Israele e la sinistra italiana

 

di Piero Fassino

 

Il rapporto tra l’ebraismo e la sinistra è un rapporto storico e culturale molto profondo. Si può – anzi, si deve – affermare che una della radici culturali della sinistra, quanto meno di quella europea, è la cultura ebraica. Basterebbe pensare come alla fine dell’Ottocento il movimento socialista e quello sionista nascano insieme. E l’identità comune non sia solo temporale, ma riguardi anche le persone, che spesso sono le stesse, in un caso e nell’altro. Il sionismo contiene dentro di sé una carica di liberazione che non è soltanto nazionale e religiosa, ma anche sociale. Nel testo fondamentale di Teodoro Herzl Lo Stato ebraico, si ipotizza che la bandiera del movimento sionista possa essere una bandiera azzurra con sette stelle, che Herzl motiva come le sette ore di lavoro. D’altra parte, i dirigenti dei partiti socialisti all’inizio del Novecento in molti paesi dell’Europa centrale erano molto spesso personalità di cultura e di religione ebraica. E lo stesso accadde dopo la Rivoluzione d’ottobre per molti partiti comunisti dell’Europa centrale e orientale.

 

Il Bund, l’organizzazione socialista ebraica, era riconosciuta dall’Internazionale Comunista. Per non menzionare quanto la comune lotta contro il nazismo e il fascismo, e la tragedia della shoah, avessero cementato il rapporto tra ebraismo e sinistra. Per decenni, d’istinto, un ebreo si sentiva sicuro a sinistra, e la sinistra si sentiva naturalmente vicina agli ebrei. Se guardo dentro casa mia, tra gli amici di mio padre ricordo molti ebrei - i Finzi, i Donini, i Levi, i Fubini, i Bedarida - uniti a noi dalla comune esperienza della lotta antifascista che aveva creato rapporti di fratellanza fortissimi.

Negli archivi della federazione torinese del Pci ho ritrovato una locandina del 1948, illustrata con quello stile di verismo tipico dell’epoca, sulla quale era disegnato di un piroscafo in partenza da Livorno verso la Palestina: era una locandina per promuovere una sottoscrizione di fondi alla Fiat, organizzata dal Pci per pagare il viaggio degli ebrei che volevano andare a  vivere in Israele.

 

Come mai “sinistra” e “Israele”, che subito dopo la seconda guerra mondiale erano quasi sinonimi – tanto che l’Unione Sovietica non solo fu uno dei primi paesi a votare all’Onu a favore del piano di spartizione dell’ex mandato britannico della Palestina che fece nascere Israele, ma anche gli fornì, attraverso la Cecoslovacchia, le armi per combattere gli eserciti arabi entrati in Palestina il 15 maggio 1948 – sono successivamente diventati termini così lontani?

 

La frattura fra sinistra ed ebraismo comincia con lo stalinismo, ed il suo indegno uso dell’antisionismo come una delle forme con cui reprimere i dirigenti delle nascenti repubbliche popolari dell’est Europa, utilizzando il fatto che molti di essi fossero ebrei. In Unione Sovietica negli anni Cinquanta, nell’epoca delle purghe staliniane più dure, fu frequente l’accusa di essere sionisti rivolta a coloro che venivano giustiziati o mandati nei lager. Nel gennaio del 1953 addirittura si inventò, per scatenare una delle ricorrenti ondate repressive contro gli oppositori, il “complotto dei camici bianchi” contro Stalin, accusando un gruppo di medici ebrei di avere tramato per ucciderlo. La frattura tra sinistra e ebraismo nasce dunque nel blocco sovietico negli anni ’50. E tuttavia, è solo nel 1967 che si allarga all’Europa occidentale come riflesso dello scontro bipolare. Nella guerra dei Sei giorni nel 1967 Israele viene infatti sostenuta dagli Stati Uniti, mentre tutta la sinistra sostiene i paesi arabi, in quegli anni guidati dall’Egitto di Nasser e sostenuti dall’Urss. Una lacerazione che si ripetè nel ’73, in occasione della guerra del Kippur.

 

Dunque, a dividere sinistra e Israele fu più la guerra fredda e la forzata riduzione di tutte le posizioni ad essere o di qua o di là che un vero e proprio “divorzio” irrimediabile.

