Gerusalemme, la necessità della condivisione ed il ruolo del diritto internazionale

 

di Antonello Indelicati

 

Fonte: La Porta d'Oriente, gennaio 2001

 

Quest'articolo non è recentissimo ed è stato probabilmente reso in parte inattuale dagli accadimenti degli ultimi tre anni. Ci pare comunque interessante e utile alla comprensione della questione di Gerusalemme (anche se ci lascia qualche perplessità) sol_gursky@hotmail.com

 

Premessa

Il fine di questo articolo è analizzare il problema di Gerusalemme dopo il fallito vertice di Camp David, e la impressionante serie di violenze innescate dalla visita di Sharon alla spianata della moschee lo scorso 28 Settembre, cercando di trarre delle indicazioni per il futuro. E' probabile che noi osservatori esterni sappiamo assai poco del vertice di Luglio, ma molti hanno attribuito il suo fallimento alla intransigenza mostrata da Arafat su Gerusalemme. Barak infatti avrebbe offerto ai Palestinesi una certa autonomia amministrativa su alcuni quartieri arabi proponendo anche una sorta di controllo congiunto Israelo-Palestinese su di essi. Assai meno disponibile invece si sarebbe mostrato nella trattativa per lo status del Monte del tempio o spianata delle moschee, sulla definizione del quale le trattative si sarebbero definitivamente arenate.

In questo scenario altamente incerto, si possono tuttavia intravedere alcuni punti fermi.

1) Nessuna delle parti in causa ha parlato di internazionalizzazione della città, e pertanto si conferma che la parte della risoluzione 181 - v. più avanti - concernente Gerusalemme si deve considerare per facta concludentia decaduta o incompatibile sia con le aspirazioni delle parti sia con l'orientamento della Comunità internazionale attuale.

2) Nessuna delle parti - e soprattutto i Palestinesi - ha parlato di redivisione di Gerusalemme, così confermando la trasversalità e la generalità di una sorta di sfavor redivisionis.

3) Israele ha accettato di parlare con la controparte di Gerusalemme, in tal modo riconoscendo, sia pure indirettamente, la fondatezza delle pretese arabe e palestinesi alla parte orientale; d'altronde però, i Palestinesi stessi hanno fatto riferimento durante le trattative soltanto a tale parte, così mostrando una definitiva acquiescenza nei confronti della piena acquisizione israeliana di Gerusalemme ovest.

4) Si è confermato che le parti accettano soltanto la mediazione americana, mentre tendono a lasciar fuori dalla questione sia l'Europa sia la Comunità internazionale tutta, la quale al contrario è portatrice di un legittimo interesse spirituale e politico nei confronti di Gerusalemme.

5) Anche la possibilità di un eventuale successo della proposta vaticana per uno statuto speciale internazionalmente garantito non esce affatto rafforzata, perché essa non è mai stata all'ordine del giorno, anzi, lo stesso Segretario di Stato USA Albright ha dichiarato che essa non è in sintonia con le richieste israeliane e palestinese.

1. Determinazione dello status attuale di Gerusalemme est. Il primo punto da analizzare e se possibile al quale dare soluzione è quello relativo a qual è oggi lo status della parte orientale.

1.A. Lo status di Gerusalemme ovest. Preliminarmente apro una parentesi su Gerusalemme ovest, la quale, pur essendo compresa nell'enclave internazionalizzata di cui alla risoluzione 181 (v. avanti) fu conquistata dagli Israeliani durante la guerra del 1948. La Comunità internazionale ha mostrato sostanziale acquiescenza nei confronti delle acquisizioni territoriali compiute da Israele in quella guerra, ergo essa riconosce di fatto almeno il pieno controllo israeliano su questa parte della città, nella quale (oltre al centro delle attività economiche cittadine) si trovano tutti i più importanti edifici governativi dello Stato ebraico. Vi è poi almeno una ragione per riconoscere la fondatezza della titolarità alla sovranità piena di Israele su Gerusalemme ovest, la quale già nel 1948 era da lungo tempo abitata in grande maggioranza da cittadini ebrei, e pertanto, stanti i principi di effettività e di autodeterminazione, non può che riconoscersi al popolo ebraico la titolarità della sovranità stessa su di essa. Invece la internazionalizzazione, come si vedrà, costituiva la negazione di questo diritto, e non a caso i fondatori dello Stato di Israele dichiararono sin dal principio di "accettarla con dolore".

