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Quando l'America scoprì il flagello dell'antisemitismo
Fino agli anni '60 Usa
sottovalutarono persecuzioni contro gli ebrei |
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di
Sergio Romano |
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14\1\2005 |
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fonte:
Corriere della Sera |
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Nel «Corriere della
Sera» del 7 gennaio
Ernesto Galli della Loggia
ricorda che Raul Hilberg, autore di una grande opera sulla «Distruzione
degli ebrei d’Europa», si scontrò alla fine della sua ricerca, tra gli
anni Quaranta e Cinquanta, con la diffidenza del mondo editoriale
americano. Posso aggiungere qualche ricordo personale.
Quando arrivai a Chicago nel 1952 gli ebrei, socialmente, erano
tenuti a distanza da ipocrite e talvolta sgarbate forme di apartheid.
Godevano di un forte prestigio nel mondo accademico, erano
tradizionalmente presenti nel mondo finanziario e controllavano alcune fra
le major di Hollywood. Ma in molti Stati americani la middle class ebraica
viveva in un ghetto invisibile.
Non era ammessa
ai country clubs , dove i Wasp (l’acronimo che
definisce i bianchi protestanti d’origine anglosassone) celebravano i riti
della loro vita sociale. Ed era accolta con freddezza nei grandi alberghi
dei migliori luoghi di villeggiatura. L’unico Stato dell’Est che li
accettava calorosamente era la Florida; con il risultato che molti anziani
ebrei di New York avevano preso l’abitudine di svernare a Miami e a Palm
Beach, dove erano diventati materia di barzellette e aneddoti. Gli ebrei
ne erano coscienti e avevano adottato «un basso profilo». La parola
d’ordine della comunità in quegli anni era «discrezione». Parlare del
genocidio e rievocare le persecuzioni sofferte era considerato imprudente.
Occorreva evitare che il tradizionale patriottismo americano usasse le
loro lagnanze per sostenere che gli ebrei erano un gruppo separato,
difficilmente assimilabile. Vi è un episodio da cui emerge quale fosse
allora lo stato d’animo dell’ebraismo americano. Nel 1947 apparve nei
cinema un film di Elia Kazan. S’intitolava Gentleman’s
Agreement (in italiano Barriera invisibile ) e
raccontava la storia di un giornalista (Gregory Peck) che si finge ebreo
per scrivere una inchiesta sull’antisemitismo e scopre in tal modo i molti
pregiudizi diffusi nella società americana. Quando seppero che Darryl F.
Zanuck (un produttore non ebreo) si accingeva a finanziare il film, alcuni
impresari cinematografici ebrei lo pregarono di rinunciare.
Temevano che la denuncia avrebbe reso l’ambiente ancora più ostile. Non
avevano torto. La «crociata» del senatore McCarthy contro il comunismo
prese di mira Hollywood, dove gli ebrei erano numerosi, e diffuse la
convinzione che l’ebraismo fosse unamerican , vale a
dire estraneo ai valori americani. Non erano ebrei forse i coniugi
Rosenberg, accusati di avere passato ai servizi sovietici alcuni segreti
atomici? Non erano ebrei molti intellettuali attratti dal comunismo fra
gli anni Trenta e Quaranta? Charlie Chaplin era nato in una famiglia
protestante dell’East End di Londra, ma aveva recitato la parte del
piccolo ebreo berlinese nel Grande dittatore e veniva
sprezzantemente descritto come «filosemita»: sino al giorno in cui,
minacciato di espulsione, se ne andò dagli Stati Uniti sbattendo la porta.
Era la fine del
1952. La situazione, negli anni seguenti, non cambiò molto. Ne
avemmo una prova nel 1956, quando il leader egiziano Nasser nazionalizzò
il Canale di Suez. La Francia e la Gran Bretagna decisero di reagire con
la forza e si accordarono con Israele. Ma il generale Eisenhower,
presidente degli Stati Uniti dal 1952, li costrinse a interrompere le
operazioni. La guerra ebbe per effetto l’espulsione di alcune decine di
migliaia di ebrei dai Paesi arabi del Mediterraneo e del Medio Oriente.
Ma neppure quel nuovo esodo commosse l’opinione pubblica europea e
americana. Oggi molti ebrei vedrebbero in questo silenzio il persistente
antisemitismo delle società cristiane. Allora preferirono tacere,
soccorrere con discrezione i loro fratelli e lasciare che la tempesta
passasse.