 

Ciononostante, e forse proprio per questo, la lacerazione fu un dramma soprattutto in tantissimi ebrei di sinistra.  Il Pci in Italia si sforzò di contenerne la frattura e – al contrario di tutti gli altri partiti comunisti dell’Europa occidentale – non interruppe mai i rapporti con Israele. Naturalmente in quegli anni la sinistra italiana sosteneva soprattutto la causa palestinese e si schierava in modo acritico con il mondo arabo, ma mantenendo  tuttavia sempre un filo di rapporti con Israele e la sinistra israeliana e con la comunità ebraica italiana, parte della sua carne viva.

 

Il primo momento di svolta avvenne nel 1982 con la guerra in Libano. Al contrario di quelle del ’67 e del ’73, la guerra in Libano sollevò molti dubbi nella società israeliana. Dopo i massacri di Sabra e Chatila la società israeliana manifestò la sua protesta e sdegno – con la grande manifestazione di 400mila persone a Tel Aviv, il che significa che un israeliano su dieci era fisicamente in quella piazza – rendendo evidente ciò che si sarebbe già dovuto sapere, anche da parte della sinistra italiana: che Israele è un paese profondamente democratico – il che non vuol dire che non sbagli o non commetta torti, è ovvio, ma semplicemente che opera attraverso il consenso della maggioranza dei suoi cittadini – nel quale esiste una estesa ed autentica dialettica politica. Ogni caricatura compiacente di questo piccolo, ma grande paese cominciò così a essere messa in discussione.

 

Iniziò lì una marcia di riavvicinamento e di interlocuzione sempre più intensa tra sinistra e Israele e sinistra e ebraismo, che porterà il principale partito della sinistra – prima come Pci e poi come Pds e Ds – a stabilire intensi e forti rapporti di collaborazione con le forze politiche israeliane e, in Italia, con  le comunità ebraiche.

 

Oggi il rapporto tra Israele e la sinistra italiana è intenso, solido ed amichevole, perché cresce e si rafforza nella chiarezza e nella lealtà. Noi ci sentiamo vicini ad Israele nella sua aspirazione a vivere sicuro. Anche per questo siamo molto preoccupati per la guerra che si sta combattendo in Iraq e per l’escalation drammatica di violenza che sta travolgendo il Medio Oriente,  insanguinando ogni giorno con nuove vittime la terra d’Israele e i Territori Palestinesi. Per questo siamo pieni di orrore per gli attentati kamikaze che fanno strage di innocenti civili israeliani, e per gli innocenti morti palestinesi di tutte le età coinvolti dagli interventi dell’esercito israeliano. “La guerra è come la notte: copre tutto” ha scritto nel suo bellissimo “L’alba” il premio Nobel per la pace Elie Wiesel.

Siamo figli dell’Europa e sappiamo, lo abbiamo appreso dai nostri genitori e dalla nostra storia, quanto sia forte – a volte quasi irresistibile – la tentazione di porre mano alle armi in contese con il proprio vicino. Però sappiamo anche che è possibile un’altra strada: quella del dialogo, del rispetto reciproco, del confronto anche duro ma disarmato. La nascita dell’Europa unita, l’esistenza dell’Unione Europea, testimonia che questo miracolo è possibile. Per questo oggi, guardando con dolore al drammatico conflitto in Medio Oriente - dove israeliani e palestinesi lottano avvinghiati l’uno all’altro sull’orlo di un baratro, rischiando di cadervi insieme da un momento all’altro - non vogliamo arrenderci alla disperata logica delle armi: perché non è con le armi che si troverà una soluzione.

In Medio Oriente l’unica possibilità è cercare di vivere due diritti l’uno al fianco dell’altro, e non l’uno al posto dell’altro. Ciò non significa inseguire miraggi di armonia universale: il contrario della guerra è la pace, non l’amore. Il nostro obiettivo è dunque  costruire una pace duratura, agendo in ogni sede per creare le condizioni del dialogo e del negoziato: riconoscendo il diritto del popolo palestinese ad avere uno Stato indipendente e il diritto di Israele di vivere nella sicurezza, al riparo da ogni minaccia anche esterna di altri paesi, e dentro confini riconosciuti. Perché il conflitto in corso – che diventa sempre più simile ad una guerra –  non è tra una ragione e un torto, ma tra due diritti egualmente legittimi. E la sinistra italiana è pronta a fare la sua parte perché entrambi siano garantiti e le ragioni della politica e del dialogo possano diradare le tenebre che avvolgono questa tormentata e bellissima regione, perché al più presto l’anniversario della nascita dello Stato d’Israele possa essere festeggiato in pace e gli anni a venire restituiscano a due popoli, ora in lotta, la luce di una vita pienamente vissuta e piena di speranza per il futuro.