1. B Determinazione dello status di Gerusalemme est quale territorio under belligerent occupation. All'indomani della conquista della parte orientale, la dottrina filo-israeliana, nel tentativo di avallare la legittimità della sovranità israeliana sulla intera città, avanzò alcune teorie su quello che sarebbe stato lo status della parte orientale al momento della sua conquista.

Secondo una prima teoria, la legittimità della sovranità israeliana scaturirebbe dal fatto di essere stata Israele oggetto di una aggressione armata da parte araba, sicché lo Stato ebraico avrebbe conquistata Gerusalemme est nel difendersi da questa aggressione (tesi della conquista difensiva). Si sarebbe trattato allora di una forma di autotutela individuale perfettamente ricadente sotto l'Art. 51 della Carta ONU, quale eccezione al divieto dell'Art. 2.4 (divieto dell'uso della forza). L'interpretazione è evidentemente forzata e va quindi respinta, ove anche si consideri che sebbene l'Art. 51 permetta l'uso della forza (solo) per respingere una aggressione armata, non legittima in alcun modo né una conquista territoriale né tanto meno una annessione, ammettendo al limite soltanto una occupazione temporanea.

Del pari da respingere è la qualifica del territorio di Gerusalemme est come territorio res nullius. Tale vacuum di sovranità si sarebbe, secondo questa tesi, determinato in seguito al terminare degli effetti del mandato britannico, allo scadere del quale il territorio di Gerusalemme sarebbe diventato, per l'appunto nullius. La infondatezza della tesi si dimostra facilmente, ma non facendo riferimento, come fanno taluni autori, alla risoluzione 181 che individuerebbe nelle Nazioni Unite le uniche legittime gestrici della città (da notare: gestrici, non sovrano), bensì affermando, in base ai principi di autodeterminazione e di effettività, la sovranità su quel territorio della popolazione autoctone, cioè degli Arabi Palestinesi che in esso abitavano da secoli.

Qualche anno fa, in un convegno tenutosi a Bari su Gerusalemme, si avanzò la qualifica di Gerusalemme est come "territorio oggetto di una contesa internazionale" Questa costruzione, interessante dal punto di vista concettuale, non è priva di rischi. Infatti, essa non ha un grande significato dal punto di vista internazionalistico, perché per esempio non individua la normativa di riferimento applicabile a questo territorio, lasciando così la popolazione soggetta ad occupazione pericolosamente priva di qualsiasi normativa internazionale di tutela.

La qualificazione della parte orientale come territorio sotto occupazione militare va pertanto tenuta ferma e ribadita, come ferma va tenuta la applicabilità di tutte le norme internazionali di tutela, prima tra tutte la IV Convenzione di Ginevra sulla protezione dei diritti dei civili in tempo di guerra e le norme della Convenzione dell'Aia sulla protezione dei beni culturali in tempo di guerra. In questo senso sono peraltro tutte le risoluzioni dell'Assemblea Generale dell'ONU sulla città, la communis opinio della Comunità internazionale che si manifesta nel tenere ancora oggi le ambasciate a Tel Aviv anziché a Gerusalemme, e la stessa diplomazia USA, che pur sottolineando come la città debba rimanere indivisa, ha sempre specificato come lo status della parte orientale vada definito tramite negoziazioni. Più netta la terminologia europea e vaticana che insistono sulla necessità di considerare il settore orientale come territorio occupato la prima (così la UE) e sul fatto che - lo si dice nell'Accordo fondamentale tra Santa Sede ed ANP - le modificazioni unilaterali dello status materiale e giuridico di Gerusalemme sono inaccettabili.

