Il tabu violato
di Gad Lerner
GERUSALEMME - Al culmine dei negoziati di Camp David, quando già Barak aveva violato il tabù israeliano della spartizione di Gerusalemme e nonostante ciò Arafat gli opponeva che mai e poi mai un musulmano avrebbe firmato la rinuncia alla sovranità su Haram al- Sharif (il Nobile Recinto delle Moschee), i consiglieri di Clinton osarono una proposta soltanto in apparenza stravagante: in assenza di alternative, consegniamo alla maestà di Dio la sovranità territoriale sulla roccia dove Abramo era pronto a sacrificare Isacco, Salomone custodì il Decalogo, Maometto pregò prima di ascendere in direzione della Mecca. Proprio così. Qui, sull’incrocio fra Oriente e Occidente, può succedere perfino che i diplomatici americani considerino la delega di sovranità all’Onnipotente come la più laica e pragmatica delle soluzioni.
Anche se non è certo fra quelle contemplate dagli elettori israeliani che oggi decreteranno il trionfo del bulldozer Ariel Sharon. Del resto, non era stato forse il fondatore del sionismo Theodor Herzl il primo a prospettare una ipotesi extraterritoriale per il bacino sacro?
Un’idea
così suggestiva, che sancisca il fallimento della politica di fronte al santo
mistero delle pietre di Gerusalemme, trova già i suoi sostenitori in uomini di
fede integrale ma saggia, come il rabbino Menahem Fruman.
Lui vive da anni nei territori occupati, ed è pronto anche a prendere il
passaporto palestinese pur di continuare a risiedere nella terra della Bibbia,
ma ancor oggi ripete: «Gli uomini siano umili, la smettano di combattere e
ricercare là dove solo il Signore può». Tanto più che la nuova guerra, l’intifada
dedicata per l’appunto alla moschea al Aqsa, è di quelle che nessuno può davvero
vincere; e contrappone per la prima volta nemici che si sono stretti la mano,
continuano a frequentarsi, condividono sia pure in misura diseguale la terra,
l’acqua, il lavoro.
Alla fine, chissà quando, è inevitabile che la delega al soprannaturale divenga l’esito obbligato di una controversia millenaria. Gli esperti già ne studiano la traduzione pratica: agli ebrei le ultime vestigia del Muro Occidentale e il sottosuolo che custodisce i resti del Tempio; ai musulmani la Spianata che si affaccia sul Monte degli Ulivi, con al Aqsa e la cupola dorata del Duomo della Roccia.
Ma intanto si può dire che questa amara, insanguinata campagna elettorale israeliana sia cominciata, in un sussulto emotivo, proprio allorquando Barak violò il tabù della spartizione di Gerusalemme, e funzionari governativi furono incaricati della misurazione del Muro del Pianto e del vasto cimitero ebraico giunto a lambire, subito lì di fronte, i quartieri arabi. «Troppo presto, troppo improvvisato», mi sento ripetere da amici insospettabili di oltranzismo. «Oggi le due parti di una Gerusalemme divisa si trasformerebbero immediatamente in fronti di guerra, come nel 1948».
E allora ecco venire, fulminea come una zampata di leone, giovedì 28 settembre, la passeggiata di Ariel Sharon sull’Haram, facendo seguito all’allarme del dipartimento delle Antichità di Gerusalemme: «Il Waqf, l’autorità islamica, sta scavando là sotto, a nostra insaputa. Abbiamo già trovato fra le macerie resti risalenti all’epoca di Salomone».
Da quel giorno Jon Seligman, l’archeologo responsabile dell’area, non ha più libero accesso sulla Spianata.
L’ha sorvolata in aereo per scattare le fotografie che mi mostra preoccupato.
L’Haram resta in mano ai musulmani. Se scavano per cambiare un tubo dell’acqua vicino al Duomo, la Gerusalemme ebraica trema per la possibile violazione dell’area in cui di certo si trovano i resti del Primo Tempio. Da poche decine sono divenuti migliaia i fanatici predicatori della distruzione delle moschee, purificazione necessaria in vista dell’edificazione del Terzo Tempio.
Ariel Sharon si sente l’unico in grado di cavalcare e circoscrivere questi umori viscerali.
Lui, un sionista laico per nulla osservante i precetti dell’ halacha , domenica sera, senza alzare la voce, misurava le parole giuste per galvanizzare gli ebrei orientali di Holon: «Vi prometto che veglierò su Gerusalemme, il luogo più caro e sacro al popolo d’Israele. Così come veglierò sulla valle del Giordano, sul Golan, sul Negev, e impedirò il ritorno dei palestinesi in mezzo a voi».
