La riduzione islamica
di Nicola Bux, tratto da "Il quinto sigillo, l'unità dei cristiani verso il terzo millennio", pp.173, Libreria Ed. Vaticana - 00120 Città del Vaticano, 1997. L. 22.000.
Fonte: Franciscan Printing Press
Un testo del 1997 sotto molti aspetti "profetico". Ecco le pagine dedicate all'Islam.
Sono ormai numerosi i gruppi cattolici che cercano un dialogo con l'islam; se ne può comprendere la buona fede, ma va notato che esso non si svolge sulle questioni fondamentali, sì da avere le caratteristiche di un monologo. Per il musulmano il dialogo è sinonimo di incertezza della propria fede. Il cristiano deve allora essere avvertito circa la premessa su cui impostarlo. Si può, per esempio, condividere l'idea che l'islam sia una religione rivelata, senza cadere nel relativismo inter-religioso?
Chiunque, conoscendo l'Antico e il Nuovo Testamento, legga il Corano, vede con chiarezza il processo di riduzione della Divina Rivelazione che in esso si è compiuto: lo afferma Giovanni Paolo II, il quale rileva anche che l'islamismo non è una religione di redenzione; sicché la teologia, se così si può dire, e l'antropologia sono molto distanti da quelle cristiane. Se è vero che la religiosità dei musulmani merita rispetto, atteggiamento essenziale ad ogni tentativo di incontro e di collaborazione, il dialogo teologico è molto difficile, anche a voler considerare benevolmente il tentativo di Louis Massignon. È possibile allora la collaborazione? Si ritiene che il mondo musulmano, non arabo all'80%, è tollerante, a differenza dei paesi arabi ove la situazione dei cristiani è drammatica, stretti come sono tra emigrazione, emarginazione e persecuzione. Questa diversità fa ritenere opportuni il dialogo e la collaborazione.
In verità una sura (2,62) del Corano sostiene che i musulmani, gli ebrei e i cristiani, e ogni sapiente che crede in Dio e che agisce giustamente, nell'ultimo giorno è accettato da Dio, pertanto, afferma: <<Chi vuol credere creda, chi non vuol credere non creda>>. Questo versetto rende uguali i musulmani e i non musulmani, secondo Said al Ashmawi, tra i massimi studiosi di diritto del Cairo ed esponente islamico moderato; pertanto i non musulmani non devono essere combattuti come eretici, ma bisogna cooperare con loro, lasciando il giudizio a Dio nell'ultimo giorno (v. anche sura 5.69).
Frattanto non pochi cristiani in Medioriente e in Europa si convertono all'islam; alcuni imam preannunciano che l'Europa nel prossimo secolo si convertirà tutta.
Però, mentre è da poco tempo che gli europei moderni incontrano i musulmani, per i cristiani orientali è invece una consuetudine di tredici secoli. Forse c'è da imparare qualcosa da questi cristiani arabi quanto al rapporto con l'islam? Essi cercano di abbattere il pregiudizio islamico che identifica l'essere cristiano e l'essere occidentale.
Il papa, durante la guerra del Golfo, convocò a Roma i patriarchi cattolici orientali. Com'è noto, la Chiesa si dissociò e condannò apertamente le operazioni belliche e l'embargo. A sorpresa l'associazione islamica mondiale, che rappresenta cinquantatré stati, fece pervenire un messaggio in appoggio e propose la sua collaborazione. Giovanni Paolo II era riuscito a far comprendere, almeno in quel momento, che l'occidente non è sinonimo di cristianesimo. Per la mentalità musulmana il Medioriente è <<terra d'islam>> e l'Europa terra cristiana da islamizzare; un giornale turco, dopo le elezioni di ottobre '91, pubblicava un articolo in cui assimilava i lavoratori turchi in Europa a dei missionari che devono islamizzarla a motivo del suo impoverimento spirituale.
Tra gli Islam dei vari paesi, pochi sono disposti alla cooperazione: non al dialogo teologico, in quanto il buon musulmano, stando alla lettera del Corano, non ne può discutere alcun articolo, pena la apostasia. Ciò nonostante i tentativi di dialogo da parte cattolica vi sono stati, a partire dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate e dalla conferenza di Tripoli nel febbraio '76.
Certamente, lo status di dhimmi, la protezione che gli stati musulmani impongono ai cristiani e che viene presentata come esempio di tolleranza, dovrebbe cedere il posto all'eguaglianza; altrimenti, anche a causa di questo continuerà l'emigrazione dei cristiani o l'apostasia pressoché obbligata, come in Egitto.
