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SOLOMON GURSKY
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Pio XII, parlano i documenti
Per comprendere la
dinamica del caso dei bambini ebrei battezzati occorre rifarsi alle
«agende» del nunzio Roncalli |
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di Matteo Luigi
Napolitano |
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18\1\2005 |
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fonte:
Avvenire |
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Ha destato molta
attenzione un documento che il «Corriere della Sera» ha pubblicato il 28
dicembre 2004. Secondo quella prima ricostruzione, il 20 ottobre 1946 il
Vaticano avrebbe trasmesso al nunzio apostolico a Parigi Angelo Giuseppe
Roncalli delle istruzioni sui casi di bambini ebrei affidati ad
istituzioni e a famiglie cattoliche durante la Shoah, richiesti non solo
da istituzioni ebraiche, ma anche dalle famiglie di provenienza. Sempre
secondo quella ricostruzione e le interpretazioni datene "a caldo", Pio
XII avrebbe rifiutato di consegnare i minori ebrei battezzati alle
famiglie che, a guerra finita, li richiedevano; un rifiuto non condiviso
da Roncalli, che avrebbe disobbedito agli ordini.
Non riassumeremo i termini delle questione, che supponiamo noti. Ci
limiteremo a dire che, nel corso del dibattito sulla stampa italiana ed
estera, in modo aperto o addirittura plateale si è tornati a criticare
non solo Eugenio Pacelli e i suoi presunti "silenzi", ma anche una certa
"storiografia pontificia" composta di studiosi liquidati come
"apologeti" di Pio XII. Non si è tenuto presente, a nostro sommesso
avviso, un fenomeno non certo nuovo, ma sul quale non si è ancora
indagato a fondo: quello degli "ipologeti" di Pio XII, ovvero di coloro
che, nel porre questo Papa sul banco degli accusati, hanno messo la
sordina a molti documenti, spesso omettendoli o non citandoli
integralmente. A questi "ipologeti" si potrebbe imputare quello che
definiremmo un "silenzio su Pio XII".
Qui occorre soffermarsi su un altro aspetto del dibattito: quello
dell’apertura degli archivi vaticani. In occasione della presentazione
del libro di monsignor Walter Brandmüller, L’Olocausto nella Slovacchia
e la Chiesa cattolica – e anche nell’intervista pubblicata da «Avvenire»
il 14 gennaio – il prefetto dell’Archivio segreto vaticano, padre Sergio
Pagano, ha osservato che il lavoro di riordino e di apertura di un
archivio storico è lungo e laborioso e che non può essere condizionato
da pressioni esterne o addirittura dal gusto dello scoop. Da parte
nostra aggiungiamo che l’apporto di altre fonti archivistiche consente
già oggi di ricostruire la politica estera vaticana in anni anche
recenti; pur ammettendo che solo la documentazione ancora "chiusa" può
consentire di ripercorrere il processo decisionale interno alla Santa
Sede.
Fatta questa premessa metodologica, occorre tornare al tema che qui ci
occupa. Di tutta la vicenda si sono definiti meglio i contorni in
seguito alle indagini svolte da chi scrive e pubblicate da Andrea
Tornielli sul quotidiano «Il Giornale». Si è appreso per esempio: a) che
il documento in questione fu inviato al cardinal Gerlier non prima del
30 aprile 1947; b) che la questione riguardava i casi di bambini orfani
reclamati non dai genitori o dai loro familiari, ma da non meglio
precisate istituzioni ebraiche; c) che molte di queste organizzazioni
che operavano proprio in Francia, si proponevano di avere tutti i
bambini ebrei in affidamento a istituzioni e a famiglie, cattoliche e
no, in vista del loro trasferimento in Palestina; d) che il brano
riprodotto sul quotidiano milanese non era del 20 ottobre 1946, ma del
23 successivo; e) che esso, preso da un fondo ancora chiuso di archivi
ecclesiastici francesi, riproduceva le istruzioni del Sant’Uffizio in
modo imperfetto, apparendo piuttosto come una glossa delle direttive di
quella Congregazione, preparata dalla nunziatura a Parigi ad uso della
Conferenza episcopale francese; f) che il pezzo archivistico "scoperto"
era in realtà mancante di altre due pagine, che riportavano appunto le
vere e proprie direttive vaticane; g) che il Sant’Uffizio aveva lavorato
alla questione ben sette mesi prima, nel marzo 1946, su diretta
sollecitazione di Pio XII, in seguito alle richieste del Rabbino capo di
Palestina Isaac Herzog; h) che una richiesta d’istruzioni era provenuta
dal nunzio Roncalli, non solo su sollecitazione dei vescovi e di
eminenti ebrei, ma anche per il fatto che qualche ordine religioso
femminile aveva disatteso il divieto della Conferenza episcopale
francese di battezzare i bambini ebrei.
