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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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webmaster - ©2004 -
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Intervista a Georges
Benoussan
Nell'ultimo numero
della rivista, "La Revue d'Histoire de la Shoah", che ha come tema "Négationisme
et antisémitisme dans le monde arabo-musulman: la dérive”, si delinea un
quadro molto inquietante e potenzialmente pericoloso. |
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(*) Georges
Benoussan, storico, è direttore della Revue d’Histoire de la Shoah,
pubblicazione del Centre de Documentation Juive Contemporaine di Parigi;
ha pubblicato: Génocide pour Memoire, Plon 1989; L'Eredità di Auschwitz,
come ricordare?, Einaudi 2002; Histoire politique du sionisme, Fayard
2003 (presto in uscita da Einaudi). |
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del 28 dicembre 2004 |
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su solomon dal
23/01/2005 |
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fonte:
Notizie su
Israele n. 273 |
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Questo antisemitismo
arabo-musulmano è esasperato dal conflitto ma non è nato a causa dei
conflitto. Esisteva già prima del 1948 e ancora prima della nascita del
sionismo, anche se non in forma così violenta, da pogrom, come è avvenuto
in Polonia o in Russia per esempio. C'era tuttavia una cultura del
disprezzo che la nascita del sionismo e in seguito dello Stato d'Israele
hanno esasperato. La nascita del sionismo e la creazione dello Stato
israeliano sono due eventi incomprensibili, nel senso che un popolo
considerato da sempre come vile, codardo sottomesso possa edificare di
punto in bianco uno Stato, in una terra considerata esclusivamente araba,
e che possa inoltre imporsi, in numerose occasioni, come vincitore nelle
varie guerre che si sono succedute nel corso di questi anni, è appunto
impensabile.
L'antisemitismo musulmano affonda le sue radici ancor prima della nascita
dello Stato di Israele ed è riconducibile alla figura dei Dhimmi,
l'ebreo suddito all'interno degli stati arabi. E' risaputo che questo
statuto di Dhimmi intendeva relegare perennemente gli ebrei - come
anche i cristiani che vivono in Medio Oriente - in una situazione di
sudditanza, all'interno del mondo arabo. Ovviamente, la nascita dello
Stato di Israele ha messo in crisi questo modello, obbligando gli arabi a
misurarsi con gli ebrei da pari a pari. Tuttavia è da una trentina d'anni
che l'antisemitismo arabo ha compiuto una svolta diabolica, in particolare
dopo la Guerra dei sei giorni, che per il mondo arabo è stata un grosso
trauma. Com'è possibile, che un piccolo paese come Israele, composto da un
popolo di Dhimmi, da sempre sottomessi, abbia potuto sconfiggere la
coalizione araba?
Questa incomprensione di fronte alla sconfitta ha generato, anche nel
mondo arabo, la teoria del complotto ebraico mondiale, collegandosi, in
questo modo, alla medesima teoria del complotto di stampo occidentale,
recuperando e integrando nel proprio immaginario il famoso falso storico I
protocolli dei Savi di Sion. Tuttavia l'antisemitismo musulmano ha
origini proprie; per esempio nel Corano vi sono molteplici invettive
contro gli ebrei traditori. Nonostante i legami con l'antisemitismo
occidentale, l'antisemitismo musulmano non è stato importato
dall'Occidente, tranne che in un caso. La Chiesa cristiana, all'inizio dei
XIX secolo, ha esportato in Medio Oriente alcuni schemi
dell'antisemitismo, come il sacrificio rituale di bambini cristiani o
l'avvelenamento dell'acqua. Tra le piccole comunità cristiane presenti nei
paesi mediorientali troviamo questi aspetti. Purtroppo però, negli ultimi
anni, si è assistito ad un'islamizzazione di temi e argomenti ricorrenti
nell'antisemitismo occidentale. Un altro punto in comune è costituito
dalla Shoah. Mi spiego. Dopo la Shoah, il termine antisemitismo, nel mondo
occidentale, è diventato un tabù. Attualmente però l'antisemitismo
musulmano, svincolato da sensi di colpa, sta contribuendo a scardinare
questo tabù e a liberare la parola "antisemita".
La Shoah rappresenta ancora un ostacolo per la legittimazione
dell'antisemitismo?
Sì, per forza di cose. La Shoah, nel mondo cristiano, è il senso di
colpa. Tuttavia questo discorso non vale nel mondo arabo, perché loro non
si sentono, giustamente, colpevoli di nulla. Quindi, se in Occidente
questo senso di colpa frena le tendenze antisemite, nel mondo arabo e fra
i musulmani che vivono in Europa, non svolge alcun ruolo, perché è loro
del tutto estraneo. Per loro il discorso antisemita è in un certo senso
libero da tutto questo.