Nei paesi dove i musulmani non sono al potere, i rapporti con i cristiani sembrano stazionari, anche se l'idea che hanno della libertà di coscienza, dei matrimoni misti, della famiglia, delle istituzioni pubbliche è abbastanza diversa da quella dei cristiani. Tutto questo va tenuto presente dai cristiani europei quando si affronta la questione della reciprocità. Oltre a preoccuparsi dell'accoglienza degli arabi musulmani, le chiese europee dovrebbero preoccuparsi degli arabi cristiani, che sono il nostro primo prossimo. Quanto sta accadendo in Vicino Oriente va considerato come un laboratorio per l'occidente, dove così facilmente si parla di società multietnica e multiculturale.
Entro il 2000 dovremo forse rivedere drasticamente il significato e il senso del dialogo: il dialogo, in particolare, va coniugato con la missione. Ho incontrato singolarmente diversi musulmani, specialmente in Turchia e in Giordania, che vogliono farsi cristiani: si erano rivolti a preti cattolici o ortodossi, ma non li hanno aiutati nel loro desiderio, perché temono che i governi facciano perdere alle chiese locali i diritti acquisiti. I protestanti invece, apparentemente più liberi da questi condizionamenti, li hanno accolti, li catechizzano e battezzano. Quindi, l'essere musulmani o ebrei non è, malgrado i condizionamenti socio-politici, un fatto irreversibile.
Una delle confusioni possibili è credere che le popolazioni che vivono attualmente nei paesi islamici siano determinate dalla loro religione in tutte le dimensioni dei loro comportamenti; invece, sono i problemi economici, politici e di accesso alla modernità, i problemi del terzo mondo, a caratterizzarli e ad apparentarli all'Africa nera o all'America del sud, cristiana, o alla Cina o all'India. La missione, con tutte le cautele, è possibile: da questo dipende l'avvenire della presenza cristiana in terra d'islam.
Il problema dell'oriente è un problema della Chiesa universale. San Paolo ne aveva coscienza quando invitava: "Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della predicazione e possiamo comunicare al mistero di Cristo"; (Col 4,2). Tra coloro che oggi ne sono consapevoli e avanzano delle proposte, v'è padre Khalil Samir, tra i massimi esperti della tradizione araba cristiana. Anche i patriarchi cattolici e i vescovi latini della regione araba hanno ampiamente documentato gli aspetti da tenere presenti e le cose da evitare.
Una proposta per lo sviluppo della missione della Chiesa in oriente: favorire il diffondersi dell'esperienza dei movimenti ecclesiali, con maggiore decisione da parte della gerarchia; alcuni di essi già hanno attecchito prevalentemente tra i cristiani, ridonando consapevolezza d'identità; dovrebbero essere ora aiutati a diffondere l'esperienza tra i musulmani; per questo devono conoscere anche le caratteristiche religiose e culturali del Vicino Oriente.
Si pensi che l'islam avanza dal 10 al 16% l'anno, mentre i cristiani arretrano, perché emigrano o passano all'islam. Un seminario della Charitas, guidato dal segretario del pontificio consiglio delle migrazioni, a Beyrouth nel '93 ha appurato che le cause dell'estinzione dei cristiani nel Vicino Oriente sono: l'esodo dovuto alle guerre e conflitti locali e la mancanza di piena cittadinanza sia nel mondo musulmano che ebraico. Il confronto con le percentuali di inizio secolo si commenta da sé: Turchia da 32 a 0,2%, Iran da 35 a 5%, Siria da 40 a 10%, Palestina e Giordania da 25 a 4%, Egitto da 10 a 7%.
In Turchia, come in Arabia Saudita, è vietata la costruzione di chiese; la legge statale non permette che aumenti il numero dei cristiani, così sono proibite le conversioni. Di fatto ci sono musulmani convertiti al cristianesimo che, una volta scoperti, vengono vessati ed anche torturati, devono andar via di casa, lasciare il lavoro. Dinanzi a questo fenomeno le comunità cristiane locali sono quasi impotenti.
In Siria, invece, lo Stato ancora onnipresente consente un qualche statuto di autonomia alle antiche chiese cristiane, che possono così promuovere opere culturali e caritative. La vita cristiana ha bisogno di rivitalizzazione; stanno fiorendo nuove esperienze ecclesiali. Una legge del '91 ha liberalizzato gli investimenti stranieri, ma la situazione economica è drammaticamente sotto il segno della corruzione: non esiste più la classe media, ma un oligopolio e una massa in situazione d'indigenza. Il vicario apostolico latino mons. Armando Bortolaso dice che Aleppo, la seconda città della Siria, ha visto in quarant'anni dimezzare i cristiani dal 30 al 15%; i giovani emigrano, così tra le ragazze nubili v'è un rapporto di 3 a 1. Allora le chiese cercano con fatica di costruire appartamenti da fittare alle giovani coppie, in quartieri dove sussiste una presenza cristiana: i cristiani infatti vogliono abitare insieme per non avere problemi di convivenza con i musulmani.