Se allora si parte dal presupposto che Gerusalemme est è territorio occupato, ad esso vanno applicate tutte le norme consuetudinarie e pattizie sulla occupazione (tra le quali, per esempio, riveste massima importanza il divieto per l'occupante di trasferire popolazione autoctona per inserirvi la sua propria: tutti gli insediamenti ebraici intorno alla zona araba costituiscono la rappresentazione materiale della violazione di questa norma). Inoltre, se si parte dai principi di autodeterminazione e di effettività, tutti gli argomenti israeliani (Gerusalemme era la capitale del popolo ebraico 3000 anni fa, non è mai menzionata nel Corano mentre lo è tante volte nella Bibbia, Gerusalemme non è mai stata capitale di uno stato arabo) non hanno alcun pregio per il diritto internazionale e pertanto vanno decisamente respinti, perché, al di là della loro rilevanza politica contingente, non possono in alcun modo fondare o giustificare le pretese israeliane sulla zona araba.

 

Le soluzioni proposte

1. Inopportunità della internazionalizzazione.

E' la soluzione ufficialmente prevista dalle Nazioni Unite. A termini della risoluzione 181 del 1947 Gerusalemme dovrebbe costituire territorio autonomo, separato e dalla parte ebraica e dalla parte araba della Palestina. In sostanza, dopo la sua neutralizzazione (totale esclusione di un area da ostilità belliche) e demilitarizzazione (assenza totale di forze armate e armi in quell'area) la città sarebbe divenuta un'enclave internazionalizzata direttamente amministrata dalle Nazioni Unite per mezzo di uno speciale Governatore dotato di ampi poteri, tra i quali quelli di polizia ed emergenza e quello di essere titolare "relazioni estere"(competenza davvero inusuale se si pensa che in diritto internazionale solo uno stato può essere titolare di una competenza per i suoi affari esteri). I suoi sostenitori lodarono la estrema precisione della delimitazione dell'area da internazionalizzare e l'attenzione della 181 per la libertà di culto e di accesso nei e ai luoghi santi. Dall'altra parte, più numerosi, i suoi detrattori. In particolare i Paesi Arabi ed Islamici criticarono duramente la scelta dell'ONU, richiamandosi al principio di uguaglianza degli Stati che anche le Nazioni Unite sarebbero tenute a rispettare. Affinché un territorio possa essere internazionalizzato - si disse - occorrerebbe il consenso degli Stati preesistenti sul cui territorio l'enclave internazionalizzata verrebbe ad insistere; essi consentirebbero alla internazionalizzazione vincolandosi in un apposito trattato per mezzo del quale esprimerebbero la loro rinuncia a quel territorio. Oltre ai Paesi arabi anche Israele dopo il 1948 (ed ancor più dopo il 67) mostrò di ritenere inopportuna la internazionalizzazione della intera città, piuttosto insistendo sulla necessità di approntare una forma di tutela sui luoghi santi, allora tutti sotto il dominio giordano. Tra i maggiori sostenitori di questa soluzione, invece, spiccava la Santa Sede, la quale considerava un regime giuridico internazionale l'unico atto a preservare ed ad affermare il carattere unico, sacro ed universale della città ed in particolare la protezione dei luoghi santi cristiani e della comunità cristiana gerosolimitana. Tutti i paesi cattolici, ispirati dal Vaticano, mantenevano (ed almeno ufficialmente tuttora mantengono) un approccio favorevole alla internazionalizzazione. Ma Gerusalemme non è stata internazionalizzata, e ne vediamo brevemente le ragioni.

Al di là della tendenziale contrarietà dei soggetti interessati, vi sono almeno tre ragioni per respingere la validità della internazionalizzazione e che di fatto ne hanno impedito la verificazione.

A) la risoluzione 181 è stata votata ormai oltre mezzo secolo fa, quando la situazione politica e la composizione stessa della Assemblea Generale erano assai differenti dalle attuali. E' appena il caso di notare come nella Assemblea odierna risulta enormemente accresciuto il peso dei Paesi Islamici e del Terzo Mondo; proprio quelli che si può supporre tendenzialmente contrari alla internazionalizzazione. Allo stato attuale la risoluzione 181 sembrerebbe non rispettare e non riflettere la propensione della Comunità internazionale verso Gerusalemme.

