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I fantasmi di Goldhagen

di Giovanni Sale

de «La Civiltà Cattolica»

5\1\2005
fonte: Avvenire

Non pensavamo che un comune dibattito storico, proseguito finora con civile e appassionato confronto tra studiosi di diverso orientamento sulle pagine di alcuni importanti quotidiani italiani, registrasse a un tratto una caduta di tono e di stile così rovinoso e nocivo per il proseguimento del confronto stesso. Facciamo riferimento all'articolo apparso ieri sul «Corriere della Sera» (dove per lo più si è svolta la querelle tra gli storici) a firma di D. J. Goldhagen.
Con pacatezza vorremmo soltanto ribadire alcuni punti, che per altro la storiografia contemporanea in materia ritiene ormai acquisiti, allontanandosi da interpretazioni unilaterali e radicali messe in circolazione a partire dagli anni Sessanta da una panflettistica anticattolica e antireligiosa. I luoghi comuni di tale letteratura storica nell'articolo di Goldhagen vengono sbrigativamente ripresi alla stregua di veri e propri slogan: così Pio XII ritorna ad essere colui che avrebbe aiutato Hitler nello sterminio degli ebrei, l'antisemita impenitente che riteneva tutti gli ebrei colpevoli della morte di Cristo, e, ultima e inedita trovata, colui che «che avrebbe ordinato ai suoi subordinati di portar via i bambini ai loro genitori», insomma uno dei più grandi rapinatori dei tempi moderni. Le accuse sono così forti e, allo stesso tempo, così inutilmente offensive e infamanti, che ci pare doveroso in questa sede riportare il discorso entro i limiti di un dibattito civile e rispettoso, quale dovrebbe essere ogni confronto storico.

Procediamo con ordine. Goldhagen afferma che migliaia di bambini ebrei trovarono rifugio negli Istituti religiosi solo grazie all'opera di uomini di cuore come Roncalli e non invece per ordine dell'antisemita Pio XII. Ora non si capisce come mai molti conventi, anche di clausura papale, e case religiose, specialmente a Roma, abbiano aperto le loro porte per accogliere ebrei (o anche perseguitati politici) minacciati di deportazione, senza un ordine esplicito del Papa. P rova di tale intervento personale del Pontefice in favore degli ebrei è un passo del Diario delle consulte di «Civiltà Cattolica», dove si dice, in un appunto del 1° novembre 1943, cioè all'indomani del rastrellamento del ghetto romano e la deportazione di circa 1000 ebrei della Capitale, si dice che il Papa «si è interessato al bene degli ebrei». Un mese dopo Pio XII si lamentava con il p. Martegani (direttore della «Civiltà Cattolica») che ormai «i rifugi ecclesiastici non danno più troppa sicurezza» agli sventurati ospiti, e che nell'interesse di questi sarebbe bene esercitare la carità evitando il più possibile di insospettire l'autorità tedesca.
Com'è noto, diverse famiglie ebree trovarono ospitalità non soltanto nei palazzi extraterritoriali della Santa Sede, ma perfino all'interno delle mura vaticane e nel palazzo pontificio. Tra i maggiori sostenitori degli ebrei, a Roma, ci fu mons. Ottaviani, futuro cardinale e prefetto del Sant'Uffizio. Egli nel 1943 fu accusato davanti alle autorità tedesche di nascondere ebrei nei palazzi apostolici e di rilasciare certificati falsi di battesimo e di arianità. «Così facilmente e comodamente - scriveva il denunciante - si può diventare cristiani, pur non abiurando alla religione ebraica». Ciò fu fatto non per conquistare alla Chiesa nuove reclute, come ritiene Goldhagen, ma soltanto per aiutare, in un momento così drammatico e delicato, molti ebrei perseguitati. È inutile quindi, come suggerisce Goldhagen, contrapporre l'operato di Roncalli in favore degli ebrei a quello di Pio XII; tutti gli uomini di Chiesa operarono in quella situazione di emergenza umanitaria nella convinzione di interpretare correttamente la mente e il cuore del Papa. Questi agì utilizzando gli strumenti che in quella difficile circostanza gli sembravano più adeguati e idonei a salvare il maggior numero possibile di vite umane. Da uomo della diplomazia qual era, mise in moto tutta la macchina pontificia per raggiungere tale difficile scopo: i risultati raggiunti furono spesso limitati, ma non inutili. Pio XII era convinto che una denuncia pubblica della deportazione degli ebrei d'Europa sarebbe stata non soltanto inutile ma dannosa nei confronti degli ebrei: probabilmente egli avrebbe salvato la faccia davanti all'opinione del mondo sacrificando però in tal modo un numero probabilmente alto di innocenti.
Goldhagen accusa inoltre Pio XII e la Chiesa cattolica di antisemitismo. Ora tale definizione semplifica oltremodo la complicata realtà storica, e non aiuta certo a comprendere l'essenza vera dell'antisemitismo moderno, quello professato da Hitler e dai fascismi del XX secolo. Questo infatti non si basava su teorie religiose (come l'antigiudaismo cristiano), ma su princìpi eugenetico-biologici, che consideravano la razza ariana quella superiore e dominante. Chi conosce la teologia cristiana sa che la Chiesa cattolica non approvò mai tali teorie, che furono all'origine dell'Olocausto, anzi in diversi e solenni documenti pontifici esse furono apertamente condannate, nonostante le minacce di Hitler contro la Chiesa in Germania. Alla Chiesa può forse essere imputato di aver propagato nei secoli un sentimento di ostilità religiosa nei confronti degli ebrei, che in alcune circostanze diede luogo a pogrom ed eccidi di ebrei innocenti: di questo la Chiesa cattolica è oggi pienamente consapevole e ripetutamente, attraverso la voce di Giovanni Paolo II, non ha esitato a chiedere perdono per le tante violenze compiute da cristiani lungo i secoli nei confronti del popolo dell'Alleanza. Non ci sembra giusto però, come fa Goldhagen, addossare alla Chiesa responsabilità di fatti (come l'antisemitismo razziale) che non ha commesso e che anzi i Pontefici moderni (Pio XI e Pio XII in particolare) hanno combattuto e condannato.

