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Chi
augurerà buon anno a Charles de Gaulle il 1° gennaio 1945? Questa domanda,
apparentemente sciocca, angoscia Pio XII nel dicembre 1944 e segna uno
snodo importante per la politica vaticana di allora e dei decenni
successivi. Nella Parigi liberata di quei mesi si va infatti ricostituendo
il rituale civile, a partire dagli auguri che il corpo diplomatico porge
al capo di Stato. Per tradizione tali voti augurali venivano letti dal
nunzio, decano del corpo diplomatico in Francia. Ma per il Capodanno del
1945 il nunzio ancora non c’è. De Gaulle ha fatto cacciare monsignor
Valeri, disponibile al dialogo col regime collaborazionista di Vichy.
Nominare un nunzio vuol dire riconoscere il diritto di de Gaulle a epurare
la Chiesa; ma non nominarlo significa cedere all’anziano ambasciatore
dell’Urss il diritto di pronunciare il discorso dell’Eliseo - e per Pio
XII questo sarebbe un immeritato regalo a Stalin. La questione non è
protocollare.
La cartina d’Europa del Capodanno 1945 racconta di destini imminenti e
fatali. Per ciascun Paese è vicina la vittoria, la vendetta, la
catastrofe, la libertà, la rinascita, la divisione. E il Vaticano deve
riposizionare se stesso, dopo che alcuni capisaldi prima scontati
(l’indulgenza verso il confessionalismo autoritario, l’anticomunismo
ideologico, il pregiudizio antisemita, la diffidenza per la democrazia
liberale) si sono rivelati radici della tragedia bellica. Ma la Chiesa può
accettare una politica che adotti la democrazia nella sfida al comunismo e
la rottura col nazifascismo come principio da cui essa stessa non è
esentata? E a rovescio: può la Chiesa rinunciare a vivere il futuro
dell’Europa per limitarsi al rimpianto d’un passato inglorioso? Questo è
il groviglio in cui sono impigliati gli auguri a de Gaulle del Capodanno
1945.
Pio XII taglia quel nodo con una mossa personale e audace. Piglia da
Istanbul, ultima retrovia della politica estera pontificia, un diplomatico
di basso rango e, contro il parere di molti suoi collaboratori, lo manda a
Parigi.
Monsignor Angelo G. Roncalli, un bergamasco fino a quel momento
sconosciuto ai più, ma non agli ebrei che aveva aiutato a Bambini ebrei
scampati ai nazisti e ospitati in un campo profughi in Palestina (foto
tratta dal volume «Il secolo degli ebrei») fuggire verso la Palestina,
sale così al primo posto della diplomazia vaticana. Il suo compito è
arduo: il ministro degli Esteri Georges Bidault, proprio perché cattolico,
è il più intransigente nel pretendere la testa di molti vescovi accusati
di collaborazionismo; il ricomporsi politico della nazione coincide con
una rinascita impetuosa della ricerca teologica che Roma guarda male; e
mille questioni - dal processo di Norimberga alla nascita dell’Unesco,
dalla conferenza di pace alla nomina di nuovi vescovi - bussano alla sua
porta. Che Roncalli se la cavi con buon successo era già noto. Ma ora
possiamo capire molti dettagli inediti, perché con il volume Anni di
Francia. Agende del nunzio Roncalli 1945-1948 , Étienne Fouilloux, uno dei
massimi storici francesi, pubblica le fitte note quotidiane di quel
periodo.
Esse svelano poco dell’uomo Roncalli (che con un filo di ironia trema dei
successi del Pci a Sotto il Monte, suo paese natale), ma dicono molto dei
dilemmi che attraversano la politica vaticana. Il cattolicesimo francese,
infatti, è stato su tutti i fronti: ha collaborato e ha resistito; chiede
un ricambio e offre copertura; pensa vie nuove teologico-politiche e
sporge le denunzie al Sant’Uffizio. Roncalli si muove fra questi scogli
con studiata lentezza, che i testi inediti documentano ora per ora. È un
nunzio fedele alla politica di Pio XII, ma ha una sua sensibilità e una
sua storia.
È così per la Shoah. Roncalli, appoggio sicuro negli anni d’Istanbul per
il rabbinato e per l’Agenzia ebraica, trova a Parigi un ambiente attento e
attivo: nella capitale francese Jules Isaac sta promuovendo la rete di
intellettuali che redigerà i «punti di Seelisberg», coi quali si chiedeva
alla Chiesa di ripudiare ogni variante dell’antisemitismo; da Parigi passa
il gran rabbino di Palestina Herzog, per cercare di ottenere che vengano
restituiti alle organizzazioni ebraiche i bambini salvatisi nelle case e
nei conventi cattolici.
Roncalli, racconta l’ Agenda , riceve il rabbino Herzog nel 1946 come un
amico e, con una lettera del 19 luglio, lo autorizza «ad utilizzare della
sua autorità presso le istituzioni interessate, di modo che ogni volta che
gli fosse stato segnalato, questi bambini potessero ritornare al loro
ambiente d’origine». Tuttavia (come rivela uno straordinario documento,
parte dell’apparato del secondo tomo delle Agende di Francia , che i
lettori del Corriere possono leggere in anteprima) al nunzio arrivano
nello stesso 1946 istruzioni elaborate dal Sant’Uffizio e approvate da Pio
XII. Al nunzio Roncalli, la cui fraternità con gli ebrei in transito dalla
Turchia non era passata inosservata, si trasmettono ordini agghiaccianti:
non deve dare risposte scritte alle autorità ebraiche e precisare che «la
Chiesa» valuterà caso per caso; i bambini battezzati possono essere «dati»
solo a istituzioni che ne garantiscano l’educazione cristiana; i bambini
che «non hanno più i genitori» (proprio così!) non vanno restituiti e i
genitori eventualmente sopravvissuti potranno riaverli solo nel caso che
non siano stati battezzati...
Alcune delle vicende su cui queste disposizioni cadono si risolveranno
felicemente, ma non tutte.
Di casi di sottrazione dei bambini ebrei - repliche del caso Mortara dei
tempi di Pio IX nella Francia del dopoguerra - non c’è per ora un
censimento, se non nella memoria ferita delle vittime di questa tragedia
umana e spirituale. Nemmeno Roncalli ne annota in dettaglio gli sviluppi,
abile com’è nel filtrare tutto in uno stile ecclesiastico apparentemente
impassibile. Ma è difficile credere che questi episodi non siano alla base
della sua risposta positiva a Jules Isaac, che nel 1960 gli chiede di
aprire una riflessione sui punti di Seelisberg: quando nel 1955 Isaac li
aveva portati a Pio XII, il Papa gli aveva detto «li appoggi su quel
tavolo», quasi a marcare un abisso fisico fra due umanità; quando nel 1960
li porterà a Giovanni XXIII, questi li accoglierà e farà iscrivere il
ripudio degli antisemitismi nell’agenda del Concilio Vaticano II.
Decisione capitale, perché diceva a tutti che la Chiesa non vive
immacolata negli orrori della storia, ma ne è parte, nel bene e nel male;
diceva che nell’Europa senza più innocenza del secondo Novecento il futuro
non vive di mitologie del sé, ma di una memoria umile e sincera, radice
d’indispensabile cambiamento, anima della speranza nel tempo.
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