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Hitler: rapite Pio XII
Il caso. Nella
testimonianza dell’ex generale delle Ss Wolff i dettagli del piano con
cui il Terzo Reich intendeva ridurre al silenzio il Papa |
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di Salvatore Mazza |
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15\1\2005 |
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fonte:
Avvenire |
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Ricevetti da Hitler in
persona l’ordine di rapire Papa Pio XII...». Così afferma Karl Friedrich
Otto Wolff, Obergruppenführer di Stato Maggiore delle SS e generale
delle Waffen SS, già capo della segreteria personale di Heirich Himmler
e poi Hoechster SS und Polizei-Führer (ovvero capo supremo delle SS) in
Italia, nella memoria scritta depositata il 24 marzo del 1972, sugli
eventi che rischiarono di modificare il quadro degli ultimi anni di
guerra. È una memoria che conferma la forse più delirante idea
hitleriana: rapire Pio XII e "cancellare" il Vaticano. Se non il
cristianesimo.
Solo un delirio? Tutt’altro. Un progetto meditato per anni, e messo a
punto nei dettagli. Del quale la testimonianza di Wolff offre il
tassello mancante, utile a definire un capitolo finora mai veramente
chiarito della seconda guerra mondiale, che rivela una volta di più
quanto profondo fosse l’odio di Hitler verso un Papa Pacelli considerato
«antinazionalsocialista» e «amico degli ebrei». La testimonianza di
Wolff, che si trova oggi tra le carte della Causa di beatificazione, fu
raccolta a Monaco di Baviera, dove si svolse uno dei sette processi
rogatoriali per la Causa di Pacelli (gli altri, accanto al processo
principale di Roma, hanno ascoltato testimoni a Genova, Varsavia,
Lisbona, Montevideo, Berlino e Madrid). Quando già da vari anni sulla
figura di Pio XII, a dispetto della storia e dei riconoscimenti
arrivatigli da ogni parte per l’azione a favore degli ebrei, si era
proiettata l’ombra diffamatrice di Il Vicario, di Rolf Hochhuth (del
1963).
Wolff aveva già deposto al processo di Norimberga contro i criminali di
guerra nazisti su diversi aspetti del conflitto in Italia. Accennando
anche al fatto che Hitler nella primavera del 1943 gli aveva ordinato di
procedere con il sequestro di Papa Pacelli, ma che in quell’occasione
era riuscito a distogliere il Führer dalle sue intenzioni. Stranamente
però, come lamentava nel 1972 lo storico gesuita Robert Graham, a
Norimberga proprio la questione del progettato sequestro del Papa non fu
approfondita. Cosa che invece Wolff fece nel ’72 a Monaco, rivelando – a
quanto risulta – che dopo l’8 settembre l’insistenza di Hitler per
eseguire il piano andò facendosi ogni giorno più parossistica.
Ai primi di maggio del 1944 Wolff, nel quartier generale di Hitler,
ricevette probabilmente una sorta di ultimatum. Gli eventi, in Italia,
sono precipitati, e Hitler non tollererà altri rinvii né pretesti.
Rientrato a Roma, tuttavia, il comandante delle SS chiese – forse
attraverso l’ambasciatore Weizsäcker, che era al corrente del progetto –
di poter incontrare il Pontefice «per riferire di questioni gravi e
urgentissime riguardanti la sua persona», come aveva fatto comunicare al
Papa. L’udienza avvenne la sera del 10 maggio, a meno di un mese dalla
fuga da Roma dei tedeschi nella notte tra il 4 e il 5 giugno successivi.
Il generale, in borghese, fu accompagnato in Vaticano dal Superiore dei
Salvatoriani padre Pancrazio Pfeiffer (che per tutta la guerra fu la
longa manus di Pacelli nella sua opera di aiuto agli ebrei). Al cospetto
di Pio XII Wolff riferì circa le intenzioni di Hitler, esortando il
Pontefice a stare in guardia perché, se lui non avrebbe in nessun caso
eseguito l’ordine, la situazione era comunque confusa e irta di rischi.
Il Papa chiese allora a Wolff, come dimostrazione della sua sincerità,
la liberazione di due condannati a morte, cosa che il generale fece il 3
giugno (uno dei due era Giuliano Vassalli).
Secondo la ricostruzione di Graham (che non era al corrente della
testimonianza di Wolff a Monaco di Baviera) per rapire Pio XII si
sarebbero mobilitate le SS, mentre a "mettere al sicuro" gli archivi
vaticani ci avrebbero pensato i Kunsberg-Kommando, organizzazione delle
stesse SS specializzata nella catalogazione di documenti. Il Papa
«sarebbe stato portato al Nord e installato nel Castello di Lichtestein,
nel Württemberg» (località che le "voci" del tempo avrebbero storpiato,
confondendo il Castello col Principato del Liechtenstein).
Nel romanzo semi-autobiografico Monte Cassino lo scrittore danese Sven
Hassel – ex combattente del 27° battaglione di disciplina della
Wehrmacht, l’esercito tedesco – racconta che l’operazione "Rabat"
(questo secondo Hassel il nome in codice) sarebbe stata condotta da un
battaglione di SS, che avrebbero "salvato" il Pontefice da un attacco
lanciato contro il Vaticano «da una banda di partigiani guidata da ebrei
e comunisti», in realtà effettivi di un battaglione di disciplina
tedesco. Sempre secondo Hassel la notizia di "Rabat" aveva suscitato un
tale turbamento nell’esercito che la Wehrmacht avrebbe avuto pronto un
contro-piano per difendere il Papa.