Questa libertà stimola il discorso e le tendenze antisemite occidentali e,
soprattutto qui in Francia, rinvigorisce l'antisemitismo francese che, pur
essendo minoritario, è sempre presente. Qui l'antisemitismo francese fa
leva su quello arabo, esprimendosi però sotto una forma più velata. Per
esempio, attraverso la delegittimazione dello Stato di Israele; questo
antisemitismo si manifesta non attraverso una critica della politica
israeliana, ma contestando il sionismo. Sono due cose estremamente
diverse. Contestare la politica israeliana è perfettamente legittimo e
plausibile, contestare il sionismo è direttamente legato
all'antisemitismo, in quanto il sionismo è un movimento di liberazione di
un popolo. Se si contesta questo diritto ad un popolo, rifiutandogli il
diritto all'autodeterminazione e alla creazione di una propria nazione, e
se si contesta questo diritto solo al popolo ebraico, e non agli altri,
allora si fa un discorso puramente antisemita. Questo tipo di politica è,
per forza di cose, antisemita, perché vuol negare a questo popolo - e
ripeto: solo a questo - il diritto di essere tale, per relegarlo ad una
semplice espressione religiosa. Ma il popolo ebraico ha il sentimento e la
coscienza di essere un popolo, e quindi deve essere considerato tale.
Shoah, antisemitismo e negazionismo sono quindi strettamente legati tra
loro.
Il negazionismo è strettamente coinvolto in questo discorso. Se si
riuscisse a dimostrare che la Shoah non è mai avvenuta, ogni ostacolo
verrebbe infatti rimosso. Per diversi anni il mondo arabo ha tentato di
dimostrare che la Shoah non era mai avvenuta, ma che era una semplice
invenzione dei sionisti; oggi non si nega più la Shoah, perché tale
atteggiamento non incontrerebbe alcuna eco in Occidente, e quindi si è
cambiata strategia. Oggi, la linea dominante è di riconoscere che la Shoah
è avvenuta, ma proprio per questo gli ebrei dovrebbero comportarsi in un
altro modo, e non come dei nazisti. In altre parole, siccome voi
israeliani avete subito la Shoah, nel nome stesso della Shoah non avete il
diritto di comportarvi in questo modo, e cioè come dei sionisti. Il
discorso, poi, va anche oltre. Agli israeliani viene detto: se vi ostinate
a volere uno Stato e a continuare ad essere dei sionisti, siete sulla
stessa linea di Hitler, perché è stato Hitler, attraverso la persecuzione,
a fare di voi un popolo.
In entrambi i casi si tratta del diavolo sulla terra. E cosa si fa se
si è in presenza del male?
Insomma, continuando a definirvi come un popolo, in fondo siete ciò
che Hitler voleva che voi foste. Invece, siccome voi siete solo una
religione, e non un popolo, dovreste rinunciare ad uno Stato ebraico, dal
momento che non esiste né uno Stato cristiano, né uno Stato musulmano in
quanto tali. Se persistete nel volere un vostro Stato, siete allo
stesso livello dei nazisti. In nome della Shoah, dovreste staccarvi dal
sionismo.
Si tratta di un discorso molto complesso e molto perverso. Il fatto di
aver islamizzato alcuni schemi dell'antisemitismo occidentale è anche una
conseguenza della crisi profonda in cui versa il mondo arabo, il quale
accusa e ritiene gli ebrei i principali responsabili di tutti i mali che
lo affliggono. Si tratta però di un'evoluzione recente; 30 o 40 anni fa
non era così.
Io credo che la grande svolta sia avvenuta nel 1967, dopo la sconfitta
cocente che gli arabi hanno subito. Per il mondo arabo questa sconfitta è
stato un vero e proprio trauma; in sei giorni tre eserciti sono stati
battuti da un manipolo di persone considerate sino ad allora degli esseri
meschini e vigliacchi. Non solo sono stati sconfitti ma hanno addirittura
subito una controffensiva che ha portato l'esercito israeliano a 100 km
dal Cairo. Da quel momento in poi nel mondo arabo si è cominciato a
costruire un'interpretazione per spiegare come mai il mondo arabo, così
valoroso e potente, avesse potuto essere battuto da un nugolo di vermi.
Oggi, gli israeliani sono visti come un esercito potente ma non era
affatto così 30-40 anni fa. Basti guardare alle caricature della stampa
araba degli anni '50 e '60: l'ebreo veniva rappresentato, secondo il
classico stereotipo occidentale antisemita, come un essere gracile,
malaticcio, pauroso e quindi totalmente inoffensivo.
Nel 1967 tutto questo immaginario collettivo è stato clamorosamente
smentito e ha preso forza la teoria del complotto in cui l'ebreo diventa
l'espressione di un potere malefico e mostruoso i cui tentacoli sono
onnipresenti.
