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Ci sono temi che bruciano, anche a distanza di tanti anni, come fossero di ieri. E' tra questi il tema di quegli ebrei che durante la Shoah ricevettero il battesimo nella prospettiva di sfuggire allo sterminio nazista. Se poi il dibattito, come quello aperto sul Corriere, riguarda la conversioni di bambini, era difficile evitare che esso assumesse toni assai aspri. Ché per i cattolici il tema coinvolge problemi teologici capitali, quali il valore del sacramento del battesimo e la nozione di conversione. Per di più, come dimostra l'articolo di Goldhagen, esso si presta ad un attacco indiscriminato ed ingiusto alla Chiesa di quegli anni e alla figura stessa del Papa, Pio XII. Per gli ebrei, però, il tema è almeno altrettanto dolente, se non di più. Si parla, infatti, in questo caso, di conversioni al cattolicesimo motivate da contingenze storiche eccezionali e particolarmente dolorose. In alcuni casi, di minori battezzati in assenza di consenso dei genitori, in altri di minori battezzati su richiesta dei genitori ma solo perché così avrebbero potuto trovare rifugio in istituti religiosi o famiglie. E' il caso dello storico Saul Friedländer: i suoi genitori, all'atto di affidarlo, bambino di sette anni, ad un istituto religioso francese, ne chiesero espressamente il battesimo e si impegnarono, nel caso fossero sopravvissuti, ad educare il bambino nella religione cattolica. Poco dopo, furono arrestati e morirono ad Auschwitz. Salvatosi ed avviato alla carriera sacerdotale, il ragazzo ritrovò, grazie all'incontro con un gesuita francese, le sue radici ebraiche, e fuggì sedicenne nel neonato Stato di Israele. Ora è uno dei maggiori storici viventi della Shoah. Nel libro in cui racconta questa storia, ha toni di calda riconoscenza verso quanti con affetto e pietas lo hanno salvato. Eppure, anche in questo caso, nonostante quel consenso scritto e nonostante la sincerità della sua adesione infantile al cattolicesimo, possiamo parlare di una scelta? O l'esistenza dei campi in cui sono morti i suoi genitori lo impedisce di per sé? E ancora, come nel suo caso, come nel caso di tanti bambini rimasti senza parenti stretti a rivendicarli, non esisteva per il mondo ebraico disperso e annientato, il diritto a riavere i suoi figli sopravvissuti? In Italia, gli istituti religiosi hanno in generale accolto e salvato ebrei, piccoli e grandi, senza porre la condizione della conversione. E' pur vero che alcune migliaia di ebrei si sono convertiti, dal 1938 in avanti, spinti anche dal desiderio di avere una vita normale o dalla speranza, non molto fondata in realtà, di salvarsi così la vita. Ma anche in Italia, come potevano gli ebrei, nel momento in cui riannodavano le fila di una vita interrotta prima dalla discriminazione poi dalla persecuzione, non percepire come un attacco alla loro identità qualsiasi accenno da parte cattolica che indicasse la volontà di prendere per valide queste conversioni e di far difficoltà alla restituzione dei bambini? Fu un grande scandalo per il mondo ebraico, nella Roma del 1945, la conversione al cattolicesimo del rabbino capo Israel Zolli. Fu una conversione sincera e religiosamente motivata, ma fu vista comunque come un colpo durissimo alla loro identità dagli ebrei italiani e romani in particolare. Tuttora nella Comunità ebraica romana esiste una sorta di damnatio memoriae di Zolli. Personalmente - ma io penso come una storica - credo che il suo caso andrebbe studiato senza preconcetti, come andrebbero studiate d'altra parte le vite e le scelte dei convertiti in seguito alle leggi razziali, di cui resta scarsissima memoria storica.
Ancora due
considerazioni. La prima è che antigiudaismo e antisemitismo sono due
fenomeni profondamente e radicalmente diversi, che nella storia però si
sono talvolta intrecciati. Ma dire che Pio XII era antisemita è una vera
e propria sciocchezza. Del resto, è stata la stessa Chiesa nei suoi
documenti degli ultimi anni, più degli stessi ebrei, a denunciare il
fatto che il permanere nei secoli di uno stereotipo antigiudaico avrebbe
finito per offrire spazio all'antisemitismo. |