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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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Voci dalla Terra Santa:
"Sharon parla come Rabin" |
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di Aldo Cazzullo |
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del 12\1\2005 |
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su solomon dal
23/01/2005 |
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fonte:
Corriere della Sera |
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Dice dalla residenza sul
monte degli Ulivi il nunzio Pietro Sambi che quanto accade gli pare
incredibile: « Sharon parla come Rabin. E cristiani ed ebrei non sono mai
stati così vicini come ora » . Dice nel convento presso il Santo Sepolcro
il nuovo custode di Terrasanta Pierbattista Pizzaballa: « Io tra gli ebrei
mi sono formato, devo a loro quel che sono e penso che non solo i
palestinesi ma pure gli israeliani siano pronti a un'altra stagione » .
Un'eco di cose nuove, i segni di una speranza oltrepassano anche le mura
dell'Istituto biblico pontificio, all'ombra della porta di Jaffa, dove
Carlo Maria Martini è curvo sulla copia del codice vaticano greco 1209, il
più antico manoscritto greco della Bibbia, di cui sta scrivendo
un'introduzione critica.
Racconta l'arcivescovo emerito di Milano di essere affascinato da san
Gerolamo, che aveva abbandonato il mondo per dedicarsi alla traduzione
della Bibbia e « talora si addormentava con il capo sulle Sacre scritture
» . Martini non dà interviste politiche, si limita « alla preghiera e
all'intercessione, che significa mettersi in mezzo ai contendenti, senza
propendere né per l'uno né per l'altro, perché a tutti sia dato di capire
anche le ragioni dell'altro » . Ma avverte con chiarezza che q u a l c o s
a è cambiato. « Vedo piccole linee di pace. Segnali di riconciliazione.
Prove che il dialogo è ancora possibile » . Il cardinale non crede
all'ineluttabilità della separazione tra i due popoli. « Gli accordi di
Ginevra hanno dimostrato che le parti possono confrontarsi » . E le
elezioni palestinesi sono un segnale incoraggiante: « La percentuale di
votanti è stata alta, e ha premiato un moderato, l'unico che gli
israeliani considerino un interlocutore. Resta da vedere se avrà una forte
leadership » .
Martini non crede a interventi dall'esterno, a mediazioni, a formule
elaborate altrove. « Sono loro, le parti in causa, che devono trovare la
via d'uscita. Loro è il compito, loro è la grazia.
Qualcosa però è già accaduto: si è capito che la violenza è un vicolo
cieco, come ha detto il Papa, che produce solo altra violenza. Le genti di
Terrasanta sono stanche. Vedo nella vita di ogni giorno storie di
riconciliazione, di rispetto reciproco, di ascolto, che non arrivano alla
superficie della politica ma considero preziose. Spero che i pellegrini
non abbiano più paura, che tornino numerosi, a respirare questo clima » .
Il cardinale cita il « Parent's Circle » , associazione di famiglie ebree
e arabe accomunate dall'aver perso un figlio in questi anni di terrorismo
e guerra. « Si incontrano, si parlano, mettono in comune il dolore. E sono
ascoltate, perché il lutto dà loro una grande credibilità » . E' tempo
d'incontro anche per due comunità divise ancora negli anni scorsi da
pregiudizi e incomprensioni, cristiani ed ebrei.
« Noi dobbiamo essere equivicini ai popoli di questa terra » dice Martini,
che dopo una vita passata a leggere l'ebraico antico sta imparando
l'ebraico moderno.
C'è da parte dei cristiani maggiore apertura e comprensione verso le
ragioni di Israele e il pluralismo del mondo ebraico, nota il cardinale;
un'attenzione ricambiata. « Per secoli gli ebrei hanno considerato Gesù
nulla più di un falso messia. Oggi molti sono interessati alla sua figura.
Qui in Israele c'è una vivace comunità di ebrei messianici, convinti che
Cristo sia il messia. E ci sono comunità di cristiani di lingua ebraica »
, piccole ma rafforzate dall'arrivo di immigrati dall'Est europeo che
vanno riscoprendo le loro radici e che Martini descrive mentre entrano
incerti in chiesa il sabato a chiedere dei santi e della Vergine.
Proprio tra i cristiani di lingua ebraica si è formato padre Pizzaballa (
che è davvero parente del portiere dell'Atalanta). L'hanno eletto i 400
confratelli francescani che vegliano sui luoghi santi; ma il Vaticano ha
avuto l'ultima parola e l'ha spesa per un uomo che dovrà rendere meno
aspro il rapporto con Israele, da sempre freddo con il patriarca Sabbah,
filopalestinese. « Dobbiamo guardare agli israeliani con la mente libera
da preconcetti e paure, con libertà. E' un bene ad esempio che si sia
consolidata qui una forte comunità di neocatecumenali, attenta al rapporto
con la cultura giudaica. E' il nostro modo di contribuire alla nuova
stagione che si apre.
Conosco Abu Mazen, abbiano cenato e preso la messa insieme la notte di
Natale: ha meno carisma di Arafat, ma è più affidabile » . Il custode di
Terrasanta dice di essersi « stancato della retorica delle pace. Pace è
una parola bruciata. Ho visto un'amara vignetta su un giornale israeliano:
che noia questa pace! La pace non si fa in pochi giorni; va costruita.
Fermando il terrorismo e le armi.
Insegnando la tolleranza nelle scuole. Cogliendo le opportunità: è
evidente che al momento ebrei e arabi non possono vivere insieme, ma
possono vivere uniti, trovando forme di collaborazione perché tutti
abbiano l'acqua e possano pregare nei propri santuari » .
Pregare e vivere non è facile per i cristiani. La roccaforte della
comunità, Betlemme, è impoverita dal crollo del turismo. Il nunzio,
monsignor Sambi, calcola che dall'inizio della seconda Intifada in tremila
siano partiti per l'America o l'Europa. I cristiani erano il 20% della
popolazione della Palestina dopo la seconda guerra mondiale, ora sono
dieci volte meno. Sambi era qui come segretario durante la guerra del
Kippur, 7 anni fa è tornato come ambasciatore del Papa.
« Sono cauto, ma vedo ragioni di ottimismo. Sharon è un uomo trasformato e
finalmente ha di fronte un realista come Abu Mazen. I due hanno difficoltà
parallele: i coloni che non intendono andarsene e invitano i soldati alla
disobbedienza, i terroristi che non vogliono disarmare » .
La storica opportunità può essere colta, conclude Martini prima di tornare
al manoscritto, « a patto si capisca che la pace ha un prezzo, implica una
rinuncia. Io posso solo pregare, per Gerusalemme e per noi; perché
Gerusalemme e il suo crogiolo di fedi e di popoli è il nostro futuro; è il
pettine dove i nodi della storia si incastrano e si sciolgono » .
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