Le successive sconfitte militari non hanno fatto altro che accentuare e
sviluppare questo nuovo arsenale ideologico. In particolare, la guerra del
1973, lanciata da due eserciti arabi durante la celebrazione della festa
del Kippur, continua a rappresentare una delle vittorie militari
israeliane strategicamente più brillanti, tant'è che viene studiata nelle
scuole militari europee. La vittoria del 1973 è un esempio di come si
possa ribaltare a proprio favore un confronto bellico partendo da una
situazione iniziale di debolezza.
Questo particolare viene oggi trascurato, come ci si dimentica delle
notevoli perdite subite che, pur essendo state pesanti da entrambe le
parti, per quanto riguarda l'esercito israeliano (3000 morti e 22.000
feriti gravi in 18 giorni), se rapportate alla popolazione totale del
paese - che all'epoca contava 3, 5 milioni di abitanti - sono state
enormi, quasi irreparabili. Gli arabi pur considerando questa guerra una
mezza vittoria non possono ignorare che dopo 18 giorni di battaglia, la
situazione si sia ribaltata e che l'esercito israeliano fosse ormai a 40
km da Damasco. Questo nuovo fallimento non ha fatto che aumentare la
frustrazione del mondo arabo, provocando un atteggiamento sempre più
improntato sull'odio e allo stesso tempo completamente slegato
dalla realtà. Per riuscire a giustificare la propria sconfitta il mondo
arabo ha cambiato strategia: l’ebreo è diventato l'emblema di un complotto
mondiale, il grande burattinaio che, da New York, regge i fili dei destini
dell'umanità.
Attualmente poi questa ossessione ha assunto un aspetto genocidario, non
solo nei confronti del popolo ebraico, ma nei confronti del mondo
occidentale in generale. Questa immensa frustrazione emerge in particolare
dall'ultimo rapporto del programma delle Nazioni Unite sullo sviluppo,
sugli anni 2002 e 2003, in cui emerge una forte regressione a livello
economico e culturale in tutti i paesi arabi. Mentre tutte le aree
del pianeta danno dei segnali di ripresa, in particolare in America latina
e Asia orientale, l'insieme del mondo arabo affonda a livello economico,
culturale e sociale. Per esempio, l’Onu ha rivelato che attualmente nel
mondo arabo vengono tradotti molto meno libri che in Grecia, che ha una
popolazione di appena 10 milioni di abitanti.
La frustrazione, cristallizzata in particolare sul conflitto
israelo-palestinese - che dovrebbe avere una valenza solo territoriale -
ipermediatizzato e esasperato, genera un discorso inquietante e
genocidario, perché frutto di un'ossessione: o noi o loro. I problemi
saranno risolti quando finalmente Israele sarà scomparso e con lui tutti
gli ebrei. C'è quindi in atto una demonizzazione dell'ebreo e dello Stato
di Israele, che, ai loro occhi, rappresentano il male assoluto sulla
terra. Abbiamo allora, da un lato, una versione religiosa dell'ebreo, in
veste di diavolo e, dall'altra, una versione laica, rappresentata da
Israele, in veste di Stato fascista, imperialista e razzista. In entrambi
i casi si tratta del diavolo sulla terra. E cosa si fa se si è in presenza
del male? Lo si deve estirpare.
Ci troviamo quindi in presenza di un antisemitismo che sta assumendo
caratteristiche tipiche da genocidio. Questo è estremamente preoccupante.
E’ un discorso prettamente genocidario, e non bisogna aver paura di usare
questa terribile parola, perché i discorsi, i cliché e l'immaginario, che
si stanno sviluppando all'interno del mondo arabo, fanno pensare ai
discorsi nazisti degli anni '30 e a quelli degli Hutu contro i Tutsi in
Rwanda, prima del genocidio del '94.
In Europa, si è a conoscenza di questa linea e di questa piega così
fortemente antisemita, che si sta sviluppando nel mondo arabo?
In Europa c'è tanta ignoranza, anche perché c'è un grosso lavoro di
documentazione e di traduzione da svolgere. Sono pochi i documenti, gli
articoli, i saggi che per il momento sono stati pubblicati. E'un lavoro
che noi, della Revue d'histoire de la Shoah stiamo facendo. Siamo
ancora all'inizio, solo adesso si comincia a prendere coscienza di
questa tragica deriva, di questo sconvolgente discorso genocidario.
Io comunque non credo che ci sia una consapevole censura, anche se penso
che quando se ne verrà a conoscenza, sarà una verità molto scomoda e
imbarazzante, poiché contraddice gli schemi classici del pensiero
occidentale. E' infatti inconcepibile pensare che una vittima del razzismo
diventi a sua volta razzista. Una vittima è sempre innocente secondo il
pensiero progressista occidentale. Invece purtroppo la realtà è un'altra e
anche una vittima può diventare un bastardo.