B) tutti i tentativi di internazionalizzare città o territori sono, nella storia, sempre falliti o rimasti lettera morta. Basti pensare a Danzica e Trieste. Non esiste quindi allo stato dei fatti alcun territorio internazionalizzato al mondo, e non vi sono precedenti cui ispirarsi o fare riferimento anche dal punto di vista normativo ed amministrativo. Di fatto e di diritto dunque, la internazionalizzazione è un istituto giuridico di fatto inapplicato e la sua (inedita) applicazione alla città di Gerusalemme comporta a mio avviso rischi enormi.

C) la storia dimostra ampiamente come la caratteristica prima dei regimi di internazionalità sia proprio la loro temporaneità; mentre la definizione dello status di Gerusalemme dovrebbe, se possibile, essere definitiva. Alla luce di tutto questo, si può ritenere che la parte della risoluzione 181 inerente a Gerusalemme, sia di fatto, decaduta. L'argomento secondo il quale la risoluzione 181 non è mai stata abbandonata ufficialmente dalla Comunità internazionale non ha pregio, perché si può agevolmente replicare che da tempo nelle risoluzioni ONU su Gerusalemme manca qualsiasi riferimento alla internazionalizzazione, piuttosto insistendosi sulla necessità di considerare il settore orientale territorio occupato e sulla necessità che Israele si astenga da iniziative tendenti ad alterare il carattere della città. Sottolineo che la stessa Santa Sede da tempo ha modificato il suo approccio orientandolo alla richiesta di uno Statuto speciale internazionalmente garantito per la città (rectius, dai vari documenti vaticani in materia si può supporre limitato territorialmente alla sola città storica).

 

2. Inapplicabilità della redivisione.

E' la meno possibile delle soluzioni. Dopo aver conquistato Gerusalemme est nel 1967 i governi Israeliani attuarono profondi cambiamenti nel suo status giuridico e materiale. In particolare furono rimossi tutti i segni della precedente divisione della città, della quale Israele annunciò la avvenuta riunificazione sotto la sua sovranità. Ciò nondimeno, una parte minoritaria della dottrina, sostanzialmente identificabile con gli autori arabi, ha preso posizione in favore della redivisione stessa. Per esempio, secondo la proposta del Prof. Khalidi la città santa dovrebbe essere governata da uno speciale Consiglio Interreligioso assistito da un Consiglio Interstatale che amministrerebbe i servizi comuni essenziali. Un'altra proposta formulata da Lord Caradon, assume che debba essere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a ridisegnare i confini (tra le varie parti) di Gerusalemme e in particolare in modo da garantire la libertà d'accesso ai luoghi santi. Altre proposte sembrano propendere per una sistemazione federalistica per Gerusalemme, che dovrebbe essere condivisa fairly tra Israeliani e Palestinesi, ma tra di esse non vi è accordo sul come disegnare il suo status e la gestire sua amministrazione. Come ho detto, la redivisione è la meno auspicabile e la meno possibile delle soluzioni. Sebbene la città sia, come vedremo, profondamente divisa politicamente e socialmente, è ormai vista, almeno dal punto di vista urbanistico, come un unicum, e le modifiche urbanistiche intervenute dopo il 1967 rendono di fatto impossibile una redivisione nel senso tecnico del termine. Tutte le proposte per la definizione del suo status sottolineano la necessità di garantire ora la sua indivisibilità fisica, ora, e soprattutto, quella psicologica. Inoltre Israele afferma continuamente come la città debba restare per sempre unita sotto la sua sovranità, palesandosi così un dogma trasversale e diffusissimo nella società israeliana. Spesso si sente dire che nessuno può veramente volere che il passato di Berlino sia il futuro di Gerusalemme, ed in effetti la osservazione si può condividere, salvo precisare che la politica di occupazione acuisce piuttosto che attutire le divisioni già ampiamente esistenti nella città. Solo in parte mi pare che questo dogma sia stato sfatato al recente vertice di Camp David, dato che sondaggi attendibili dicono che il 94% degli Israeliani non è disposto a rinunciare alla sovranità su (tutta) Gerusalemme, mentre solo la metà ammetterebbe al limite una forma di condominio con i Palestinesi sulla parte araba. Sarebbe interessante peraltro notare come nella terminologia palestinese ufficiale la condizione della restituzione della zona araba non faccia necessariamente rima con "redivisione", ma si insista per l'appunto su una soluzione di sovranità condivisa.

