Martin Luther King: trentanove anni vissuti coraggiosamente
di Roberto Zichitella
Fonte: Famiglia Cristiana, n. 12 – 1998,
Per capire chi è stato Martin Luther King e che cosa ha rappresentato per il popolo nero d’America, basterebbe osservare con attenzione qualche foto degli anni Sessanta. Le foto scattate negli Stati del Sud degli Stati Uniti, dove i neri venivano discriminati, segregati, offesi ogni giorno. Le foto dei gabinetti distinti per i bianchi e per i neri, e poi le facce dei razzisti bianchi. Razzisti di ogni età: anziani, ma molti anche giovani, con la maglietta bianca, i capelli a spazzola, gli occhi pieni di odio. Una foto mostra uno di questi giovani bianchi che inalbera un cartello dove si legge: "Manteniamo l’Alabama bianca". Un altro cartello, in una manifestazione, porta scritto: "Dietro la società multirazziale ci sono i comunisti e gli ebrei". Un’altra foto: i poliziotti bianchi di Birmingham che aizzano i cani lupo contro i manifestanti neri e un cane che lacera i pantaloni di un poveraccio nel mezzo della mischia.
La grandezza di Martin Luther King sta nell’aver dedicato la sua vita all’impegno per ridare dignità al popolo nero d’America. E King ha pagato questo impegno finendo ammazzato come troppi uomini simbolo dell’America di quegli anni. Ricordiamo: John Kennedy viene ucciso nel 1963, Malcolm X nel 1965, Martin Luther King e Robert Kennedy nel 1968.
Martin Luther King nasce ad Atlanta, in Georgia, il 15 gennaio del 1929. Figlio di un pastore battista, dedica la sua gioventù agli studi. Frequenta il college di Morehouse, quindi segue corsi di teologia e di filosofia. Nel 1951, mentre studia filosofia a Boston, conosce Coretta, una ragazza dell’Alabama. Martin e Coretta di sposano nel giugno del 1953 in Alabama, il matrimonio viene celebrato dal padre di Martin. La coppia, che pure ha sperimentato il clima più tollerante del Nordest degli Stati Uniti, sceglie di vivere in Alabama, a Montgomery. Proprio a Montgomery, nel dicembre del 1955, esplode un caso di importanza decisiva nella lotta dei neri per il riconoscimento dei loro diritti civili. Accade che una distinta signora nera, Rosa Parks, rifiuta di cedere ai bianchi il posto che aveva occupato su un autobus. Per i bianchi razzisti il gesto della signora Parks è inaudito, così fanno intervenire la polizia, che arresta la donna.
In poche ore esplode la rivolta dei neri. È una rivolta pacifica, che si manifesta nel boicottaggio degli autobus. Migliaia di neri decidono di andare al lavoro a piedi. Martin Luther King si impone presto come il leader della protesta. In quei giorni dichiara: «Dio ha deciso di utilizzare Montgomery come banco di prova per la lotta e il trionfo della libertà e della giustizia in America». Ma la strada verso il trionfo è ancora lunga. Martin Luther King subisce un attentato dinamitardo alla sua casa («Non lasciamoci prendere dal panico. Non lasciamoci trascinare dalle armi. Chi di spada ferisce, di spada perisce», è il suo commento), viene denunciato per cospirazione. Ci vorrà un anno per far applicare a Montgomery l’ordine federale che proibisce la segregazione sugli autobus.
Il successo di Montgomery consacra Martin Luther King come la guida del movimento nero non violento. Le manifestazioni, i boicottaggi, i sit-in si moltiplicano. Nel maggio del 1957 King riesce a portare a Washington, per una manifestazione, 25 mila persone. Questo ruolo lo espone anche a pericoli: nel settembre del 1957 una donna nera squilibrata lo pugnala al petto con un fermacarte durante un incontro pubblico a New York. La ferita è profonda, ma King si salva.
Accanto al pastore King c’è sempre la moglie Coretta. Nel 1959 vanno insieme in India, un luogo simbolico per chi predica la nonviolenza. Al suo arrivo King dichiara: «In altre nazioni posso andare come turista, ma in India vengo come pellegrino. Perché l’India per me significa il Mahatma Gandhi, un uomo veramente grande del nostro tempo».
Gli anni Sessanta, gli ultimi otto anni della vita di Martin Luther King, sono un periodo di gioie e dolori, di vittorie e sconfitte, di consensi e di ostilità (anche all’interno della "famiglia nera"). I successi sono molti, collettivi e personali. Il 28 agosto 1963 è il giorno della grande marcia di 250 mila neri su Washington e del celebre discorso che comincia con le parole I have a dream, ho un sogno. Il 1964 inizia con la copertina della rivista Time dedicata a King come "uomo dell’anno" e si conclude con l’assegnazione del premio Nobel per la pace. Sempre nel 1964 viene finalmente approvata la legge per i diritti civili.