Questo antisemitismo riguarda tutti i paesi arabo-musulmani o solo
alcuni?
Purtroppo, secondo le nostre fonti di informazione, riguarda tutti i
paesi, dal Marocco all'Iran. Il fatto grave è che sia attecchito e
penetrato in tutti gli strati della società, diventando un discorso molto
popolare e populista, che identifica negli ebrei i soli responsabili di
tutte le loro sventure. La popolazione ha fatto proprio questo discorso
antisemita, che si manifesta attraverso le caricature, le vignette, la
stampa, la televisione, il cinema, gli slogans, le canzoni. E' per questo
che è estremamente pericoloso.
In Francia, la consistente comunità araba è impregnata di questo discorso
antisemita, soprattutto nelle classi sociali più umili e, fatto grave, fra
i bambini. Quando nelle scuole elementari, tra gli scolari, emergono
sentimenti antiebraici, significa che questo atteggiamento lo hanno
respirato a casa. E' doloroso constatare come si stia pian piano
sviluppando una cultura dell’odio, non solo nei paesi arabi, ma anche qui
in Francia, dove esiste una forte comunita’ araba.
Oggi, purtroppo, la stessa pace civile interna è seriamente minacciata da
questo fenomeno. Ci sono fatti, che avvengono addirittura all'interno
delle scuole, che devono farci riflettere. Comunque le autorità francesi
sono a conoscenza di ciò e devo riconoscere che, essendo consapevoli dei
pericoli, hanno preso le misure adeguate.
Da due anni il governo francese, profondamente consapevole della gravità
della situazione, sta lavorando e seguendo molto da vicino la situazione,
anche perché i rapporti e le informazioni che giungono dalla polizia e dai
servizi investigativi sono molto preoccupanti.
Ci sono forze nel mondo arabo consapevoli della pericolosità di questa
fobia antisemita e che cercano di frenarla?
E' molto difficile oggi riuscire ad arginare ed emarginare questa
degenerazione che sta colpendo il mondo arabo. Tuttavia, vi sono dei
segnali che inducono all'ottimismo e che mostrano come anche all'interno
della variegata società araba vi siano delle forze che si stanno opponendo
a questa deriva genocidaria.
Si può citare anche l'Algeria, un paese che ha conosciuto il terrorismo
islamico in casa propria e, dopo aver sconfitto i fondamentalisti, è una
delle coscienze più critiche all'interno del mondo arabo. Le algerine oggi
si battono per i loro diritti rischiando la propria vita, poiché dagli
estremisti islamici sono considerate un vero e proprio nemico del loro
modello di società arcaica, quasi alla stessa stregua degli ebrei.
Il celebre negazionista francese Garaudy ha ricevuto la laurea honoris
causa in Egitto.
Vi sono anche degli intellettuali che alzano la voce per condannare
certe iniziative di chiara impronta antisemita. Per esempio, nel 2001, era
stato organizzato un congresso antisemita a Beirut, che per fortuna
venne annullato, ed alcuni intellettuali arabi (pochi purtroppo) gridarono
allo scandalo, manifestando la propria vergogna. Nello stesso tempo però,
il celebre negazionista francese Garaudy ha ricevuto la laurea honoris
causa in Egitto e le sue opere sono tradotte in 5 versioni diverse in
arabo. I Protocolli dei Savi di Sion sono presenti oggi in 126
diverse edizioni. Si tratta peraltro di edizioni recenti, che vanno dagli
anni '70 sino al 2002, che vengono vendute ovunque anche presso le
librerie arabe di Parigi.
C'è dunque solo un manipolo di intellettuali arabi che è consapevole di
questa degenerazione e che la ritiene un aspetto della regressione in atto
nel mondo arabo. In ogni caso, questa ondata di antisemitismo avviene
purtroppo sotto la spinta di impulsi irrazionali, e di fronte
all'irrazionale la ragione è disarmata. D'altra parte invece - e questo
non appartiene all'ambito dell'irrazionale - oggigiorno, il fatto che
l'Europa, per dei motivi complessi, appoggi troppo spesso la causa del
mondo arabo, a causa della Palestina, potrebbe spianare la strada ad una
nuova catastrofe.
L'Europa non riesce a rendersi conto del pericolo, nello stesso identico
modo in cui una grossa parte degli intellettuali europei chiuse gli occhi
davanti ai crimini dello stalinismo, del comunismo e dei gulag, sino
almeno al XX congresso del partito e anche oltre.
Nel 1974, la pubblicazione del libro L'Arcipelago Gulag di
Solzenytsin fu un'autentica sorpresa per molti intellettuali.