Sono scivolose, in questi giorni di pioggia battente, le pietre chiare color di Giudea che lastricano il fazzoletto di terra più conteso del mondo. Francamente non scommetterei su quanti siano gli ebrei e i musulmani pronti a morire per il loro possesso esclusivo.
Ben altre sono le controversie economiche, sociali, militari che si oppongono alla convivenza fra i due popoli fratelli d’Israele e di Palestina.
Ma intanto
è un fatto che queste pietre ripropongono la dimensione irriducibile, assoluta,
di una guerra di appartenenze. Rinverdiscono la memoria dei secoli bui in cui
fede e territorio, spada e preghiera facevano tutt’uno.
Gli stessi israeliani, che avevano vissuto con profondo turbamento la prima
intifada, se n’erano lasciati dividere, perché ripugnava loro l’idea di sparare
addosso a un popolo di lanciatori di pietre, stavolta reagiscono all’opposto:
«Ma come, il temerario Barak vi offre la possibilità di fondare finalmente il
vostro Stato, per giunta con Gerusalemme capitale, e voi per tutta risposta ci
sparate addosso e innalzate la bandiera verde dell’Islam? Allora è vero che
siamo nemici mortali». Per questo la destra di Sharon, un uomo fino a ieri
considerato poco presentabile negli stessi confini d’Israele, oggi vincerà le
elezioni.
Per questo l’intifada al-Aqsa ricompatta le diverse tribù etniche in cui è frantumata la società israeliana, i russi e i marocchini, gli ultraortodossi di Gerusalemme e i disincantati frequentatori dei locali di Tel Aviv. Al contrario della prima intifada, che li aveva lacerati fino al punto da sospingere il duro Rabin a stringere la mano di Arafat.
Il nemico palestinese restituisce un’identità comune all’Israele che l’aveva perduta. Gliela restituisce riesumando i simboli ancestrali stratificati sul Monte del Tempio ebraico divenuto Nobile Recinto islamico; perduto negli ottantotto anni dell’epoca crociata - quando Goffredo di Buglione trasformò al Aqsa in bivacco dei Templari e il Duomo della Roccia in chiesa latina - e infine riconsacrato dal Saladino con l’aspersione d’acqua di rose. Quel venerdì 2 ottobre 1187, il 27 del mese di radjab , evento ricordato come il giorno della Liberazione della Sposa, è tornato quest’anno a essere celebrato come simbolo di guerra santa. Per sopravvivere, Arafat si fregia volentieri del titolo di Nuovo Saladino, come già Saddam Hussein prima di lui.
Si era fatto di tutto perché ciò non accadesse; per circoscrivere il già abbastanza tragico conflitto arabo-israeliano nei suoi termini razionali e nazionali. Il 7 giugno 1967, quando i paracadutisti di Tsahal giunsero al Muro del Pianto, Moshe Dayan in persona ordinò di rimuovere immediatamente i vessilli con la Stella di Davide che un ufficiale aveva avuto l’impudenza di issare sulle due moschee sacre all’Islam. E il gran rabbinato d’Israele subito emanava un decreto provvidenziale: proibizione assoluta di preghiera per gli ebrei sul Monte del Tempio, onde evitare il rischio che venga calpestato l’inaccessibile Sancta Sanctorum ove i sacerdoti custodivano l’Arca dell’Alleanza stipulata col Signore sul Monte Sinai. Oggi c’è già qualche deputato della destra che invoca la revoca di quel decreto. Né mancano gli originali predicatori del Terzo Tempio che si esercitano su animali di plastica per i futuri sacrifici, i presunti eredi dei sacerdoti Cohanim che si dispongono al rinnovato sacerdozio, perfino gli studiosi di ingegneria genetica che sognano la creazione del bue rosso necessario alla purificazione rituale.
Il fallimento del generale matematico Barak, che aveva esibito il grafico di una pace logica oggi solo sulla carta, spalanca la strada al generale guerriero Sharon. Gerusalemme torna a respirare il pericolo di un’Apocalisse solamente umana. Quella spianata al centro della Città Vecchia, dove dal 28 settembre non mette più piede un turista perché sarebbe poco estetico aprirla ai visitatori mentre a pochi chilometri si muore nel suo nome, si ripropone come simbolo magnifico e terribile.