro Cuore di Gesù. Da un certo punto di
vista nella relazione fra liturgia e pietà popolare si delinea la
relazione fra rivelazione pubblica e rivelazioni private: la liturgia è il
criterio, essa è la forma vitale della Chiesa nel suo insieme nutrita
direttamente dal Vangelo. La religiosità popolare significa che la fede
mette radici nel cuore dei singoli popoli, così che essa viene introdotta
nel mondo della quotidianità. La religiosità popolare è la prima e
fondamentale forma di “inculturazione” della fede, che si deve
continuamente lasciare orientare e guidare dalle indicazioni della
liturgia, ma che a sua volta feconda la fede a partire dal cuore.
Siamo così già passati dalle precisazioni piuttosto negative, che erano
innanzitutto necessarie, alla determinazione positiva delle rivelazioni
private: come si possono classificare in modo corretto a partire dalla
Scrittura? Qual è la loro categoria teologica? La più antica lettera di
San Paolo che ci è stata conservata, forse il più antico scritto in
assoluto del Nuovo Testamento, la prima lettera ai Tessalonicesi, mi
sembra offrire un'indicazione. L'apostolo qui dice: “Non spegnete lo
Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che
è buono” (5, 19-21).
In ogni tempo è dato alla Chiesa il carisma della profezia, che deve
essere esaminato, ma che anche non può essere disprezzato. Al riguardo
occorre tener presente che la profezia nel senso della Bibbia non
significa predire il futuro, ma spiegare la volontà di Dio per il presente
e quindi mostrare la retta via verso il futuro. Colui che predice
l'avvenire viene incontro alla curiosità della ragione, che desidera
squarciare il velo del futuro; il profeta viene incontro alla cecità della
volontà e del pensiero e chiarisce la volontà di Dio come esigenza ed
indicazione per il presente. L'importanza della predizione del futuro in
questo caso è secondaria. Essenziale è l'attualizzazione dell'unica
rivelazione, che mi riguarda profondamente: la parola profetica è
avvertimento o anche consolazione o entrambe insieme. In questo senso si
può collegare il carisma della profezia con la categoria dei “segni del
tempo”, che è stata rimessa in luce dal Vaticano II: “... Sapete giudicare
l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete
giudicarlo?” (Lc 12, 56). Per “segni del tempo” in questa parola di Gesù
si deve intendere il suo proprio cammino, egli stesso. Interpretare i
segni del tempo alla luce della fede significa riconoscere la presenza di
Cristo in ogni tempo. Nelle rivelazioni private riconosciute dalla Chiesa
si tratta di questo: aiutarci a comprendere i segni del tempo ed a trovare
per essi la giusta risposta nella fede. [...]