Confrontata con quella del 1956, la guerra del 1967 presenta alcune
interessanti differenze. Una sera, mentre ancora si combatteva, andai nel
ghetto di Roma per assistere a una manifestazione filoisraeliana. Prese la
parola Arturo Carlo Jemolo, grande giurista cattolico, ma figlio di una
ebrea piemontese. La madre si era convertita, ma Jemolo conservò per tutta
la sua vita una sorta di naturale affetto per l’ebraismo. Quella sera
parlò a una trentina di persone. La sinistra romana aveva disertato
l’incontro e non nascose più, da allora, la sua simpatia per la causa
palestinese. La guerra dei sei giorni e la presa di Gerusalemme non
piacquero del resto né alla sinistra europea né ai governi di allora.
Quando parlò del conflitto nel corso di una conferenza stampa il 27
novembre di quell’anno, il generale de Gaulle disse che gli israeliani
erano «un popolo sicuro di sé e dominatore»: una frase in cui era
possibile leggere al tempo stesso un giudizio critico e una certa
ammirazione. Vi furono dichiarazioni e proclami a sostegno di Israele
nelle comunità ebraiche in Italia e altrove, ma nulla di comparabile allo
sdegno con cui l’ebraismo militante ha accolto negli anni seguenti le
critiche alla politica del governo israeliano. Il mondo cattolico fu
filo-palestinese senza correre il rischio di apparire antisemita. E ancora
più filopalestinesi furono i movimenti studenteschi del 1968. Ma non
furono accusati di insensibilità alla memoria dell’Olocausto.
Eppure qualcosa
nel frattempo era cambiato, soprattutto in America.
Alle riflessioni di Galli della Loggia sulle ragioni del mutamento
aggiungo alcuni motivi prevalentemente politici e sociali. Il primo fu la
svolta della politica americana in Medio Oriente dopo il fallimento della
spedizione anglo-francese a Suez nel 1956. Dopo avere tagliato le ali alla
spedizione anglo-francese, gli Stati Uniti si accorsero che lo smacco
patito da Londra e Parigi lasciava nella regione un vuoto pericoloso e che
esso sarebbe stato riempito dall’Urss. Con un rapido voltafaccia, quindi,
l’America cominciò a occuparsi di affari mediorientali nello stile delle
vecchie potenze coloniali europee. Quando il nazionalismo di Nasser, nel
1958, contaminò il Libano, gli americani capirono che il Medio Oriente
stava per sfuggire al loro controllo. E quando il 14 luglio una fazione
nazionalista massacrò la famiglia reale a Bagdad, Eisenhower dette ordine
alla VI flotta di sbarcare i marines sulla costa del Libano.
Cambiò progressivamente in quel periodo il rapporto dell’America con
Israele. Preoccupati dal nazionalismo nasseriano e dalla crescente
influenza sovietica nella regione, gli Stati Uniti videro nello Stato
ebraico l’unico amico su cui potessero fare affidamento, una roccia
nell’instabile paesaggio politico mediorientale.
Questa svolta
modificò l’atteggiamento dell’ebraismo americano. Era finita l’era
del riserbo e della prudenza, cominciava la fase in cui la comunità
ebraica negli Stati Uniti (la più grande nel mondo dopo quella sovietica)
sarebbe stata sempre meno impacciata dalle sue antiche paure e sempre più
libera di sostenere Israele, ricordare il passato, denunciare vecchi e
nuovi pregiudizi.
Questo passaggio dalla difesa all’attacco fu favorito dall’arrivo di una
nuova generazione. I padri avevano visto gli orrori della guerra, sapevano
che altri gruppi sociali e nazionali erano stati duramente colpiti, non
dimenticavano i gesti di amicizia offerti nel momento del pericolo,
temevano di attizzare nuove manifestazioni di ostilità. I figli invece
erano sicuri di sé, consapevoli dei loro diritti, orgogliosi dei successi
di Israele, cresciuti in una società democratica dove ogni gruppo
nazionale era libero di celebrare le proprie feste e i propri lutti.
