|
Sono giorni che si discute su Pio XII e gli ebrei sulle pagine di un importante quotidiano italiano. Ieri è stata la volta di un lungo intervento di Daniel Goldhagen, che evocava un "Pio XII alla testa di una Chiesa che diffuse un feroce antisemitismo proprio quando gli ebrei venivano sterminati". È un'affermazione priva anche del più lontano sapore della storiografia. Come pensare, e dunque affermare, che l'asilo fornito agli ebrei durante la persecuzione nazista potesse avvenire contro la volontà di Pio XII? Trent'anni fa, chi scrive cominciò a studiare questo tragico periodo in particolare per quanto significò a Roma. Incontrai molti protagonisti di quelle vicende. E attraverso la documentazione disponibile mi resi conto che, senza l'appoggio del Papa, non sarebbe stato possibile portare avanti una operazione di tale rischio in aiuto agli ebrei. Come un monastero di clausura avrebbe potuto ospitare clandestinamente le famiglie ebraiche senza il permesso dei superiori? Ed è stato anche ricostruito che non tutti in Vaticano concordavano con questa ospitalità. Ma Pio XII la favorì, perché, nel turbine della guerra, voleva che la sua Chiesa fosse uno spazio d'asilo. Enzo Forcella, studioso laico purtroppo scomparso, ha ripercorso il complesso lavorio della Santa Sede per preservare i suoi edifici come "zona franca" di asilo. Ma ormai non si usa più far leva sulla storiografia con le sue acquisizioni. Ciò che conta è insistere ritualmente sulle responsabilità di Eugenio Pacelli.
O questi è diventato la figura simbolica di un ancien règime da abbattere ritualmente o lo si è reso un capro espiatorio dietro al quale nascondere il grado di insensibilità che ci fu nei confronti degli ebrei anche da parte di istituzioni e governi schierati contro i nazifascisti. In un caso come nell'altro è inevitabile chiedersi che cosa ci sia sotto un simile atteggiamento. Non certo un avanzamento delle conoscenze storiche, non una comprensione maggiore del dramma di tanti e delle meccaniche degli eventi. Si scorge piuttosto un rischio, e cioè che una metodica simile produca infine disaffezione verso la storia contemporanea, avvertita come str umento polemico e non come un terreno di seria comprensione della realtà passata. Può darsi tuttavia - come rivela l'articolo di Goldhagen - che le impellenze siano d'altro tipo ancora, ma sicuramente non si iscrivono nell'ambito della storiografia. Qui allora siamo in un altro campo d'indagine, che chiama in causa non a caso il giornalismo d'oggi. Ma perché? |