Tuttavia, 40 anni prima, nel 1935, Boris Suvarin aveva pubblicato in
francese Stalin; nel 1936 Anton Siliga, comunista iugoslavo,
Viaggio nel paese delle menzogne; sempre nel 1936, André Gide
Ritorno dall'Urss. Ebbene, questi autori non vennero letti, o vennero
letti male, o addirittura disdegnati. Eppure, se fossero stati presi sul
serio, in particolare Suvarin, si sarebbe capito immediatamente quello che
stava avvenendo. Occorre sottolineare anche l'estrema diffidenza con cui
vennero accolti questi libri. Suvarin, nel 1935, dovette pubblicare il suo
libro presso una piccola casa editrice. André Malraux gli disse che
avrebbe pubblicato il suo libro quando lui e i suoi compagni sarebbero
andati al potere.
Ma per tornare al discorso di prima: come interpretare l'odierna cecità
degli intellettuali europei? A me fa pensare appunto alla cecità che c'è
stata nei confronti dell'Unione Sovietica, o dei crimini comunisti in
Cina.
Mi viene in mente il libro di Maria Antonietta Macciocchi Sulla Cina
e l'eco che ha avuto in Europa. Il libro esce nel 1972, presso una
grande casa editrice francese, " Seuil". Questo libro diventa subito un
best seller, letto da numerose persone. Ebbene, questo libro fa
letteralmente schifo, perché è stato un'apologia dell'orrore, un'apologia
del regime cinese, un'apologia dell'orrore della rivoluzione culturale
cinese, di quel bagno di sangue che ha segnato la rivoluzione culturale
cinese. La cecità della Macciocchi e di tutti coloro che hanno seguito la
Macciocchi e hanno chiuso gli occhi di fronte ai crimini dei Khmer rossi
in Cambogia è la stessa che mostrano oggi i filo-arabi e i
filo-palestinesi.
La forza dell'esercito israeliano annebbia loro la mente, impendogli di
rendersi conto che invece Israele corre un gravissimo pericolo.
Nel mondo occidentale il sionismo non gode dunque di una maggiore
legittimità.
Decisamente no. In Occidente il sionismo è sempre più delegittimato e
in particolare per gli europei. Io credo per una ragione in particolare e
cioè che il sionismo, nella sua ambizione di costruire il proprio Stato
nazionale, va contro l'attuale tendenza europea che consiste invece nel
superamento dello Stato nazionale come è stato inteso sino a poco tempo
fa. Queste due opposte tendenze fanno sì che per gli europei il sionismo
sia attualmente incomprensibile, appunto perché viene considerato
anacronistico. Da una parte c'è l'Europa che va verso una federazione di
Stati, verso un'integrazione, e dall'altra c'è il sionismo che invece va
esattamente all'opposto, collocandosi quindi controcorrente, per apparire
agli occhi degli europei come un movimento retrogrado, simbolo di un
modello arcaico di apartheid e di conseguenza come una forma di razzismo.
Questa è una delle ragioni di fondo che secondo me tendono a delegittimare
il sionismo. Ma ve sono anche delle altre. Una di queste è il senso di
colpa per la Shoah: sono state la Germania, l'Austria e i vari
collaborazionisti europei ad aver commesso questo crimine, quindi si
tratta di un crimine europeo.
Che gli ebrei possano, oggi, commettere delle violenze in Palestina,
contro un popolo che per il momento stanno sottomettendo e dominando - che
è un fatto innegabile -, che si comportino da oppressori contro un popolo
oppresso, è qualcosa che rassicura gli europei in quanto li aiuta a
liberarsi dal proprio senso di colpa. Paragonando gli ebrei ai nazisti, ci
si libera di un senso di colpa. Si tratta però di un paragone aberrante
perché, se gli ebrei stessero veramente usando i metodi dei nazisti,
oggigiorno non ci sarebbero più palestinesi.
Seguendo questo ragionamento gli europei non hanno più nulla da
rimproverarsi poiché in questo momento gli ebrei si stanno macchiando
dello stesso crimine commesso 60 anni fa contro di loro, e quindi le colpe
a questo punto sono equamente ridistribuite.
Però, a queste due ragioni appena evocate ne aggiungerei una terza, più
sfumata. lo credo che gran parte dell'economia psichica dell'Occidente
cristiano si sia costruita intorno al rifiuto dell'ebreo. Questo rifiuto
ha una matrice religiosa, anche se successivamente ha assunto una forma
nazionale e razziale. In ogni caso tutta l'economia psichica
occidentale è avvelenata da questo rifiuto dell'ebreo. Il sionismo è
un'ideologia nazionale che mette fine a questa oppressione e denigrazione
dell'ebreo, nello stesso modo in cui l'anticolonialismo mette fine alla
dominazione del colonizzato. Per l'economia psichica occidentale l'ebreo
era stato la vittima designata che garantiva il funzionamento di tale
economia, dal momento che per farla funzionare abbiamo sempre bisogno di
rifiutare e respingere qualcuno o un gruppo. Essere privati della propria
vittima preferita ha messo in pericolo la stabilità di tale meccanismo.
