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SOLOMON GURSKY
E' STATO QUI |
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«Non giudicate Pio XII,
era figlio del suo tempo»
Lo storico deve
evitare
di comportarsi da
giustiziere |
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di
Roberto Pertici |
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13\1\2005 |
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Fonte:
Corriere della Sera
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«Mayer è triestino ed
ebreo: credergli sarebbe ingenuità. Egli era uno dei consiglieri intimi di
Sonnino... Bergmann, ebreo arrivista, stava per i fasci... Lloyd George,
strumento di finanzieri ebrei, si era accordato con Lenin». Queste
annotazioni ricorrono nel diario che Gaetano Salvemini tenne fra il 1922 e
il 1923, all’indomani della marcia su Roma. Lo storico dotato di «buon
senso storiografico» cerca di capire: le attribuisce a un’avversione
populistica verso uomini di alto censo o appartenenti a classi elevate, e
sa bene che sono atteggiamenti tutt’altro che infrequenti negli ambienti
democratico-socialisti fra Otto e Novecento.
Ma
c’è da scommettere che prima o poi un qualche storico-giustiziere,
magari rilevando come anche nelle lettere e negli scritti salveminiani
successivi alla Seconda guerra mondiale siano piuttosto rari i riferimenti
alla persecuzione e allo stermino degli ebrei e non emerga una precisa
consapevolezza del loro significato, ridimensionerà su questa base la sua
figura e la sua azione di combattente per la democrazia. Nella storia
degli ultimi due secoli ci imbattiamo di continuo in problemi di questo
genere: come considerare la prima generazione di leader socialisti di
origine ebraica (un nome per tutti, Claudio Treves), che affermò sempre
che il socialismo era stato per loro anche una liberazione dalla mentalità
del ghetto e dalle sue chiusure? Fino a non poco tempo fa, le si dava
credito, ma oggi si tende a sottolineare piuttosto i costi di questa
rinunzia identitaria.
Il
battesimo di Giorgio Falco, uno dei più grandi medievisti italiani del
secolo scorso, avvenuto a circa un anno dall’entrata in vigore
delle leggi razziali, può essere ritenuto unicamente il frutto di una
«conversione coatta», come di recente si è scritto? Certo tendiamo oggi a
provare un’istintiva simpatia per quegli ebrei (da Henri Bergson a Simone
Weil), che, pur essendo approdati a un cristianesimo interiore,
preferirono non essere battezzati, volendo - come scrisse Bergson nel suo
testamento - «restare tra coloro che saranno domani perseguitati»; come
sappiamo che non poche scelte analoghe furono un tentativo (peraltro
illusorio) di sfuggire alla persecuzione, ma perché guardare con sospetto
a ogni conversione avvenuta in quegli anni (da Edith Stein a Israel Zolli,
il rabbino capo della comunità romana passato al cattolicesimo nel
febbraio del 1945, assumendo significativamente il nome di Eugenio, in
onore di Pio XII) e non verificare la loro portata nell’attività culturale
e nella biografia di quegli uomini?
Un
nemico ricorrente del lavoro storiografico è l’«anacronismo storico», il
ritenere cioè che valori, atteggiamenti, mentalità che sono il frutto di
un determinato processo storico e la conseguenza di grandi
esperienze collettive, siano invece sempre esistiti, e quindi possano
diventare un criterio di giudizio della storia stessa: si esige, così,
dagli uomini del passato una lucidità sugli avvenimenti dei loro tempi,
una nettezza di giudizio, una risolutezza di scelte che noi spesso abbiamo
acquisito proprio per le conseguenze dei loro «errori».
Si pensi soltanto al giudizio corrente su figure e partiti del primo
dopoguerra e l’accusa loro continuamente rivolta di non aver compresa (o
di non aver voluto comprendere) la «vera natura» del fascismo emergente.
In pericoli analoghi, anzi ancora più gravi dato il carattere infamante
dell’accusa di antisemitismo, si incorre nelle discussioni ricorrenti
sull’antisemitismo, l’Olocausto e il ruolo della Chiesa cattolica, in
particolare di Pio XII: Ernesto Galli della Loggia ha ribadito come la
percezione che i contemporanei ebbero dell’Olocausto fu almeno fino agli
anni Sessanta assai limitata, che pregiudizi antiebraici erano presenti
anche nei Paesi della coalizione antifascista (negli anni Cinquanta, un
intellettuale del calibro di Isaiah Berlin - lo ricorda il suo biografo
Michael Ignatieff - non fu ammesso nell’esclusivo St. James Club a causa
del suo ebraismo), che la lotta contro l’antisemitismo nazista non fu uno
scopo di guerra della coalizione antifascista, né un tema della sua
propaganda, e che, da Primo Levi a Raul Hilberg, non furono pochi gli
intellettuali ebrei o i reduci dai campi che trovarono impedimenti di
vario tipo ai loro scritti sull’esperienza concentrazionaria.