In tutta questa vicenda, a
nostro avviso, non si è posta sufficiente attenzione all’oggetto del
documento pubblicato il 28 dicembre. Esso, come recita l’incipit,
riguardava i «bambini ebrei che, durante l’occupazione tedesca, sono
stati affidati alle istituzioni e alle famiglie cattoliche e che ora
sono reclamati dalle istituzioni ebraiche perché siano loro restituiti».
Ciò considerato, come spiegare l’esistenza, nello stesso documento, di
un "quinto punto" riguardante «i bambini [...] affidati (alla Chiesa)
dai loro genitori» che adesso li reclamavano? Fu esso inserito dalla
nunziatura per dare ai vescovi francesi norme di condotta che
ricoprissero ogni possibile casistica? E come mai questo "quinto punto"
differisce alquanto dalle direttive vaticane ormai note dalla
pubblicazione integrale del documento, fatta da «Il Giornale»?
Abbiamo poi l’impressione che si sia spesso debordato dai limiti del
composto dibattito. Non si è considerato che non eravamo di fronte a un
caso di «sottrazione di minori ebrei»; non si è tenuto presente che non
si trattava di bimbi ebrei battezzati "negati" dalla Chiesa ai genitori
o ai congiunti naturali (e supponiamo che dal 1946 ad oggi questi casi
sarebbero venuti fuori in massa, se non dagli archivi vaticani,
perlomeno da quelli ebraici). Nemmeno è scaturito un dibattito sulla
vera identità e natura delle istituzioni ebraiche che chiedevano al Papa
una «intimazione» (è il termine usato da Herzog con Pio XII) a famiglie
e istituzioni cattoliche di consegnar loro i bambini ebrei. Quasi non
bastasse, non si è considerata la remota possibilità che, a distanza di
anni, molti orfani ebrei potessero essere stati ormai adottati dalle
famiglie ospiti.
Nel dibattere di tutte queste vicende si è poi voluto ergere uno
steccato tra Pacelli e Roncalli, presentando quest’ultimo come un
«fedele disubbidiente» del primo. Mentre Roncalli, pur con una
sensibilità tutta sua, eseguì sempre, in «obbedienza e pace», le
direttive di Pio XII, verso il quale nutriva una devozione a tutta
prova. Va aggiunto solo che Roncalli sembrò per un momento discordare
dalla politica pacelliana quando temette che l’aiuto dato dal Vaticano
agli ebrei durante la Shoah per trasferirsi in Palestina potesse alla
fine servire per la costituzione di un nuovo «Regno di Giuda e
d’Israele»; ciò che per lui era un’utopia (Actes et Documents du
Saint-Siège, vol. 9, doc. 324).