 

Le soluzioni possibili.

Forse uno dei motivi per cui non si riesce a superare l'impasse sulla città è proprio quella che essa è vista e considerata come un unicum. Se da un lato ciò è positivo, complica, dall'altro la risoluzione del problema. In realtà, anche se questo può apparire in contraddizione con quanto detto fin qui, Gerusalemme non può essere vista come un unicum. Ancor prima che dalle religioni e nazionalità, essa è strutturalmente una città composita. Gerusalemme ovest è una parte della città in cui esistono e si sviluppano un tessuto urbano, modi di vita, attività e simboli diversi da quelli tipici della città vecchia o dei quartieri arabi fuori le mura. Gerusalemme est è e continua ad essere (insediamenti ebraici a parte) una città araba, con ritmi di vita arabi e gestita da arabi: è noto che la agenti palestinesi addirittura provvedono ufficiosamente a garantire l'ordine nei quartieri arabi, il commercio è gestito da arabi, e lo stesso avviene per le scuole, i servizi di trasporto e le iniziative culturali. Se così è, perché non provano le parti, durante le trattative, a dividere idealmente Gerusalemme ed a ricercare una sistemazione ragionevole per le diverse parti della città in base alla loro vocazione? Può veramente lo statuto della città vecchia o del quartiere di Silwan essere pensato come quello della Gerusalemme moderna? Io credo di no. Ciò non importa nessuna divisione della città; significa solo riconoscere a ciascuna parte della stessa la sua vocazione propria, al sua storia e la sua tipicità. Si potrebbe cioè pensare una autonomia ampia per le diverse zone modellata su quella dei neighboroughs londinesi, come effettivamente proposto dall'ex sindaco della città, Kollek.

Procedo allora alla analisi seguente partendo dal presupposto concettuale appena espresso.

1. Soluzione per Gerusalemme ovest.

Rinvio a quanto detto in apertura di questo studio. E' giusto che questa parte, ebraica da secoli, continui ad essere la capitale di Israele, e che vi si trasferiscano tutte le ambasciate estere.

2. Soluzione per la città vecchia.

Ambiguità del concetto di capitale religiosa. La città vecchia si compone (…) di quattro quartieri: Musulmano, Ebraico, Cristiano e Armeno, tutti racchiusi all'interno delle mura di Solimano.

