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SOLOMON GURSKY
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L’apprendista stregone. Osservazioni sulla recente
querelle intorno a Pio XII e la Shoah |
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di Pietro De Marco |
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16\1\2005 |
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fonte:
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Leggendo il doppio
movimento che ha portato due nuovi direttori, Paolo Mieli e Ferruccio De
Bortoli, su due grandi testate del giornalismo italiano, si è ritenuto di
cogliere una ripresa di protagonismo della borghesia laica, ossia di
quelle forze laiche moderate che non si riconoscono nella maggioranza di
governo e che, tuttavia, l'apparato editoriale del gruppo L'Espresso non
copre.
In effetti, il “Corriere della Sera” e "Il Sole 24 Ore", per quanto meno
efficaci della macchina di “la Repubblica” nella formazione dell’opinione
pubblica, sono seriamente rappresentativi delle costellazioni politiche ed
economiche che si esprimono per loro mezzo. In altre parole, sono meno
intelligencija ma più establishment. Eppure, nonostante l'attesa di
attivismo da parte del “Corriere”, ha colpito che uno dei primi atti della
direzione Mieli sia stata l'apertura del giornale a una non episodica
querelle su Pio XII e la Shoah iniziata il 28 dicembre 2004 e tutt'ora
(dopo oltre due settimane) quotidianamente alimentata. Per quanto condotta
a più voci a partire dal contributo di uno storico cattolico, il taglio
costante del montaggio redazionale è stato e resta monocorde e aggressivo,
in senso antipacelliano e sostanzialmente antiromano. Ancora il 16 gennaio
il “Corriere” ha continuato a sostenere di aver "pubblicato un documento
del Sant'Uffizio, avallato da Papa Pio XII, che ordinava di non restituire
all'ambiente d'origine i bambini ebrei ospitati presso istituzioni
cattoliche durante la guerra", nonostante ciò sia stato dimostrato da più
giorni erroneo e fuorviante.
Perché, dunque? Di questa campagna d'inverno non è dato conoscere il
disegno, che non può non esservi poiché non si schierano nell'arco di
pochi giorni tante firme senza preparazione e né pianificazione. Ma
chiarissimo è il terreno scelto. E l'urgenza di far conoscere (con gravi
approssimazioni) un documento "agghiacciante" appare solo un pretesto.
Quello della posizione di Pio XII di fronte all'Olocausto (che nella
vulgata si estende al rapporto secolare tra la Chiesa cattolica e gli
ebrei e collassa su quello dell'antisemitismo cristiano) è un terreno che
crea difficoltà e sofferenza alla Chiesa e alla cultura cattolica. Di
fronte alla sfida dei critici esse si scoprono divise e persino, per una
parte, consenzienti con lo sfidante.
Va detto che la cattiva scelta dell'occasione giornalistica ne ha molto
smussato gli effetti e si è forse trasformata in un infortunio per i
promotori. Ma l'effetto sordo e irragionato nell’opinione pubblica resta,
come resta evidente l'intento di colpire, oggi, la forza spirituale e
morale della Chiesa esponendola a un attacco su di un terreno a essa
particolarmente sfavorevole. Ci sia infatti concesso di non attribuire a
Mieli in questa operazione a freddo (il nuovo direttore del “Corriere” non
è un “habitué” dell’emotività in politica e storia) una qualche pia
intenzione di purificazione della memoria cristiana. Queste saranno magari
le pretese, costino quello che costino, di Alberto Melloni.
Ma le cose debbono essere lette con più ampiezza. In questi giorni uno
degli opinionisti migliori del “Corriere”, Piero Ostellino, propugna
l'opportunità del percorso referendario reiterando l'argomento che la
legge sulla procreazione medicalmente assistita imporrebbe a tutti le
credenze di una parte. Ostellino sbaglia. La tutela giuridica
dell'embrione è fondata su quella stessa ontologia della persona che la
costituisce portatrice di dignità e diritti non negoziabili. Niente di
partigiano in questo e nessuna irrazionale opzione di fede; anzi, la
funzione fondante dell'antropologia razionale cristiana e la sua portata
universale. Certamente, vi è anche un soggetto che afferma e custodisce
questo sapere contro il disorientamento dell'Occidente ed è la Chiesa
cattolica: non da sola, ma unica ad avere il respiro di principii di retta
ragione.