Hassel, dal punto di vista storico, è oggetto di controverse
considerazioni. Ma è comunque da rilevare come Monte Cassino sia stato
scritto nel 1968, prima cioè che il pur scarso materiale storico sulla
vicenda fosse disponibile. E la coincidenza di molti particolari della
narrazione con quanto emerso poi è per lo meno singolare, forse
abbastanza da far ritenere plausibili almeno i dettagli relativi allo
svolgimento dell’azione. Confermano, inoltre e comunque, come nonostante
le smentite ufficiali – dirette o indirette – la "voce" circa il
possibile sequestro del Papa era ben viva, e di giorno in giorno più
forte ovunque. Tanto che l’ambasciatore del Brasile presso la Santa Sede
Ildebrando Accioly, ricorda Graham, «aveva realmente preso l’iniziativa
presso i diplomatici alleati residenti in Vaticano per un loro impegno a
seguire il Papa in esilio, se mai si fosse arrivati a quel punto».
Del resto, ancora nella ricostruzione di Graham, le prime tracce
documentate di timori circa un’intenzione nazista di intervenire contro
il papato risalivano già al 1941. Infatti, il 6 maggio di quell’anno il
segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari
monsignor Domenico Tardini annotava quanto era stato riferito al Papa il
25 aprile, pochi giorni dopo l’incontro a Vienna tra i ministri degli
Esteri di Germania e Italia, Joachim von Ribbentrop e Galeazzo Ciano.
Secondo le informazioni ricevute, il Reich «aveva chiesto all’Italia di
fare in modo che (il Papa) lasciasse Roma "perché nella nuova Europa non
dovrebbe esservi posto per il papato"». E il cardinale Egidio Vagnozzi
raccontò che «fin dal 1941 alcuni importanti documenti... che si
riferivano ai rapporti tra il Vaticano e il Terzo Reich… erano stati
microfilmati e inviati al delegato apostolico a Washington, monsignor
Amleto Cicognani», e che «Pio XII aveva fatto nascondere le sue carte
personali in doppi pavimenti vicino ai suoi appartamenti privati... (e)
altri documenti della Segreteria di Stato vennero nascosti in angoli
nascosti degli archivi storici». Perché «ovviamente si temeva il
peggio».
Il Vaticano, insomma, la minaccia l’aveva sempre presa in seria
considerazione. Del resto l’odio di Hitler verso Eugenio Pacelli, il
raffinato diplomatico che mai aveva celato la propria avversione al
nazismo fin dal suo nascere, era tristemente nota. Di certo contro il
Pontefice, fin dalla sua elezione, si scatenò tutta la formidabile
macchina della propaganda nazista: «L’elezione del cardinale Pacelli non
è accettata con favore dalla Germania perché egli si è sempre opposto al
nazismo», scriveva il Berliner Morgenpost, organo del movimento nazista,
il 3 marzo 1939. E da allora gli articoli sprezzanti, le vignettacce, le
caricature, lo bersagliarono quasi quotidianamente.
Ma c’era qualcosa di ancor più radicato, di malato. Che forse spiega
ancor meglio la rabbiosa volontà di Hitler di rapire il Papa e «far
sloggiare tutta quella masnada di p...» dal Vaticano, come, secondo
Galeazzo Ciano, il capo del Terzo Reich ripeteva "apertamente". Nel 1941
le armate germaniche dilagavano in Europa. Il nazismo sembrava
inarrestabile e la gloria del Reich a un passo. E nel mese di settembre,
in una lettera al delegato apostolico a Washington monsignor Amleto
Cicognani, Tardini riferiva che qualche mese prima, assistendo alla
funzioni della Settimana Santa nella Cappella Sistina, un funzionario
tedesco gli aveva detto: «Le cerimonie sono state interessanti. Ma è
l’ultima volta. L’anno venturo non si celebreranno più». Nel gennaio
successivo il cardinale Maglione lamentò un’analoga minaccia da parte
del principe Otto von Bismark, ministro plenipotenziario dell’ambasciata
tedesca.
Che cosa c’era dietro? Si è sempre detto che il nazismo tendeva a
presentarsi come una nuova religione. Ma è interessante, in proposito,
rilevare quanto raccontato nelle sue memorie, raccolte da Joseph Kessel,
dal finlandese Felix Kersten, il massaggiatore "dalle mani miracolose"
che per tutta la guerra fu l’ombra di Heinrich Himmler: «Nel maggio del
1940... per sfuggire a quel panorama di distruzione, Kersten cercava
rifugio nella... biblioteca da campo di Himmler. Fece così una scoperta
sorprendente: tutti i volumi che conteneva erano opere di religione: i
Veda, l’Antico Testamento, i Vangeli, il Corano... "Ma non mi ha detto
che un nazista non deve avere alcuna religione?", domandò un giorno a
Himmler. "Certo", rispose quest’ultimo. "E allora?", domandò Kersten
indicando i volumi...». E questa, riferita da Kersten, è la risposta
data da un «sorridente» e «ispirato» Himmler: «"No, non mi sono
convertito. Questi volumi sono necessari al mio lavoro. Hitler mi ha
affidato l’incarico di preparare il vangelo della nuova religione
nazista... Dopo la vittoria del Terzo Reich il Führer abolirà il
cristianesimo e fonderà sulle sue rovine la religione germanica.
Conserveremo l’idea di Dio, ma sarà un’idea vaga... Il Führer si
sostituirà al Cristo come salvatore dell’umanità. Così, milioni e
milioni di persone pronunzieranno soltanto il nome di Hitler nelle loro
preghiere, e di qui a cent’anni non si conoscerà altro che la nuova
religione... Capirà che per questo nuovo Vangelo mi occorre una
documentazione"».
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