Tre episodi
fornirono a questa generazione un terreno su cui addestrarsi a dare
battaglia: il caso Eichmann, il caso Hochhuth, il caso Waldheim. Nel
grande cantiere del genocidio ebraico Karl Adolf Eichmann fu il direttore
dei lavori, regista e organizzatore dei massacri. Sfuggito agli Alleati,
riparò in Siria e successivamente in Argentina dove gli israeliani lo
scoprirono e lo rapirono. Fu processato, condannato a morte e impiccato
nella prigione di Ramleh a Tel Aviv il 31 maggio del 1962.
Il processo ebbe due effetti. In primo luogo dimostrò che Israele aveva
conti in sospeso e non avrebbe esitato a regolarli: un atteggiamento assai
diverso da quello schivo e riservato di cui il mondo ebraico aveva dato
prova negli anni precedenti. In secondo luogo proiettò su uno schermo
gigantesco, durante i mesi del processo, la tragedia del genocidio e lo
rese familiare anche a chi ne aveva sottovalutato le dimensioni.
Rolf Hochhuth è
uno scrittore tedesco, epigono della cultura
teatrale
della Repubblica di Weimar, quando il teatro era strumento
di denuncia, propaganda, azione politica. Nel 1963 rappresentò a Berlino,
con la regia di Erwin Piscator, un dramma intitolato D er Stellvertreter ,
il Vicario, in cui Pio XII è accusato di avere assecondato, con i suoi
silenzi e la sua indifferenza, la politica sterminatrice di Hitler. Non fu
la sua sola provocazione. Tre anni dopo rappresentò un nuovo dramma, Die
Soldaten , in cui Churchill appare responsabile degli inumani
bombardamenti inglesi in Germania. In altre circostanze Hochhuth sarebbe
stato accusato di nazionalismo, revanscismo, forse addirittura
giustificazionismo filonazista. Ma il suo libello drammatico contro Pio
XII suscitò l’interesse degli ambienti ebraici e più generalmente di
quelli anticattolici o anticlericali. Di questo revisionismo,
incidentalmente, fece le spese anche l’Italia. Fino agli anni Sessanta era
universalmente lodata per i sentimenti umani di cui le sue autorità e le
sue truppe avevano dato prova, soprattutto durante la guerra. Da allora è
spesso sul banco degli accusati.
Il caso Waldheim risale al 1986. Kurt Waldheim era stato per due mandati,
dal primo gennaio 1972, segretario generale dell’Onu ed era divenuto, nel
1986, presidente della Repubblica austriaca. Lo scandalo scoppiò poco
prima delle elezioni. Alcuni giornali cominciarono a evocare una fase
della sua vita su cui i curricula ufficiali erano generalmente avari. Era
stato tenente della Wehrmacht in Jugoslava durante la guerra e aveva
partecipato, apparentemente, ad alcune razzie di ebrei e partigiani.
Il World Jewish
Congress sostenne la campagna. Fu pubblicata una fotografia,
scattata in Montenegro, in cui Waldheim appariva fra un generale tedesco e
un generale italiano: non precisamente una prova giudiziaria, ma la
dimostrazione, secondo alcuni, che il giovane tenente si muoveva fra gli
alti gradi delle forze d’occupazione e «non poteva non sapere». Non basta.
I suoi critici sostennero che Waldheim, quando era segretario generale
dell’Onu, aveva favorito gli interessi dell’Urss nell’organizzazione, ed
ebbero così il sostegno di una larga parte della pubblica opinione.
Waldheim finì nella «Watch List»: una specie di lista nera dove erano
elencate tutte le persone sgradite alle autorità americane. Come il
processo Eichmann e quello contro la memoria di Pio XII, anche il caso
Waldheim dimostrò che era ormai tramontata l’epoca in cui le comunità
ebraiche preferivano evitare il pubblico ricordo delle loro sciagure e
sofferenze. Credo anch’io, come Galli della Loggia, che l’importanza
assunta dal genocidio dopo gli anni Sessanta sia dovuta alla riscoperta
della identità ebraica e al più vasto fenomeno, diffuso ormai da qualche
anno, della rinascita delle identità comunitarie. Ma credo che tutto ciò
cominci ad accadere nel momento in cui l’ebraismo americano scopre di
poter conciliare, senza troppi rischi, due lealtà, quella per Israele e
quella per gli Stati Uniti, che potevano apparire, in altri momenti,
potenzialmente contraddittorie. |