Il quartiere ebraico, distrutto parzialmente nella guerra del 48, è abitato esclusivamente da ebrei; vi si trovano molte sinagoghe e scuole ebraiche, e si sviluppa intorno al Muro del pianto, il massimo luogo santo dell'Ebraismo. Gli altri tre quartieri sono abitati in gran parte da arabi, ma circa 300 israeliani vi abitano, essendovisi "infiltrati" durante gli anni di occupazione, in barba al principio elaborato da Kollek e poi fatto proprio dalla Corte Suprema israeliana secondo il quale (affinché sia preservata la omogeneità etnico-religiosa di ciascun quartiere) ognuno - secondo la sua nazionalità e religione - deve vivere nel proprio. Si è spesso proposto di affidare la città vecchia a forme di governo religioso. Essendo essa la città santa alle tre grandi religioni monoteistiche, essa dovrebbe, in ossequio a questo dato di fatto, essere governata dalle autorità religiose per mezzo di una qualche forma di Consiglio, Comitato, o, come dice qualcuno, Internazionale Religiosa. La composizione di tale entità poi, varia a seconda delle proposte ma è sempre influenzata dalle rispettive appartenenze e fonte di gelosie ed invidie anche ai massimi livelli. Sembra così configurarsi un ruolo di capitale religiosa per la città vecchia, proprio in ragione del suo tessuto storico, sociale ed architettonico. Lo scrittore israeliano Yehoshuha, per esempio, ritiene che la città vecchia dovrebbe essere governata da un Consiglio Interreligioso ed essere una città libera, ma nel contempo aggiunge che bisogna considerare la religione ebraica come primus inter pares all'interno del Consiglio stesso. Ipotesi, questa, da respingere nettamente. Vi è da dire che tale tipo di proposte non è mai stata rigettato del tutto dalle parti interessate, ma anche che, ad una attenta analisi, mostra i suoi limiti ed i suoi rischi. Anzitutto mi pare che da più parti il concetto di capitale religiosa si presti ad equivoci. Giuridicamente, infatti esso rimane un concetto ambiguo. Il diritto internazionale, governato dal principio di neutralità in materia religiosa, nulla ha da dire a questo riguardo. Per esempio, Tokio è la capitale dello Scintosimo, La Mecca dell'Islam, Roma del Cattolicesimo, ma nessun trattato o norma giuridica ha mai disposto questo status, che ha un immanente carattere storico, spirituale ed affettivo, non certamente giuridico. Non ha senso, dunque, per il diritto e per il diritto internazionale in primis, parlare di capitale religiosa. Tornando alla realtà effettuale, poi, sembra evidente che Israele non rinuncerebbe mai alla sua sovranità sul Muro del pianto e sul quartiere ebraico e i Palestinesi (e i Musulmani) alla loro sulla spianata delle moschee e sui quartieri arabi. Ancora una volta, allora, vengono in soccorso delle loro rivendicazioni i principi di effettività e autodeterminazione. Quanto al quartiere ebraico, da secoli (ovviamente non dall'epoca di Cristo ma da lunghe sedimentazioni medievali) (1) è abitato da ebrei, e vi si trovano luoghi santi fondamentali nella storia e nella coscienza ebraica. Non vi è alcuna regione per non riconoscere a Israele la piena sovranità su questo quartiere, sul Muro e anche sui cimiteri ebraici fuori le mura, ove sono sepolti i Profeti. Tutti luoghi a cui gli ebrei non poterono accedere durante l'occupazione giordana. Sembra che a Camp David sia stata avanzata l'ipotesi, per ragioni geografiche e politiche, di unire il quartiere Armeno a quello Ebraico nella spartizione della sovranità sulla città vecchia. Molte dichiarazioni del Patriarcato Armeno manifestano tuttavia crescente preoccupazione per questa ipotesi, sottolineando la necessità che lo status di questo quartiere sia almeno lo stesso del limitrofo quartiere cristiano. Così si comprende il perché dello stretto coordinamento dell'azione del Patriarcato con quella delle altra chiese cristiane e della Santa Sede in particolare nel richiedere uno statuto speciale internazionalmente garantito. Non si può trascurare, però, che a parte il problema strettamente geografico, in questo quartiere vivono (perché gli Armeni gli hanno venduto le loro case) molti ebrei, i quali difficilmente accetteranno una sovranità diversa da quella israeliana. I quartieri musulmano e cristiano, essendo abitati in massima parte da arabi, devono, per i medesimi principi dianzi richiamati, essere sotto sovranità araba. Il pieno riconoscimento della sovranità araba ed israeliana sui quartieri della città vecchia non esclude, peraltro, la elaborazione di tutta una serie di normative speciali intese a tutelare il carattere sacro della città; il suo tessuto architettonico con chiese, moschee, sinagoghe e tutti i monumenti e le costruzioni di interesse storico ed artistico, contro ogni alterazione che possa nuocere loro; la vita della popolazione della città vecchia, con la predisposizione di reasonable accomodations che ne favoriscano lo sviluppo ed il benessere, senza distinzione di religione e nazionalità. Una parte rilevante della normativa di questo statuto deve inerire alla protezione dei luoghi santi, l'accesso agli stessi e la pratica dei culti. Cioè, il famoso statuto speciale internazionalmente garantito richiesto dalla Santa Sede. Esso dovrebbe essere un impegno internazionale depositato presso il Segretariato Generale ONU con diritto di appello delle parti in caso di controversia, affinché, come specifica Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Redemptionis Anno, nessuna delle parti possa metterlo in discussione (no party could jeopardize it, dice il testo inglese). Ma questo solo dopo aver riconosciuto la sovranità ai soggetti titolari della stessa. Insomma, almeno a mio avviso, statuto speciale e sovranità araba ed israeliana sulla città non sono in antitesi ma devono concorrere a governarla.

