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Il
dialogo ebraico-cristiano richiede
pazienza. Non è pensabile che secoli di
«disprezzo, di ostilità e di persecuzione contro
gli ebrei in quanto ebrei» — per dirla con le
parole del pregevole documento della Pontificia
Commissione Biblica su Il popolo ebraico e le
sue Sacre Scritture (2001) — non lascino traccia
e che i passi necessari a dissiparne le
conseguenze possano essere compiuti in poco
tempo. Richiede soprattutto due requisiti: che
l’ombra del passato non gravi come un
pregiudizio sul presente; e che le azioni
presenti indichino in modo inequivocabile la
volontà di superare definitivamente gli errori
del passato senza disconoscerli. È legittimo
chiedere a chi ha subito un torto di non farsi
condizionare per sempre dal passato, purché non
si avanzi l’inaccettabile pretesa che il torto
non sia avvenuto. Qui equilibrio e saggezza sono
doti necessarie. Nel dibattito suscitato dalla
pubblicazione sul Corriere della Sera del
documento sui bambini «giudei», più d’uno si è
mosso con l’incedere di un elefante in una
cristalleria, provocando sconquassi che si spera
non abbiano conseguenze
devastanti. È sconcertante che il documento sia stato accolto con un fuoco di fila di clamori, come di fronte ad una rivelazione capace di ribaltare la visione storica degli eventi e dei personaggi in gioco. In realtà, esso conferma quel che si sapeva da un pezzo. Occorre forse ricordare che, per secoli, la massima aspirazione della Chiesa cattolica è stata di estinguere la presenza ebraica, sanzionando così che il Messia era giunto, visto che il popolo «eletto» si era tutto riconosciuto in lui? Tale finalità è stata perseguita nei secoli con mezzi più o meno brutali, e quelli descritti nel documento appartengono ai secondi. Del resto, la sostanziale adesione della Santa Sede alle leggi razziali fasciste si spiega soltanto entro questa visione. Altrimenti, che senso avrebbe avuto la sua richiesta, dopo la caduta del fascismo, di mantenere parte della legislazione razziale, segnatamente quella concernente i matrimoni misti? Aveva senso, perché si sperava di dissolvere a poco a poco la presenza ebraica, imponendo a coloro che contraevano un matrimonio misto di educare i figli cristianamente. Queste sono le colpe di Pio XII, note, documentate e confermate dalla recente «scoperta». Queste e non altre. Parlare di Shoah a proposito di Pio XII significa sostituire a colpe accertate, una colpa di omissione e silenzio indiscutibile, ma temperata da ciò che indubbiamente egli e la Chiesa fecero per salvare molti ebrei. Chi scrive è qui perché suo padre fu nascosto a San Giovanni in Laterano, e non è il solo. Un conto è accusare Pio XII di aver proseguito nella sciagurata prassi di accaparrarsi in ogni modo le anime ebraiche, altro conto è equiparare Pio XII a Eichmann. L’insistenza nel riferire il comportamento della Santa Sede e del Papa alla questione della Shoah è fuorviante. Essa conduce alla tesi secondo cui le direttive contenute nel documento furono impartite perché la Santa Sede e il mondo cattolico non avevano percezione della specificità della Shoah: una tesi assurda sia sotto il profilo storico che logico. La Santa Sede aveva
perfetta coscienza della diversità fra il
razzismo hitleriano e quello fascista:
non a caso si oppose al primo (biologistico) e
accettò il secondo (spiritualistico). Perciò,
anche se non avesse conosciuto la portata della
Shoah, sapeva che una tragedia stava colpendo
gli ebrei: altrimenti perché, da cosa e da chi
avrebbe «salvato» ebrei? Ma qui pare che ci si
dica che, se la Santa Sede avesse saputo che gli
ebrei venivano massacrati, si sarebbe vergognata
di infliggere loro ulteriori dispiaceri; mentre,