Non si è fatto caso, in tutta questa vicenda, che proprio nel 1946 delle
organizzazioni pionieristiche sioniste si proponevano di chiamare a
raccolta i bambini ebrei scampati alla Shoah. Tali organizzazioni
(l’Agenzia ebraica della Terra d’Israele; la Ha-Berichah, la Ha-Ha’palah)
avevano sul punto un programma comune: esse sostenevano che per i
bambini ebrei sopravvissuti alla Shoah (battezzati e no, ospitati da
istituzioni cattoliche, adottati da famiglie cristiane o no) ci fosse
una sola via di salvezza: portarli tutti nella terra d’Israele con ogni
modo e mezzo. Nel congresso svoltosi nel marzo 1946 (ossia proprio
mentre il Sant’Uffizio, stava per approvare il documento sul caso dei
bambini ebrei), i dirigenti di Ha-Berichah e di Ha-Ha’palah, stabilirono
esattamente questo (cfr Efraim Deqel, Seridey Cherev [Scampati alla
spada], Tel Aviv, Ministero della Difesa di Eretz-Israel, 1961, vol I,
p. 13). Si consideri poi che sempre nel 1946 il controllo di Ha-Berichah
passò nelle mani del Mossad le-Aliyah Bet (o Mossad per l’immigrazione
illegale in Palestina), che spostò la direzione delle sue operazioni
europee proprio a Parigi.
Le nostre ricerche hanno poi aggiunto qualche elemento di novità. Siamo
stati in grado di accertare che non solo, come già detto, il testo
pubblicato dal «Corriere della Sera» non era «il» documento del Sant’Uffizio;
ma anche che il vero documento fu elaborato il 27 marzo 1946, proprio in
seguito alle sollecitazioni del Rabbino Herzog, e che fu approvato da
Pio XII il giorno dopo.
Per vedere precisamente quali furono le disposizioni del Sant’Uffizio,
formalizzate il 28 marzo, occorre inserire nella vicenda il nunzio a
Parigi Roncalli. Il futuro Giovanni XXIII, alla fine dell’agosto 1946,
inviò alla Segreteria di Stato un importante dispaccio. Nel documento
Roncalli narrava di aver incontrato nel luglio precedente il Rabbino
capo di Francia, dottor Isaiah Schwartz, il quale gli aveva chiesto
l’interessamento della Santa Sede per risolvere la questione dei
«bambini ebrei» ospitati da istituzioni cattoliche o adottati presso
famiglie; tali bambini venivano ora richiesti dalle istituzioni
ebraiche. Il Rabbino Schwartz desiderava appunto che tali richieste
fossero accolte dalla Santa Sede. Nello stesso dispaccio Roncalli
informò di aver raccolto le indicazioni dell’Arcivescovo di Parigi,
cardinal Suhard, il quale si era espresso in senso favorevole alle
richieste avanzate da Schwartz, temendo in caso contrario «reazione
violenta» da parte ebraica, che certamente avrebbe valicato i confini
francesi e scatenato contro la Chiesa le ire anticattoliche, in
particolare quelle dei comunisti. Sempre il nunzio ricordò di aver
ricevuto due lettere (inoltrate in allegato) da Emile-Maurice Guerry,
coadiutore dell’arcivescovo di Cambrai (il 10 agosto 1946), e
dall’arcivescovo di Lione Pierre Gerlier (il 17 agosto 1946). Guerry si
dichiarava propenso ad accettare, in linea generale, le richieste delle
istituzioni ebraiche per gli stessi motivi illustrati da Suhard e
aggiungeva che in fondo non doveva trattarsi di molti casi; sarebbe
bastato ai richiedenti indicare nomi, cognomi e indirizzo per
esaminarli. Anche Gerlier era propenso ad accogliere, salvo casi
particolari ben definiti, le richieste ebraiche, e aveva informato il
nunzio che la Conferenza episcopale francese aveva ordinato di non
battezzare i bambini ebrei, ma che per eccesso di zelo alcune suore
avevano disobbedito agli ordini, battezzando i piccoli ospiti. Era
appunto su questi casi controversi che si chiedeva l’avviso del
Vaticano. Di fronte a tali elementi, e senza entrare nel merito della
questione sollevata (anche se pareva condividere l’opinione di Guerry e
di Gerlier), il nunzio Roncalli a sua volta chiese al Vaticano precise
istruzioni.