Mi spiego: l'ebreo che si ama in Europa è la vittima. Ciò emerge, in
particolare, negli ambienti della sinistra e dell'estrema sinistra
occidentale, dove le stesse persone, da una parte, commemorano la Shoah
con grande contrizione e sincerità e, dall'altra, detestano il sionismo e
lo Stato d'Israele. L’ebreo forte, sicuro, vittorioso, alla testa del suo
esercito non corrisponde più all'immagine dell'ebreo vittima e di
conseguenza non è più amato. Si è disposti a piangere per l'ebreo, ma non
si sopporta di vederlo in veste di colonnello al comando dei suoi carri
armati. E' per questa ragione che il sionismo disturba l'economia psichica
del l'Europa.
In Europa c'è ancora chi sostiene che in una certa misura lo Stato
d'Israele sia stata un'operazione tutto sommato artificiale, che sia sorto
improvvisamente, quasi dal nulla, dopo 3000 anni, su di una terra occupata
da un'altra popolazione, come compenso per la persecuzione subita.
Certo, lo so, ma è un ragionamento sbagliato e che alla prova dei fatti
non tiene assolutamente. Si vorrebbe che fosse artificiale, ma non è così.
Basta andare in Israele per accorgersi di quanto sia forte il sentimento
nazionale. E' una nazione estremamente viva che ha un senso della propria
identità molto marcato. In Israele ci sono dei dibattiti politici
abbastanza animati riguardo al conflitto con i palestinesi, ma nessuno
mette in discussione l'identità nazionale israeliana, e tutti si sentono
ben radicati sulla loro terra.
E’ inspiegabile l'accanimento su di un territorio così piccolo che a
malapena equivale a due province europee
In Europa si fa fatica a cogliere questo aspetto fondamentale, ma non
appena un europeo si reca in Israele è quasi costretto a constatare questo
forte sentimento d'identità nazionale, e quindi deve ricredersi. Affermare
che Israele sia uno Stato artificiale è semplicemente ridicolo e non
corrisponde assolutamente alla realtà.
Per capire la nascita di Israele occorre conoscere la storia del sionismo.
Il sionismo viene generalmente visto solo sotto un aspetto protettivo: gli
ebrei da sempre perseguitati avevano bisogno di un rifugio.
Poiché oggi il pericolo di persecuzione non c’è più, perché ci sono la
democrazia e i diritti dell'uomo a proteggere gli ebrei, si pensa che il
sionismo e Israele non abbiano alcuna ragion d'essere. Questo ragionamento
è completamente sbagliato, perché il sionismo non nasce come reazione
all'antisemitismo. Il sionismo nasce dalla laicizzazione del pensiero
ebraico occidentale, ovvero in risposta a un processo di secolarizzazione.
A questa secolarizzazione il mondo ebraico ha dato una risposta di tipo
nazionale, che è appunto il sionismo.
Il sionismo è quindi una reazione interna al mondo ebraico e non una
risposta ad un'aggressione antisemita. L’aggressione antisemita ha
sicuramente, in seguito, svolto un ruolo propulsore, ma all'origine del
movimento sionista vi è la ricerca innanzitutto di dare una definizione
nazionale dell'ebraismo, al di fuori della tradizione, della religione e
della Torah. In altre parole, come restare ebrei quando si diventa atei.
Si tratta dunque di una rivoluzione intellettuale, e chi afferma che lo
Stato d'Israele, oggigiorno, nell'Europa democratica e dei diritti
dell'uomo, non ha più alcuna giustificazione, non ha capito nulla del
sionismo. Non è la Shoah l’origine della nascita dello Stato d'Israele.
Anche senza Shoah oggi esisterebbe lo Stato israeliano.
Anche in questo caso si parte da una idea falsa degli ebrei, considerati
tali solo dal punto vista strettamente religioso. Si continua a non
rendersi conto che gli ebrei, oltre a essere una religione, sono anche un
popolo.
Per il mondo arabo l'illegittimità del sionismo e di Israele poggia su
presupposti molto diversi.