poiché credeva che fossero soltanto
«moderatamente» perseguitati, riteneva lecito
tenersi i loro bimbi. Poiché si parla tanto del
valore sacramentale del battesimo, viene da
chiedersi quale sarebbe il fondamento teologico
di una simile visione etica. Ecco allora che il
tentativo di spiegare o giustificare il
comportamento della Santa Sede nei confronti dei
bambini «giudei» parlando di inconsapevolezza
della Shoah finisce con l’offrire un’immagine
del suo comportamento grottesca più ancora che
efferata. Questa distinzione ha ispirato gli interventi di Lucetta Scaraffia ed Ernesto Galli della Loggia. Secondo quest’ultimo, l’«Olocausto» «e la sua successiva concettualizzazione hanno posto l’antisemitismo su basi completamente nuove. Ne hanno fatto cioè un dato storico completamente diverso che in passato, rendendolo, anzitutto sul piano emotivo, qualcosa di ripugnante e impraticabile in ogni sua pur minima, e anche remota e solo supposta, premessa» (magari così fosse!). E prima? «Atteggiamenti di indifferenza, antipatia, repulsa storico-religiosa, diffidenza sociale», cose «riprovevoli» ma «storicamente distinte» perché appartenenti a un ordine che nulla ha a che fare con le camere a gas. Tralasciamo di parlare degli esempi cui Galli della Loggia ricorre per «dimostrare» come si rischi di considerare fatti di antisemitismo cose banalmente riprovevoli: dal rifiuto di Natalia Ginzburg di pubblicare Primo Levi — ma a chi diamine può venire in mente di considerare antisemitismo una probabile rivalità letteraria? — all’invito di Croce agli ebrei ad assimilarsi — che invece non era innocente. Gli chiederemo piuttosto cosa si debba pensare di chi scriveva: «Se insieme con il positivismo, il libero pensiero e il Momigliano [che si era suicidato] morissero tutti i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocefisso Nostro Signore, non è vero che tutto il mondo starebbe meglio? Sarebbe una liberazione». Si penserà che era un indifferente? Un antipatizzante? Uno che provava repulsa storico-religiosa? (Per inciso, era Agostino Gemelli). E che dire delle prediche radiofoniche postbelliche — quando della Shoah si sapeva tutto — di padre Lombardi, «microfono di Dio», che citava l’«Olocausto» come prova del «terribile destino» di quel «popolo eletto diventato reietto»; e aggiungeva — guarda caso! — «salva sempre la libertà dei singoli di convertirsi a Gesù e uscire da quel corpo condannato»? Un altro maleducato? Il punto è che queste
nefandezze erano l’ultima
manifestazione di una storia secolare di
antisemitismo, che ha sedimentato un
armamentario di odio poi utilizzato
metodicamente anche nel contesto
dell’antisemitismo razziale e oggi
nell’antisemitismo islamico e nell’antisionismo
di certi ambienti postcomunisti: si pensi ai
temi ricorrenti degli ebrei assetati di potere e
di denaro, o che impastano le azzime con sangue
di bambini cristiani sgozzati. È
sorprendente che Galli della Loggia usi
l’argomento che non bisogna «giudicare il
passato con il metro del presente»,
asserendo che il famoso documento appare
«orribile» alla «sensibilità odierna», «di
fronte al nostro sentimento morale odierno
(insisto: odierno)». Meglio sarebbe stato non
insistere. Difatti, mentre egli sacrosantamente
(insisto: sacrosantamente) ogni giorno se la
prende col relativismo etico, ora dice che il
giudizio morale dipende dai tempi e dalle
circostanze. Proprio qui era il caso di riporre
nel cassetto i valori ed esprimersi come un
relativista postmoderno? Difatti, egli non si
limita a constatare una diversa sensibilità ma
asserisce che non ci si deve rifiutare di dare
un giudizio, bensì darlo a ragion veduta «tenuto
conto delle circostanze e dei tempi».
Relativismo etico, per l’appunto. |