Ma non mancano le amarezze. L’uccisione del presidente Kennedy a Dallas nel novembre del 1963 priva King di un alleato prezioso nelle sue battaglie civili. In questi anni poi diviene sempre più evidente la divisione all’interno del movimento dei neri. All’ala nonviolenta di Martin Luther King comincia infatti a contrapporsi un’ala più radicale e aggressiva, che predica il ricorso alla forza, che all’integrazione nella società bianca preferisce l’esaltazione dei valori culturali dei neri: è il Black Power.
Nello stesso tempo King viene tenuto sotto pressione dalle autorità, che sono pronte a ostacolarlo con ogni pretesto (subisce una dura condanna anche per guida senza patente). Inoltre viene messo sotto stretto controllo da Edgar Hoover, il potente e paranoico capo dell’Fbi. Grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali, Hoover scopre le numerose avventure extraconiugali di Martin Luther King. Per il capo dell’Fbi, King è un donnaiolo, un omosessuale e un comunista sovversivo. King è ben conscio dell’opera di spionaggio di Hoover e proprio una intercettazione dell’Fbi contiene un suo amaro sfogo: «Sono decisi a distruggermi; decisi a mettermi fuori gioco, a tormentarmi, a spezzarmi i nervi».
A metà degli anni Sessanta il Black Power incendia i ghetti neri. Scoppiano rivolte a Watts, Chicago, Cleveland, Atlanta, Newark, Detroit. Tra il 1965 e il 1967 si contano 130 morti, 3.600 feriti, 29 mila arresti. Il Black Power mira a creare una società nera distinta e ostile a quella bianca.
Martin Luther King si sente sempre più isolato e un giorno dichiara: «Anche se tutti i neri degli Stati Uniti dovessero pensare che i neri devono usare la violenza, io mi leverò e la mia sola voce dirà che la violenza non è efficace, è controproducente e che in quel modo non otterremo mai quanto vogliamo».
Nonostante il messaggio nonviolento, che lo porta a condannare anche l’intervento americano in Vietnam («Per ciascun ferito provocato dagli attacchi dei Vietcong, gli americani ne provocano almeno venti», dice un giorno), King continua ad attirare l’ostilità dei bianchi. Nel 1967 King finisce ancora in prigione con l’accusa di aver partecipato a una manifestazione non autorizzata. Alla fine dello stesso anno inizia a pensare alla possibilità di una grande marcia non solo dei neri, ma anche di tutti i poveri e gli oppressi degli Stati Uniti.
La marcia viene programmata per la fine di aprile del 1968, ma non ci sarà più tempo. La sera di mercoledì 3 aprile Martin Luther King tiene un sermone al Mason Temple di Memphis. Parla con toni profetici e forse avverte il presagio della propria morte. «In questo momento», dice, «non sono preoccupato dal mio desiderio di vivere. Desidero soltanto che si compia la volontà di Dio. Egli mi ha concesso di salire in cima alla montagna, io ho guardato oltre e ho visto la Terra Promessa. Forse io non arriverò fin là con voi, ma voglio che sappiate, questa notte, che noi, come popolo, giungeremo alla Terra Promessa».
Il giorno dopo, il 4 aprile 1968, all’età di 39 anni, Martin Luther King viene abbattuto da una fucilata mentre si trova sulla terrazza di un albergo. Ai suoi funerali partecipano centocinquantamila persone.
La più grande eredità di Martin Luther King sono le sue parole. Ecco alcune frasi pronunciate durante memorabili discorsi pubblici.
«È mia personale convinzione che il più potente strumento di cui la comunità nera si può servire per conquistare la sua totale emancipazione in America è quello della resistenza nonviolenta. Gli avvenimenti degli ultimi anni confortano la mia fiducia che, utilizzando la nonviolenza, si può far molto per risvegliare nei neri un senso di rispetto di sé e della dignità umana. L’idea gandhiana del non reagire all’offesa è parallela alla dottrina ebraico-cristiana del carattere sacro di ogni essere umano». (Nashville, 27 dicembre 1962).
«La nostra meta è la libertà, e io credo che vi giungeremo perché, per quanto se ne possa deviare, il fine dell’America è la libertà. Per quanto ingiuriati e beffati possiamo essere come popolo, il nostro destino è legato al destino dell’America». (Washington, 31 marzo 1968).
«Io ho un sogno. Io sogno che un giorno questa nazione si rialzi, e viva il vero significato del proprio credo. Io ho un sogno: che i figli degli schiavi e degli schiavisti un giorno vivano assieme come fratelli... Io ho un sogno: che un giorno i miei figli siano giudicati non per il colore della loro pelle ma per il loro carattere... Questo sarà il giorno nel quale tutti i figli di Dio, uomini bianchi e uomini neri, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, saranno capaci di prendersi per mano e di cantare con le parole di un antico spiritual negro: "Finalmente libero! Finalmente libero! Grande Dio onnipotente, siamo finalmente liberi!"». (Washington, 28 agosto 1963).