Secolarizzazione addio
In Vaticano e in Italia è una teoria guardata con sospetto, quella dell’”economia religiosa”. Tant’è vero che il suo caposcuola, l’americano Rodney Stark della University of Washington, non è mai stato tradotto in italiano, nonostante il suo libro più famoso, “The Rise of Christianity” (“L’ascesa del cristianesimo”), magnificamente scritto e argomentato, riscuoterebbe anche qui sicuro interesse.
Ma ora Stark ha rotto il ghiaccio. Assieme a Massimo Introvigne – studioso dei movimenti religiosi per il Cesnur di Torino – firma un libro che proprio in Italia esce in prima edizione. Il titolo è “Dio è tornato. Indagine sulla rivincita delle religioni in Occidente”.
Stark e Introvigne sono all’antitesi delle teorie della secolarizzazione. Per loro la modernità non è affatto sinomimo di irreligiosità. Gli Stati Uniti ne sarebbero la più clamorosa conferma: là dove la modernità è più sfrenata, il mercato religioso è fiorente. Il luterano Peter Berger, decano dei sociologi della religione di scuola classica, s’è ormai convertito anche lui ai modelli interpretativi di Stark.
Ma altra cosa è il
fiorire della religiosità, e altro è l’affermarsi della fede cristiana. Quel
difetto di trasmissione della fede – di “missionarietà” – che è il punto debole
della Chiesa cattolica d’oggi esige non un meno ma un più di impegno per far
fronte a un mercato religioso sempre più libero e concorrenziale.
Le tesi di Stark e Introvigne sono fatte non per tranquillizzare ma per scuotere
la Chiesa.
di Sandro Magister, da L’Espresso, 14.10.2003
Contrordine: non siamo più così atei
Intervista con Massimo Introvigne, di Roberto Beretta
Fonte: L’“Avvenire”, 8 ottobre 2003
Professor Introvigne: la teoria della secolarizzazione è morta?
“In Europa non credo, certo negli Stati Uniti i suoi sostenitori si contano ormai sulle dita. Nelle sue formulazioni classiche la teoria postula che la modernità sia un veleno per le religioni e che il sacro sia destinato a declinare col crescere del progresso. Era una tesi con origini nel mito del progresso illuminista, da Comte in poi, e cresciuta in ambienti spesso anti-religiosi. Negli anni Ottanta si era propensi a considerare che gli Stati Uniti fossero l'unica eccezione alla teoria: gli Usa infatti sono ai vertici della razionalizzazione, eppure sono anche il paese al mondo dove più gente frequenta chiese, templi e sinagoghe. Ora invece secondo alcuni – visto il vigoroso ritorno alla religione che si registra anche in Africa, Asia e America Latina – l'eccezione alla teoria (in senso contrario agli Usa, ovviamente) sarebbe l'Europa. Noi invece più semplicemente sosteniamo che la teoria della secolarizzazione è tramontata perché non sostenuta dai dati: infatti in paesi sottoposti a processi di modernizzazione molto forte, per esempio le cosiddette Tigri asiatiche, il numero di credenti e praticanti è cresciuto”.
Ma forse le religioni si sono risvegliate un po' ovunque solo perché sono caduti
i Muri ed è finito il tempo della censura ideologica marxista. O magari i
giovani tornano alla spiritualità per reazione a genitori troppo atei o
agnostici.
“È vero anche questo. Ma la teoria dell'economia religiosa vede le cose diversamente: noi postuliamo l'esistenza di una domanda religiosa costante tra i giovani, con variabili contenute, e la diversa risposta dipende dalla qualità dell'offerta e dall'ingerenza dello Stato. In Europa, a mano a mano che si rimuoveranno gli ostacoli legislativi a una vera liberalizzazione religiosa, ci sarà un risveglio religioso. Chi è senza privilegi, infatti, è spinto a cercare le ragioni della propria fede con più determinazione e diventa più capace di trasmetterla”.
Sostenete dunque che la concorrenza fa bene alle religioni?
“Succedeva pure nel Medioevo, quando gli ordini missionari più attivi avevano
più vocazioni. È logico: dove c'è una competizione, anche intraecclesiale,
l'interesse delle persone e la partecipazione religiosa crescono”.
E quando in Italia c'era una Chiesa di massa, allora?
“Ancora oggi in Italia non c'è molto pluralismo sul versante religioso: basti
dire che i non cattolici sono solo il 3,5 per cento. Però vari studiosi hanno
sottolineato l'esistenza di un forte mercato religioso all'interno della Chiesa
cattolica, con diverse proposte e movimenti che competono tra loro: il che forse
spiega il vigore perdurante della pratica religiosa in Italia. Quanto alla
situazione degli anni Cinquanta, siamo proprio sicuri che le statistiche sulla
partecipazione alla messa fossero così plebiscitarie? Semmai, il cattolicesimo
di massa di allora aveva una forte influenza qualitativa».
Quindi i cattolici non dovrebbero preoccuparsi dell'avanzata numerica di altre
religioni?
“Questa è una delle tesi che sosteniamo, naturalmente ‘cum grano salis’. Di per
sé il pluralismo religioso crea nel mondo moderno occasioni favorevoli alle
conversioni, e il confronto sicuramente spinge a migliorarsi. Attenzione: questo
attiene solo alle regole del gioco, che convengono a tutti i giocatori. Ma non
vuol dire che ogni Chiesa non debba cercare di affermare la propria verità. Al
contrario. Uno degli errori più ricorrenti è credere che la teoria dell'economia
religiosa prescinda dal contenuto delle dottrine. Invece per il mercato conta –
e conta molto – anche la qualità del prodotto offerto”.
Infatti lei sostiene che alcune teologie hanno successo e altre no.
“Sì, c'è una sorta di lotta darwiniana anche in campo religioso. Tendono a
prevalere le proposte religiose più esigenti: tra gli ebrei gli ortodossi,
nell'islam i fondamentalisti, e tra i cattolici i movimenti e le congregazioni
più rigide”.
Se non altro, la vostra teoria smonta del tutto il culto di una Chiesa
comprensiva e accomodante.
“La teoria sociologica non può dare giudizi morali. Se parliamo di bilanci
storici, invece, effettivamente quella di adattarsi alle mode è una strategia
perdente. Le Chiese che chiedono poco e danno poco sono sulla via del declino:
vedi certe confessioni scandinave, o le Chiese ‘liberal’ che hanno accettato
tutto: il divorzio, l'aborto, le unioni gay, le donne prete, ma alla fine hanno
perso molti fedeli. Chi tiene ferme esigenze più costose, invece, non ha
registrato lo stesso macroscopico declino”.
Un altro corollario sembra: la missione è necessaria per sopravvivere. Senza
annuncio esplicito, una Chiesa muore.
“Questo i cattolici lo sanno da molto tempo. Ma la teoria dell'economia
religiosa ci fa mettere su una lunghezza d'onda diversa. Anche le Chiese ‘liberal’,
se svolgessero attività missionaria, avrebbero più aderenti; ma nella loro
teologia relativista, per cui tutti si salvano anche se sono non credenti o
addirittura atei, la missione non è contemplata. Ed ecco dunque che queste
Chiese languono non tanto perché siano più pigre delle altre, bensì per un
problema teologico”.
Sembra che, per avere successo, una religione dovrebbe fare il contrario di ciò
che teorizza certa pastorale cattolica à la page.
“È vero, la pastorale ultramoderna si è rivelata fallimentare. Ma è anche vero
che nel dopoconcilio si sono manifestati nel mondo ben sessanta milioni di
carismatici cattolici. Declino da un lato, fioritura dall’altro: una ragione
c’è”.