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La Chiesa? Non fu complice della Shoà

«Non si può parlare di antisemitismo delle società cristiane:il genocidio si spiega con l'unicità del nazismo,ideologia anticristiana»

di Sergio Romano
12\1\2005
fonte: Avvenire

Quando apparve, alla fine del 1997, questo libro fu bene accolto da un buon numero di lettori e recensori, ma provocò critiche molto pungenti e suscitò una polemica che durò alcuni mesi. Di fronte a tali critiche (fra cui una Risposta a Sergio Romano pubblicata da Sergio Minerbi presso le edizioni Giuntina di Firenze) provai un certo imbarazzo. Nessuno, a parte qualche irrilevante eccezione, mi accusava di avere detto il falso o di avere negato l'enormità della tragedia che aveva colpito gli ebrei dopo l'avvento di Hitler al potere nel gennaio del 1933. Molti tuttavia sostenevano che avevo cercato di attenuare la responsabilità delle società cristiane e in particolare della Chiesa cattolica. Non avevo detto, come sarebbe stato giusto e necessario, che la mala pianta del razzismo era cresciuta su un terreno lungamente coltivato dalla Chiesa di Roma. Avevo trascurato di riconoscere che la politica di Hitler e le leggi razziali dello Stato italiano non avrebbero mai prodotto persecuzioni e massacri di tale dimensione se i cristiani - cattolici e protestanti - non fossero stati educati a vedere nell'ebreo un reprobo, un infedele, un «perfido» nemico. Avevo messo in discussione l'«unicità dell'olocausto». Io stesso, quindi, anche se camuffato da osservatore elegante e imparziale, ero un «antisemita».


Che cosa avrei dovuto rispondere? Avrei potuto ripetere che tra giudeofobia e antisemitismo corre una sostanziale differenza. La prima si propone, in ultima analisi, la conversione dell'ebreo, mentre il secondo, nelle sue manifestazioni più radicali, ne desidera la distruzione. Anche la giudeofobia uccide, è vero, ma nelle forme che hanno caratterizzato i conflitti di religione della storia europea, dalla persecuzione dei catari a quella degli ugonotti: esplosioni di rabbia, seguite da lunghi periodi di reciproca tolleranza. L'antisemitismo invece considera l'ebreo alla stregua di un nemico da ricattare, sfruttare e, infine, abbattere. Capii rapidamente tuttavia che questa distinzione non scalfiva menomamente le convinzioni dei miei critici. Erano convinti che i due fenomeni fossero strettamente collegati e non esitavano a riunirli sotto un solo cappello. Erano certi che tra la cacciata degli ebrei dalla Spagna e i lager tedeschi, tra l'Inquisizione e le leggi razziali corresse uno stesso filo. Egualmente «antisemiti» furono quindi, in questa prospettiva, Isabella la Cattolica, Pio VII, Pio IX, Pio XI, Pio XII. La prima cacciò gli ebrei dalla Spagna. Il secondo ricacciò gli ebrei nel ghetto dopo la fine delle guerre napoleoniche. Il terzo fu responsabile del «rapimento» di un bambino ebreo. Il quarto si oppose a una sola norma delle leggi razziali promulgate dal governo Mussolini nel 1938 (quella che vietava i matrimoni misti), e dette in tal modo la sensazione di approvare tutte le altre. Il quinto evitò di condannare esplicitamente le persecuzioni naziste e fu anzi, sin dagli anni in cui era stato nunzio a Monaco e Berlino, risolutamente filotedesco. Tutti, in altre parole, furono antisemiti; è questa l'accusa con cui i maggiori esponenti delle comunità ebraiche sono scesi in campo ogniqualvolta la Chiesa ha proposto o discusso la canonizzazione di Isabella, Pio IX, Pio XI, Pio XII.


Utilizzata in questo modo la parola antisemitismo ha un'efficacia comparabile a quella della parola fascismo: è una sentenza inappellabile e viene usata come prova di colpevolezza contro chiunque osi sostenere la necessità di qualche distinzione storica. Che l'antisemitismo sia un fenomeno relativamente recente, fondato sulla pretesa esistenza di razze superiori e inferiori, non ha alcuna importanza. La parola nuova estende la sua ombra sul fenomeno antico e proietta su di esso il giudizio con cui sono state condannate le persecuzioni razziali del XX secolo. È un muro contro cui ogni argomento sembra destinato a infrangersi. (...)
 

Non vi è ragionamento più antistorico di quello che rappresenta la cristianità e l'ebraismo come due e ntità immutabili e l'odio degli ebrei come un cancro della cristianità che cresce progressivamente sino a generare, nella sua ultima metastasi, le camere a gas. La stessa «unicità dell'olocausto», uno degli argomenti più utilizzati per provare l'antisemitismo delle società cristiane, sembra a me dimostrare piuttosto il contrario. Se un solo fattore può, entro certi limiti, spiegare il carattere straordinario dei massacri ebraici durante la seconda guerra mondiale, questo è, se mai, l'unicità del nazismo, vale a dire di una ideologia fondamentalmente anticristiana.
Resta un altro punto che riappare continuamente nel dibattito sulla unicità del genocidio: quello secondo cui un fenomeno di tale ampiezza non avrebbe potuto aver luogo se non fosse stato facilitato dalla indifferenza o, peggio, dal consenso con cui le società cristiane accolsero le leggi razziali. È certamente vero che questi leggi, là dove furono adottate, vennero generalmente tollerate o suscitarono critiche limitate. Ed è altrettanto vero che anche nelle grandi democrazie occidentali, dove non vi fu legislazione razziale, esistevano in quegli anni pratiche discriminatorie. Ne fecero le spese gli ebrei in fuga quando dovettero constatare, dopo il 1933, che neppure gli Stati Uniti erano disposti ad allargare le maglie delle loro norme sull'immigrazione. Non vi è dubbio: dietro l'avarizia con cui l'amministrazione Roosevelt dette visti in circostanze drammatiche (ad esempio dopo il collasso militare della Francia nel 1940) vi era il desiderio di evitare che il numero degli ebrei americani superasse il «livello di guardia». Ma di lì a sostenere che le società cristiane siano state oggettivamente complici del genocidio, come è stato spesso affermato in questi anni, in passo è lungo. Quella callosa indifferenza, oggi così difficilmente comprensibile, fu in gran parte il risultato della tempesta di violenza che si abbattè sull'Europa del Novecento e delle numerose circostanze in cui molti europei temettero per la loro stessa esistenza. Dopo il terrore leninista, la guerra contro i kulaki, gli eccidi spagnoli, le purghe staliniane e gli orrori giapponesi in Cina, il valore della vita umana si era drammaticamente deprezzato. Mentre quasi sei milioni di ebrei morivano nei lager tedeschi o nelle esecuzioni sommarie degli Einsatzgruppen, si moriva in Polonia, in Ucraina, in Bielorussia, in Jugoslavia. Furono tre milioni i polacchi uccisi durante la seconda guerra mondiale, seicentomila gli zingari scomparsi nei lager, mezzo milione i serbi massacrati dai croati e alcune migliaia gli italiani gettati nelle foibe dell'Istria. Erano anni purtroppo in cui ogni europeo, quando udiva il racconto delle sventure altrui, pensava anzitutto a se stesso.


Non vi è argomento meno storico insomma di quello secondo cui l'antisemitismo genocida sarebbe il punto d'arrivo di un percorso lineare.