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Quando
una convergenza imponente di forze ha bloccato la menzione delle radici
“giudaico-cristiane” dell’Europa – o soltanto “cristiane”, questo punto è
restato nel vago – non pochi hanno visto in questo un sintomo che il
continente non trova più ragioni fondanti nel proprio passato e sta
perdendo il senso della propria identità e il ricordo dei propri migliori
valori. E tutto ciò in nome di un laicismo che ben poco ha a che fare con
la laicità dell’Illuminismo, una filosofia per certi versi ingenua, ma il
cui razionalismo era anzitutto fondato su valori, anche etici, e non sul
cinismo del relativismo postmoderno. Difatti, il razionalismo illuminista
è innanzitutto umanista e un abisso lo separa dall’idea di una società
frammentata e divisa in segmenti comunitari, che oggi è dilagante anche
nel postcomunismo. Da questa constatazione – confermata da molteplici
fatti, fra cui è di particolare rilevanza il diffondersi di un
atteggiamento meramente scientista ed edonista sul tema delle
biotecnologie della vita – si è sviluppato il tentativo di riaffermare i
valori fondanti della società europea, riscoprendoli nelle sue migliori
radici storiche, come unico antidoto a una progressiva disgregazione
morale e politica del continente, anche di fronte all’aggressione
dell’integralismo islamico. Naturalmente, la riscoperta delle “radici” è
una cosa delicata: essa non coincide con l’analisi storica, bensì deve
ricorrere all’analisi storica per selezionare ciò che di positivo, di
vitale, di fertile noi possediamo nella storia d’Europa e che può servire
a ricostruirne i valori per il futuro. Per il futuro, per l’appunto. E
quindi occorre volgersi con un occhio selettivo alla storia passata per
proiettarsi verso il futuro. La storia d’Europa è stata anche la notte di
San Bartolomeo, la Santa Inquisizione, il nazifascismo, il comunismo e la
Shoah: non sono certamente questi i valori fondanti, le “radici” di cui
abbiamo bisogno. Prendiamo come esempio la straordinaria lezione che ci ha
lasciato Edmund Husserl.
Su
queste pagine, poco tempo fa,
ho tentato di dare un piccolissimo contributo alla rilettura di un testo
celebre della letteratura europea, “Il Mercante di Venezia” di Shakespeare,
con l’intento determinato di uscire dalle consuete secche dei temi
dell’antisemitismo cristiano, e riscoprire invece quanto in quell’opera
sia presente un influsso profondamente ebraico, nel quadro di una
dialettica ebraico-cristiana che ci riporta alle grandi visioni
dell’Umanesimo e del Rinascimento, che seppero così apertamente integrare
il contributo del misticismo ebraico. Era un modestissimo sforzo nella
direzione sopra descritta: selezionare nel nostro passato quanto di meglio
può ricostruire i valori che soltanto possono dare senso al futuro.
Scendiamo ancora di parecchi gradini e guardiamo al dibattito che si è
aperto sul documento concernente i bimbi ebrei salvati dalla Chiesa –
dibattito che si è rapidamente spostato dal tema specifico per riaprire la
dolorosa questione dell’atteggiamento della Chiesa nei confronti degli
ebrei, e di qui il problema generale dell’antisemitismo. Che cosa avrebbe
suggerito equilibrio e prudenza? Consegnare l’analisi e la valutazione di
quel documento agli storici professionali, anziché a una polemica
giornalistica, riservare a riviste specializzate e a libri lo studio della
sua portata e confrontare in queste sede, s possibile pacatamente, le
diverse conclusioni interpretative. E invece no. Da un lato, vi è stato
chi ha subito usato il documento – prima ancora di conoscerne esattamente
l’autore e il testo – per riaprire la stucchevole questione del processo a
Pio XII, per giunta sempre stucchevolmente imbastito sulla questione dei
“silenzi”, sulla quale forse tanto è stato detto che non c’è quasi più
nulla da dire. D’altro lato, c’è chi avventatamente ha creduto di dover
rispondere a questi eccessi riaprendo un discorso globale
sull’antisemitismo che, anch’esso, avendo dietro migliaia di pagine di
analisi storiografiche non si risolve, né in un senso né in un altro, con
sentenze stereotipate. Tanto più se il fine è quello di giustificare, di
elevare una barriera assolutamente impenetrabile fra antisemitismo nazista
e Shoah, e tutte le altre forme di antisemitismo, soprattutto quello
cristiano, magari inventando per ciascuna di esse nomi “ad hoc”. Chi
scrive ha ripetutamente sostenuto – in un libro e sulle pagine di questo
giornale – che l’idea dell’assoluta unicità della Shoah sia perniciosa: è
una tesi non facile da sostenere per un ebreo… Ma no, non si vuole sentire
da questo orecchio: anche per chi ha poca o nessuna simpatia per gli
ebrei, la Shoah deve diventare un totem, un assoluto, un inspiegabile, un
mistero mistico. Ed è chiaro ormai perché. Perché è diventato il
“passepartout” per ogni tipo di operazione. Se la Shoah è il delitto più
efferato della storia, allora ognuno vorrà essere vittima di una Shoah:
ormai in ogni angolo spuntano Shoah come funghi. Poi si scopre un
argomento meraviglioso: quel che fanno gli ebrei ai palestinesi è una
Shoah, e quindi le vittime sono diventate i carnefici della peggior
specie. Ancora: siccome la Shoah è il male supremo e incomparabile, i
delitti del comunismo sono poca cosa al suo confronto. E quindi,
assoluzione del comunismo. E adesso: siccome la Shoah è il male supremo e
incomparabile, i misfatti cristiani nei confronti degli ebrei sono cosa
molto minore, anzi minima. E quindi, assoluzione o minimizzazione
dell’antisemitismo cristiano. Peggio. L’ultimo articolo relativo a questo
dibattito sul Corriere della Sera è stato intitolato incredibilmente: “Non
giudicate Pio XII, era figlio del suo tempo”. Certo. Ma anche Hitler e
Stalin erano figli del loro tempo, e che figli! Di certo, sono stati
interpreti del loro tempo molto più di Pio XII. E perché mai certi figli
del loro tempo possono essere giudicati e altri ne sono esentati? A che
punto è arrivato il nostro relativismo morale, o il nostro opportunismo,
per consentirsi simili affronti all’intelligenza e alla morale? A questo
punto si impone la domanda: è così che si spera di costruire qualcosa di
positivo e di costruttivo e di rivalutare le famose “radici
giudaico-cristiane”? Circa un contributo positivo degli ebrei in questa
direzione, è giusto chiedere il massimo: che non si attardino a far pesare
continuamente il passato sul presente. Ma anche il mondo cattolico deve
fare la sua parte e senza avarizie. Chieda pure al mondo ebraico il
massimo di cui si diceva sopra. Ma non ecceda: non soltanto non volendo
dare nulla in cambio, ma volendo pure togliere, negando o minimizzando il
passato. Si consegnino certe questioni all’analisi storiografica e si
guardi soprattutto in avanti: ma questo fair play non può essere
unilaterale, anche perché le parti in commedia (o tragedia) non sono
affatto su un piede di parità. Ma il punto decisivo è un altro. Non ci si
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