La situazione è molto complessa in Libano dopo la guerra, e per le divisioni da essa prodotte tra i cristiani, e per la grave situazione economica che ha portato alla fame molte famiglie medie. Forse i risultati del Sinodo del '95 aiuteranno a guardare a tutto il Vicino Oriente e il viaggio auspicato del Papa sulle orme di Abramo tra i cristiani arabi - sono 12 milioni circa e i cattolici una minoranza al suo interno - alla dimensione ecumenica dovrà prudentemente aggiungere la dimensione missionaria.
In Egitto vi sono 172 scuole cattoliche con 300.000 studenti e un istituto teologico con 200 studenti ad Assyut. Forse bisognerebbe promuovere con pazienza e perseveranza, a motivo dell'incostanza degli egiziani, una università cattolica al Cairo. E' vero che i cattolici sono circa trecentomila a confronto con i 7/8 milioni di copti ortodossi, ma è nota la forza di attrazione di tale istituzione.
In Iraq, dove sono stato cinque volte dalla vigilia della Guerra del Golfo, la situazione è notevolmente peggiorata, soprattutto sul piano economico: la Mezzaluna rossa (organizzazione analoga alla Croce Rossa) ha distribuito gli aiuti internazionali esclusivamente ai musulmani. Tutto questo ha costretto molte organizzazioni cattoliche a sospendere ogni aiuto. Il patriarca caldeo Bidawid con l'arcivescovo latino di Baghdad, mons. Paul Dahdah, sostiene la necessità di promuovere progetti da parte di imprenditori cristiani europei per fermare l'emigrazione dei cristiani; gli aiuti caritativi di associazioni come il Cnewa (Catholic Near East Welfare Association), pur lodevoli, non risolvono il problema.
L'oriente è ad una svolta e la Chiesa deve essere pronta ad affrontarla, credendo alla forza del vangelo di per sé creativa, più che alla politica. In tal senso va promosso un vasto movimento di solidarietà umana ed ecclesiale; va fatta conoscere la condizione delle comunità cristiane, sostenendo la presenza della Chiesa e sviluppando i rapporti; si deve imparare a rapportarsi agli immigrati arabi in Europa dall'esperienza plurisecolare di convivenza dei cristiani arabi tra i musulmani; bisogna poi orientare i dicasteri competenti, ecclesiastici e statali, a valorizzare il ruolo delle comunità cristiane nei progetti di sviluppo e cooperazione, in base al principio di una doverosa reciprocità di trattamento da parte degli stati musulmani.
Su tutto questo incombe però l'incognita del fondamentalismo. Mordechai Abit, docente di studi islamici e mediorientali all'università ebraica di Gerusalemme, individua le cause d'attecchimento tra le masse, nell'incremento demografico, l'assenza di sviluppo e un tenore di vita in declino. C'è troppa corruzione nei cosiddetti governi laici dei paesi arabi, perciò la gente finisce per preferire una teocrazia governata da giuristi o leaders religiosi. Tutto cresce proporzionalmente all'apatia e ostilità della società musulmana nei confronti dell'Occidente e dei valori cristiani. Cercare allora la salvezza nei principi dell'islam del sec. VII diventa scontato, fino ad impedire, di conformarsi all'economia e tecnologia moderna. Abir ritiene così che l'attuale processo di pace consegnerà il futuro stato palestinese ad Hamas; l'Olp non ce la farà.
E i cristiani? L'attuale leadership cristiano-palestinese afferma spesso, quasi a rassicurare gli interlocutori musulmani, che i cristiani, pur di fede diversa, sono impregnati di cultura islamica - quanto poi i musulmani distinguano cultura e religione è da capire - e tali vogliono rimanere. Cosa significhi questo in Medio Oriente, è facile capirlo: la fede non si traduce in visibile presenza sociale - non ne ha la forza ma nemmeno le sarebbe concesso - e si identifica con la nazione palestinese, siriana, etc, che per i musulmani non può essere che solo e totalmente islamica. Come in Egitto, anzi peggio, si prepara l'odio per i cristiani, anche perché essi compongono buona parte della borghesia e della classe intellettuale palestinese.