Nella seconda metà del settembre 1946 dal Sant’Uffizio il cardinale
Marchetti-Selvaggiani inviò al Segretario per la Congregazione degli
Affari ecclesiastici straordinari, monsignor Domenico Tardini, un
appunto con le norme di condotta sul caso. Tardini ricevette questo
documento mentre Roncalli si trovava già in Italia per le sue vacanze:
partito infatti da Parigi il 6 settembre alla volta di Sotto il Monte,
dal paese natio egli raggiunse Roma il 23 successivo.
Martedì 24 settembre 1946, alle ore 10.30, Roncalli ebbe i suoi primi
contatti in Vaticano: «Tardini lungamente – racconta nella sua agenda
del giorno – Barbetta, Grano, Montini lungamente; incontri Ryan,
Sigismondi, Riberi, Opere di relig. De Ströbel, Lupi, Silli» (Anni di
Francia, cit., p. 230). Non dice Roncalli se nella lunga conversazione
con Tardini (o con Montini, che ne era al corrente) si parlò della
vicenda dei bambini ebrei e del documento del Sant’Uffizio che Tardini
aveva sul suo tavolo da una settimana. Con questi il nunzio si vide
anche la mattina del 26 settembre, per «un’ora di buona conversazione»;
incontrò anche Barbetta e Grano. Nessun cenno alla questione dei bimbi
ebrei che si stava esaminando in Vaticano; ma certamente Tardini preparò
spiritualmente Roncalli all’importante appuntamento fissatogli per il
giorno dopo (ivi, pp. 231-232).
Il 27 settembre 1946 Roncalli fu infatti ricevuto da Pio XII a Castel
Gandolfo, per tre quarti d’ora, ma neppure in questo caso, secondo
quanto risulta dalle agende (Anni di Francia, cit., p. 232), troviamo un
cenno alla questione dei bambini ebrei francesi. Il 30 settembre
Roncalli si recò al Sant’Uffizio per visitare l’assessore monsignor
Ottaviani. Dalle agende non risulta che proprio in questa circostanza i
due abbiano parlato del documento sui bambini ebrei. Eppure, come
vedremo, già da due giorni Tardini aveva inviato a Parigi un dispaccio
d’istruzioni riservate per il nunzio.
Il 4 ottobre 1946 Roncalli si congedò dai suoi diretti superiori in
Vaticano e si recò alla volta di Sotto il Monte, da dove avrebbe
raggiunto Parigi il 22 ottobre successivo. Proprio il 23 ottobre, data
del documento reso noto dal «Corriere della Sera», Roncalli pranzò coi
cardinali Liénart, Suhard, Gerlier, Saliège, Petit de Julleville e
Roques, e con degli arcivescovi. «Grande cordialità con tutti». Nessun
accenno particolare. Ma il 24 ottobre egli annotò: «Due colloqui
importanti coi Card. Petit de Julleville e Saliège». Non si danno
tuttavia ulteriori indicazioni. È tuttavia pensabile che Roncalli non si
sia avvalso, in quei colloqui conviviali, delle direttive della Santa
Sede, trovate sul suo tavolo al ritorno dalle ferie?