Venendo poi all'ultima accusa, quella che ritiene Papa Pacelli "rapinatore" di bambini ebrei, ci sembra doveroso non alzare i toni della polemica e cercare innanzitutto di comp rendere la vicenda nella sua oggettività storica. Come per ogni altra fonte storica, la (pretesa) comunicazione del Sant'Uffizio dell'ottobre del 1946, qualora fosse confermata andrebbe analizzata all'interno del contesto storico-politico di quegli anni, ma anche alla luce della dottrina teologica professata dalla Chiesa cattolica prima della grande svolta conciliare. In effetti nel contestato documento si ripete in linea di massima ciò che la Chiesa da secoli aveva insegnato sul battesimo. Non si rileva cioè alcuna intenzione di "aggravare" o rendere più stretta o coercitiva la disciplina ecclesiastica vigente allora in tale materia. Va pure osservato che nel documento si fa una sottile distinzione, significativa per chi lo legge dall'interno e tenendo presente la specificità del linguaggio canonico-ecclesiastico: quando a richiedere il bambino ebreo battezzato fosse una delle "istituzioni giudaiche", la Chiesa ritiene "conveniente" non concederli, salvo che queste non si impegnino ad assicurarne l'educazione cristiana; quando invece a reclamare il bimbo sono i genitori il documento afferma che questo va restituito se i genitori non avevano chiesto per lui il battesimo; in caso contrario la Chiesa avanza il diritto di far crescere nella fede cristiana colui che ha ricevuto il battesimo per volontà dei genitori. Ma proprio su tale punto il testo in questione è alquanto generico e non dice affatto che il bambino doveva essere strappato ai genitori.
Passando al piano storico, va sottolineato che la Chiesa, passata la persecuzione, non sfruttò la situazione a lei favorevole per imporre il cristianesimo a bambini ebrei ospitati in istituti gestiti da cattolici. A parte qualche sporadico caso - come, per esempio, quello Finaly, che ebbe risonanza mondiale, e che alla fine si concluse, anche per la mediazione di alcuni uomini di Chiesa, secondo il dispositivo di una sentenza emanata da un tribunale statale - non ci sono state in quegli anni rivendicazioni in questo sen so da parte delle autorità o delle comunità ebraiche. Al contrario furono migliaia invece i ringraziamenti e gli attestati di stima inviati a Pio XII da esponenti del mondo ebraico internazionale per l'opera da lui prestata in favore degli ebrei perseguitati.

In ogni caso, perché le accuse mosse da Goldhagen nei confronti di Pio XII e della Chiesa cattolica siano fondate, è necessario che parlino i fatti concreti e non le semplici polemiche giornalistiche.
Ciò che Goldhagen, nel suo articolo, chiede alla Chiesa cattolica circa la creazione di una commissione per scoprire i casi di mancata restituzione di bambini ebrei battezzati è a nostro avviso assolutamente fuori luogo: si tratta di un'aperta provocazione diretta all'autorità ecclesiastica che travalica i limiti del buon senso e della ragionevolezza.
* de «La Civiltà Cattolica»