Perché allora queste osservazioni sembrano non bastare a contestualizzare
il comportamento della Santa sede durante quei terribili anni?
Dalla constatazione della limitata percezione degli avvenimenti che ebbero
i vertici della Chiesa e dei ritardi della loro azione, dal rilievo che in
tali limiti giocò un ruolo decisivo una secolare tradizione di
antigiudaismo, si passa invece, più o meno esplicitamente, all’accusa di
connivenza e di complicità, fino a emettere un verdetto di «colpevolezza
storica» sull’intera vicenda dell’Olocausto. Ancora Galli della Loggia ha
indicato alcuni caratteri della situazione culturale dei nostri anni che
possono spiegare questa deriva: ma credo che si debba sottolineare come
per non pochi degli «accusatori» più aggressivi (è esemplare l’articolo di
Daniel Jonah Goldhagen comparso su queste pagine) ci sia al fondo una
prevalente volontà polemica, di attacco complessivo a una tradizione
storico-religiosa. Si costruisce un paradigma storiografico che fa
dell’Olocausto l’elemento centrale della storia dell’umanità, rispetto al
quale tutti gli altri avvenimenti prendono significato e valore; se ne
delinea il retroterra secolare, in qualche modo preparatorio; si
sottolinea il ruolo che vi ha svolto l’antigiudaismo cattolico, se ne vede
il coagulo nella politica di Pio XII, non a caso parallela e concorde con
lo sterminio hitleriano. Tutta la storia della Chiesa viene letta in
questa prospettiva, che la carica di un significato prevalentemente
negativo.
Di
altro livello è l’argomentazione di Claudio Magris, che riprende (non so
quanto consapevolmente) argomentazioni di insigni scrittori cattolici
dell’Ottocento, dal nostro Manzoni a Lord Acton. Dopo la
predicazione di Cristo raccolta nei Vangeli, - affermavano - non è più
possibile per l’uomo avere dubbi o equivocare su ciò che si deve e non si
deve fare, per cui - se si comporta in maniera difforme - la
responsabilità è unicamente sua, non dei tempi o delle circostanze. Così
Pio XII non può trovare giustificazioni «esterne» - conclude Magris - alle
sue «negligenze» e ai suoi silenzi. Confesso che ho sempre trovato
piuttosto astratte posizioni di questo genere: esse hanno il merito di
ribadire, di fronte ai «giustificazionismi» di varia specie, l’importanza
della responsabilità umana, ma rischiano di limitare il giudizio storico a
un calcolo differenziale fra il bene che si deve compiere e quello
effettivamente compiuto. Tocqueville ricordava che «la Provvidenza non ha
creato il genere umano interamente indipendente né del tutto schiavo. Essa
traccia intorno a ogni uomo un cerchio fatale da cui egli non può uscire;
ma, entro questi vasti limiti, l’uomo è potente e libero».
Anche Pio XII visse nel suo «cerchio fatale» (la sua formazione, il
suo retroterra culturale, la qualità del suo cattolicesimo, i suoi
orientamenti politici, ma - soprattutto - la tragica situazione storica in
cui guidò la Chiesa cattolica) all’interno del quale fece le sue scelte: è
all’interno di questo «cerchio» che esse devono essere analizzate e
giudicate.
Giorgio Israel sembra, invece, ritenere sostanzialmente pretestuosa e
riduttiva ogni distinzione fra «antigiudaismo» e «antisemitismo». A
pochi anni dalla fine della guerra, un intellettuale di grande finezza
come Antonello Gerbi, reduce dall’esilio peruviano a cui era stato
costretto dalle leggi razziali, mostrava di avere idee opposte. Sul Mondo
di Pannunzio, avvertiva che «la cosiddetta "questione ebraica" riceverebbe
luce da una maggior precisione dei termini e dei concetti» e osservava che
«antisemita è parola impropria per indicare tutte le forme di odio e
persecuzione contro gli ebrei». Aggiungeva: «Io direi di riservare la
parola "antisemitismo" per l’odio razziale di tipo hitleriano; e di
chiamare evangelicamente "antigiudaismo" l’odio per l’avidità di denaro e
per il tradimento dei maestri, benefattori e correligionari;
"antisionismo" l’avversione politica al nuovo Stato di Israele;
"antiebraismo" l’intolleranza degli ideali cosmopolitici e messianici dei
Profeti e di certi moderni rivoluzionari; e "anti-israelitismo"
l’irritazione e l’animosità contro gli atteggiamenti troppo chiusi e le
angosce troppo "parrocchiali" del "popolo eletto"» (26 novembre 1949, p.
10). Anche se alcune di queste osservazioni suscitano oggi perplessità,
l’esigenza di chiarezza e di distinzione concettuale che è loro sottesa mi
pare degna di considerazione. |