3. Soluzione per Gerusalemme est fuori le mura.

Necessità di riconoscere il carattere arabo di questa parte. E' questa la parte di Gerusalemme che ragionevolmente dovrebbe essere la capitale della Palestina in ragione dei principi di autodeterminazione ed effettività richiamati a proposito del diritto di Israele sulle zone ebraiche.

Recentemente lo scrittore israeliano Yehoshuha ha dichiarato che gli Israeliani non hanno alcun interesse a Gerusalemme est e certo non ci vanno a prendere il caffè. Infatti essa è tuttora, nonostante il trentennio di occupazione, abitata da quasi 200.000 Palestinesi, è una città araba, con modi di vita arabi, mentre la presenza palestinese proporzionalmente non decresce anzi, dato l'altissimo tasso di natalità arabo, aumenta. I servizi pubblici e sociali - e, in misura minore, anche quelli di polizia e sicurezza - sono di fatto amministrati da istituzioni palestinesi diretta emanazione dell'ANP, che ha impostato un attivo (e talvolta violento) programma politico per evitare la giudaizzazione della parte araba, impedendo soprattutto ai proprietari arabi di vedere case agli ebrei. Se tutto ciò è vero, a fortiori Israele deve restituire almeno quelle zone in cui la continuità araba è ancora intatta. Al fallito vertice di Luglio, Barak aveva proposto ad Arafat una ampia autonomia per alcuni quartieri arabi delle città, fermo restando un controllo misto Israelo-Palestinese su di essi. I Palestinesi stabilirebbero la loro capitale presso ma non in Gerusalemme, mentre un corridoio (del quale non è chiaro lo status) dovrebbe collegare i territori alla spianata delle moschee, cosicché i fedeli musulmani non dovrebbero, per raggiungerle, passare attraverso i ceckpoints israeliani. Alcuni villaggi arabi presso la città sarebbero poi inclusi nel municipal umbrella di Gerusalemme mentre in cambio gli insediamenti ebraici costruiti intorno alla zona araba sarebbero definitivamente annessi ad Israele. Arafat, come si sa, rifiutò (2), suscitando l'irritazione americana e l'apprezzamento arabo. Ed è fuori di dubbio a mio avviso, che una soluzione come quella proposta da Barak possa soddisfare il diritto (o le rivendicazioni) arabe verso Gerusalemme.

E' infatti evidente che se il piano fosse applicato, i Palestinesi stabilirebbero la loro capitale in un territorio che fino ad ora non era in realtà Gerusalemme. E' anche dubbio che la zona araba fuori le mura possa fungere da capitale religiosa, perché a prescindere dai dubbio concettuali espressi in merito a tale ipotesi, questa zona è costituita - Monte degli Ulivi e cimiteri ebraici a parte - da un agglomerato urbano densamente abitato da arabi ed il cui stacco dalla zona ebraica è peraltro, impressionante. Ciò ovviamente non esclude la elaborazione di uno status speciale per i luoghi di interesse religioso e storico che vi si trovano. Ma ciò, concludo, solo dopo aver riconosciuto la piena sovranità dei popoli che in Gerusalemme vivono da secoli, l'Israeliano ed il Palestinese.

 

Note sol_gursky@hotmail.com

1 - Questa osservazione può fuorviare. All'epoca di Cristo non esisteva un quartiere ebraico. La città intera era ebraica.

2 - Forse perchè quel piano avrebbe condotto alla soluzione del conflitto?