Si cerca, dunque, in Italia un'alleanza strategica tra laicità liberale
(difforme dalle pensose e responsabili linee della riflessione
liberal-conservatrice recente) e culture che abbiano interesse a
indebolire l'autorità morale della Chiesa cattolica? A qualcuno la cosa
sembra plausibile: in particolare che la “borghesia illuminata” miri a
indebolire almeno contingentemente l'autorità di Roma e di quella parte
della Chiesa italiana che possono essere imputate di sostegno alle forze
di governo.
Fa parte di questo progetto un'alleanza con subculture ebraiche laiche
alla Daniel J. Goldhagen, per non fare nomi italiani, portatrici di
un'incontrollata aggressività contro l'istituzione cattolica? Vi è
augurarsi che questo sospetto non abbia fondamento, anche se la vicenda
Melloni non suggerisce ottimismo. Ma sarà bene introdurre qualche segnale
d’allarme, poiché la direzione del “Corriere” sembra ignorare su quale
pericoloso terreno si sia comunque posta.
La paura di una avvenuta saldatura (una coalizione, una congiura) tra
“judaïsme” e forze politiche e intellettuali laiche anticristiane faceva
parte della sindrome giudeofoba o antigiudaica (se non peculiarmente
antisemita) della maggiore cultura francese, non solo cattolica, di fine
Ottocento e di molto Novecento. Decenni di chiarificazione obiettiva del
meccanismo di scontro attorno all'affaire Dreyfus hanno chiarito la
complessità delle ragioni dell’alleanza anti-dreyfusarda. Se giudeofobia e
antisemitismo (termine di conio recente, all’epoca) furono la parte
indifendibile di quel plesso, le ragioni dell'alleanza tra Chiesa,
“monarchistes” e giovani culture intellettuali antipositiviste e
antirepubblicane ebbero un loro pieno e legittimo senso: penso alla ben
documentata vicenda del giovane George Bernanos. Quella fu oltretutto
un’alleanza perdente. Eppure segnò la migliore intelligencija cattolica,
anche quella transitata dopo un grande travaglio su posizioni
democratiche. Tutti sanno (lo riconobbe, non isolato, Jacques Maritain) la
fecondità di alcune parole d'ordine di “L'avenir de l'intelligence” di
Charles Maurras, uomo inaccettabile che pur educò una generazione europea
alla libertà critica contro il “parti intellectuel” e ne indurrà altre al
“massacre”. Insomma, la giudeofobia che si impiantò allora fu come
occultata dal prestigio di battaglie credibili; ma essa conserva ancora
oggi una oscura plausibilità sempre in agguato, persino a sinistra.
Evocare, in accordo con voci irriflessive della cultura ebraica, la Shoah
come strumento di una polemica laica contro Roma è un atto inconsulto; è
rischiare di ridar corpo a un mito negativo in un immaginario collettivo
sempre già predisposto.
Se, dunque, è proprio di menti anacronistiche e ideologiche schiacciare la
Chiesa cattolica in un orizzonte indeterminatamente antisemita, come anche
il “Corriere” si è affrettato a far dire a qualche collaboratore, c'è ben
altro che pesa nella querelle di questi giorni.
Pensa qualcuno di lucrare risultati su terreni etici e politici col
suggerire a opinioni pubbliche in movimento che culture laiche e mondo
ebraico ricaverebbero vantaggio dall’allearsi contro la Chiesa cattolica?
Costui si assumerebbe responsabilità non indifferenti su un duplice
rischio: la costruzione di un nuovo fronte anticlericale fondato sulla
forza distruttrice (e autodistruttrice, è ben ricordarlo) del pregiudizio
e della semplificazione anticattolica; e una possibile simmetrica
rilegittimazione, presso l’opinione cattolica meno protetta, di antiche
costruzioni del nemico della Chiesa e della verità cristiana. E ciò
proprio in un delicato periodo in cui l'intelligenza ebraica appare
protesa a disegnarsi quel peculiare ruolo nella storia contemporanea cui
legittimamente aspira.
Chi scrive è stato ed è, con prese di posizione argomentate e pubbliche,
un sostenitore non solo dei diritti dello Stato d'Israele ma della sua
grandezza e originalità storica. Forse anche il “Corriere della Sera” lo
è. Ma gli atti di cultura sono i più temibili e la loro efficacia
mobilitante è, ormai, incontrollabile e immediata. Chi guarda
(intellettuali laici, intellettuali dell’ebraismo) con convinzione al
portato e ai compiti possibili della cultura ebraica in prospettiva
mondiale deve possedere un giudizio politico all'altezza di una tale
speranza, che è anche la mia. Le persone adulte evitano di lasciarsi
prendere la mano da azzardi o da ragazzate.
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