Le istruzioni vaticane (di cui non sappiamo se Roncalli abbia avuto
previa conoscenza a Roma) furono inviate al nunzio da Tardini il 28
settembre 1946. Tardini ricordava che, per ordine del Papa, il Sant’Uffizio
si era occupato della questione dei «bambini ebrei» nel corso della sua
adunanza plenaria del 27 marzo 1946, sottoponendo le decisioni di merito
al Santo Padre il giorno dopo. Fatta questa premessa, il dispaccio di
Tardini affrontava direttamente la questione dei bambini ebrei con una
trascrizione letterale delle decisioni del Sant’Uffizio, che erano le
seguenti: «Gli Eminentissimi Padri decisero che alla richiesta del Gran
Rabbino di Gerusalemme non si dovesse rispondere, se ciò fosse
possibile. In ogni caso, se qualche cosa fosse necessario dire in
proposito, ciò doveva essere fatto oralmente, dato il pericolo di abuso,
o di detorsione (sic) che potrebbe essere fatto di un qualsiasi scritto,
in merito, proveniente dalla Santa Sede. Eventualmente dovrebbe dirsi
che la Chiesa deve fare le sue inchieste e constatazioni per discernere
caso da caso, essendo evidente che i bambini che fossero stati
eventualmente battezzati non potrebbero essere affidati ad istituzioni
che non possono garantire l’educazione cristiana di essi. Del resto,
anche quei bambini che non fossero battezzati e che non avessero più
parenti, essendo stati affidati alla Chiesa, che li ha presi in
consegna, non possono ora, finché non sono in grado di disporre di se
stessi, essere dalla Chiesa abbandonati o consegnati a chi non ne avesse
diritto. Altra cosa sarebbe se i bambini fossero richiesti dai parenti.
La decisione degli Eminentissimi Padri e i criteri, ora esposti, furono
riferiti al Santo Padre nell’udienza del 28 marzo u.s. e sua Santità si
degnò di accordare la Sua augusta approvazione».
Se ne deduce che i casi di cui il Vaticano fu investito dalle autorità
religiose ebraiche riguardavano prevalentemente bambini ebrei rimasti
orfani, richiesti da organizzazioni ebraiche, sulla base di diritti e
per la realizzazione di scopi che alla Santa Sede non apparivano del
tutto chiari.
Delle istruzioni del Sant’Uffizio, dianzi illustrate, il documento reso
noto dal «Corriere della Sera» non sarebbe pertanto che una sintesi
alquanto imperfetta, perché priva della parte più importante: le
istruzioni di Tardini a Roncalli. La «resistenza» opposta dalla Santa
Sede alle richieste di istituzioni ebraiche s’iscrive dunque in un
contesto ben diverso dal rifiuto di consegnare i bambini alle loro
famiglie. Non a caso, la chiusa del documento inviato da Tardini a
Roncalli non prefigura una «tutela minorile pontificia» ad ogni costo.
Dopo aver spiegato i casi in cui la Sede Apostolica continuerebbe ad
occuparsi dei minori ebrei, anche non battezzati, rifiutando di
consegnarli «a chi non ne avesse diritto», il dispaccio di Tardini
conclude: «Altra cosa sarebbe se i bambini fossero richiesti dai
parenti».
Vi sono dunque piste più ampie di ricerca e di interpretazione dei
fatti: è probabile che le richieste avanzate dalle istituzioni ebraiche
siano state dirette non solo al mondo cattolico, ma anche ai cristiani
in genere e a un contesto sociale più ampio; su ciò andrebbe indagato
meglio. Non va poi trascurato il peso di altri fattori, come la legge
francese sull’adozione (per eventuali casi di affidamento trasformati in
un rapporto adottivo), su cui un nunzio apostolico non avrebbe potuto
intervenire. Considerato poi che i «bambini» in questione erano invero
minori entro il ventunesimo anno di età, entravano in gioco molte altre
questioni: si pensi al lato affettivo e alla psicologia evolutiva di
fanciulli cui la Shoah aveva strappato i genitori, senza altri parenti e
inseriti in un contesto familiare nuovo che avrebbero dovuto ora
abbandonare; si pensi all’arido proponimento delle organizzazioni
sioniste di «riscattare pienamente» in massa quei fanciulli, di
«scalzarli dalla Diaspora» offrendo a chi li aveva ospitati «un
riscatto, uno scambio monetario» o addirittura «un carico (prezioso) o
un dono». Quasi bastasse, a compensare gli affetti perduti, un semplice
do ut des .
Si tratta insomma, di una gamma di situazioni non racchiudibili in un
unico criterio di giudizio; e meno che mai riducibili in quegli steccati
che, scindendo per ogni epoca i "buoni" dai "cattivi", sempre difettano
di una ricostruzione che sia ad un tempo calibrata e articolata.
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