Per gli arabi il discorso è semplice perché, secondo loro, la Palestina è
una terra esclusivamente araba e quindi gli ebrei sono dei colonialisti,
tanto più che i primi sionisti provenivano dall'Europa e quindi il
sionismo non poteva che essere un ramo del colonialismo europeo. Infatti
espansione sionista e espansione imperialista sono concomitanti. Per gli
arabi, inoltre, il sionismo è strettamente legato alla dichiarazione di
Balfour del 1917 e quindi all'imperialismo britannico. Insomma i sionisti
sono figli dell'imperialismo britannico. Senza gli inglesi i sionisti non
sarebbero mai riusciti a costruire un proprio Stato.
Tutto questo è vero da un punto di vista politico, nel senso che senza
l'ombrello britannico, nel periodo che va dal 1920 al '48, i sionisti
sarebbero stati spazzati via. Però, gli inglesi non sono venuti in
Palestina per curare gli interessi dei sionisti, ma i propri. La fortuna
dei sionisti è stato incontrare, sulla loro strada, gli inglesi, ma è
stato un puro caso. Gli inglesi si sono installati in Palestina per curare
i propri interessi, e infatti, già nel 1922 avevano cominciato a
rimangiarsi le promesse fatte ai sionisti nel 1917, perché si erano resi
conto di aver commesso un grave errore politico-diplomatico nei confronti
del mondo arabo. Successivamente, le rivolte arabe contro i sionisti, nel
1929 e nel 1936, furono represse dalle truppe inglesi per ripristinare
l'ordine pubblico e non per proteggere i sionisti.
Per quanto riguarda Israele e Palestina siamo comunque di fronte a due
popoli che hanno entrambi una propria legittimità su questa terra...
Su questo non c'è dubbio. Entrambi i popoli hanno ragione. Si può
sempre arguire che gli ebrei non hanno ragione, perché quella non era più
la loro terra, ecc., ma io sono convinto che il sionismo abbia una sua
legittimità.
Voglio aggiungere un'altra cosa: quelli che tentano di delegittimare il
sionismo sono, a loro volta e involontariamente, gli artefici di
un'ingiustizia, perché la caratteristica dell'ingiustizia consiste nel
voler trattare in maniera paritaria delle persone che non sono uguali.
Quello che voglio dire è che per gli ebrei Israele significa tutto, e
quando dico tutto intendo che non hanno nient'altro al mondo, se non
questo fazzoletto di terra, su cui poggiano il loro immaginario
spirituale, le loro tradizioni, la loro religione e la loro lingua. Per il
mondo arabo e per i palestinesi, invece, la Palestina è solo una parte del
mondo arabo. Se anche perdessero la Palestina, non avrebbero per questo
perso tutto, come invece gli ebrei. C'è quindi una sproporzione a livello
territoriale, tra i 4 milioni di kmq dei mondo arabo e i 21.000 kmq di
Israele. E' inspiegabile questo accanimento su di un territorio così
piccolo, che è a malapena l'equivalente di due province europee. La posta
in gioco è molto sproporzionata, perché per gli ebrei perdere Israele
sarebbe drammatico e rappresenterebbe la fine del popolo ebraico. Nel 1963
Hannah Arendt disse ad un'amica: "Se per disgrazia dovesse scomparire lo
Stato di Israele, ciò significherebbe la fine del popolo ebraico". Per
quanto riguarda i palestinesi, questo rischio non c'è, perché il popolo
arabo non rischia l'estinzione. Si fa fatica in Europa a prendere in
considerazione questa gigantesca sproporzione.
Da un punto di vista mediatico, si tende sempre ad accentuare le
sofferenze e le miserie del popolo palestinese, mettendo in secondo piano
le difficoltà ed i pericoli della popolazione israeliana...
Questo è dovuto al fatto che il rapporto tra l'Europa e l'ebreo è
completamente marcio, avvelenato e mi viene in mente un'osservazione che
fece a suo tempo Sartre, riguardo al rapporto padre-figlio. Sartre diceva:
" Quando, per strada, vedo un uomo e un giovane, che camminano insieme,
senza dirsi una parola, allora so che sono padre e figlio". Con questo
intendo dire che i rapporti fra ebrei ed europei sono letteralmente
schifosi, e questo è da imputare alla chiesa cattolica.
Per quanto riguarda la stampa si stigmatizza molto, ad esempio, la
sofferenza dei palestinesi, ma si evita di fare approfondimenti sulle
sofferenze subite dagli israeliani a causa degli attentati suicidi. Su
questa realtà, fatta di paura, di angoscia con il suo corollario di morti,
di feriti e di persone che, pur essendo sopravvissute agli attentati, sono
ridotte oggi a delle larve, c'è purtroppo in Europa un angosciante
silenzio.
Sotto sotto la Palestina rappresenta la causa per tutti quelli che
sognano una rivoluzione.
A me, lo scorso febbraio, mentre ero in Israele è capitato, di
trovarmi non molto distante dal luogo in cui era appena avvenuto un
attentato. Nel giro di 5 minuti sono passate una ventina di autoambulanze
e le persone erano completamente agghiacciate e immobilizzate dalla paura,
ed io stesso (che quel giorno dovevo recarmi in una bibiloteca per cercare
dei documenti) mi sono sentito come paralizzato e ho dovuto rinviare ciò
che mi ero proposto di fare.
Però vorrei aggiungere anche altre due ragioni, riguardanti le posizioni
quasi esclusivamente filopalestinesi dei media. Perché la Palestina è così
presente all'interno della sinistra? Nel momento in cui il mito della
rivoluzìone proletaria ha cominciato a vacillare, la causa palestinese ha
assunto un ruolo sempre maggiore, sino a diventare l'emblema della lotta
degli oppressi di tutta la terra. Sotto sotto la Palestina rappresenta la
causa per tutti quelli che sognano una rivoluzione. Come a suo tempo c'era
il mito di Cuba e della rivoluzione cinese, oggi è la Palestina a
incarnare questo mito rivoluzionario della sinistra. Con questo non voglio
negare che la causa palestinese non abbia una sua legittimità e che non
sia degna di questo nome. In Palestina c'è effettivamente un'ingiustizia a
cui occorre riparare. Detto questo, il fatto che però abbia assunto un
carattere mondiale credo sia dovuto al fascino esercitato dalla violenza e
dalla forza sugli ambienti dell'estrema sinistra. Ma questo è un argomento
tabù, perchè siamo di fronte ad un discorso che, da una parte, si fa
promotore della pace, dei diritti dell'uomo, della non-violenza e,
dall'altra, sottintende una sordida realtà, da cui emerge un fascino per
tutto ciò che è forza, violenza di tipo bolscevico. C'è una distorsione
tra un discorso umanista ed una certa attrazione per la violenza.
Questo fascino si manifesta anche nei confronti del mondo arabo, che
oggigiorno inneggia costantemente alla forza e alla violenza.
Israele, pur essendo uno Stato ben armato e potente, non alimenta però un
discorso di forza e di violenza. Intendo dire che Israele possiede la
forza, ma non la usa fino in fondo, cosa che invece farebbero gli altri se
avessero gli stessi suoi mezzi.
Porto un piccolo esempio: durante una lezione di storia un adolescente di
origine araba di un liceo parigino ha detto che non riusciva a capire come
mai questi imbecilli di israeliani, con tutti i mezzi militari a
disposizione, non fossero capaci di servirsene adeguatamente in
Palestina. Si tratta di uno dei tanti episodi che avvengono nelle scuole
francesi in cui si assiste purtroppo a diverse manifestazioni di
antisemitismo tra gli alunni di origine araba. Questo episodio mi ha fatto
venire in mente il racconto di un ex soldato dell'esercito israeliano, il
quale, nel corso di un'operazione militare, durante la Guerra dei sei
giorni, nel 1967, è entrato, insieme a un gruppo di soldati, nella casa di
un palestinese abbastanza anziano, che alla loro vista ha cominciato a
tremare di paura. Hanno perquisito la casa e, non avendo trovato nulla,
sono andati via. Sei mesi dopo, questa persona, ormai in congedo,
passeggiando per strada ha incontrato l'anziano palestinese e l'ha
salutato. Il tipo ha fatto finta di non riconoscerlo. L'ex soldato è
tornato indietro e gli ha chiesto: "Ti ricordi di me?'” e l'altro ha
risposto: "Sì mi ricordo di te, ma siccome avete vinto la guerra non
voglio avere nulla a che fare con voi". L’ex soldato però, prima di
andarsene ha voluto sapere da questa persona anziana cosa pensasse del
fatto che i soldati israeliani, quel famoso giorno, non gli avessero
neanche torto un capello. L’anziano palestinese gli disse allora, testuali
parole: “Io penso che voi israeliani non siate dei veri uomini". Questo
dimostra sino a che punto le nozioni di guerra e di virilità siano
strettamente connesse. La virilità si dimostra attraverso la forza e la
violenza.
Questa mentalita è molto radicata nel mondo arabo, e mi ha colpito che
fosse presente anche in questo adolescente di origine araba nato in
Francia. Ciò che è preoccupante è questo abisso culturale, che gli europei
non riescono o non vogliono capire. Non ci si rende conto del conflitto
culturale, anzi ogni volta che lo si mette in evidenza si viene
considerati razzisti.
Anche in questo caso appare la solita miopia, incapace di riconoscere che,
volenti o nolenti, si è in presenza di un conflitto culturale. C'è un
conflitto di valori, anche nel ruolo assegnato alla donna; riconoscere
questo conflitto non significa essere razzisti.
(Una Citta’, novembre 2004 - da newsletter di Morasha.it)
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