Europa e islam: le due identità smarrite
La minaccia terroristica ha fatto esplodere il conflitto tra Occidente e mondo musulmano. Ma le ragioni dello scontro sono più profonde. Sono dentro l’una e l’altra civiltà. In un libro controcorrente, un filosofo inglese spiega come e perché
di Sandro Magister
Fonte: www.chiesa.it, 16\12\2004
È
uscito da pochi giorni in Italia un libro su Occidente e islam, sul primo più
ancora che sul secondo, che è una lettura d’obbligo anche per i diplomatici
vaticani. È stampato da Vita & Pensiero, l’editrice dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore. Ne è autore Roger Scruton, filosofo e saggista inglese, già
professore al Birkbeck College di Londra e alla Boston University. Il titolo
originale è "The West and the Rest". La versione italiana, "L’Occidente e gli
altri", è apparsa nella collana di geopolitica dell’Alta Scuola di Economia e di
Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica diretta da Vittorio E. Parsi,
che è anche editorialista del quotidiano della conferenza episcopale italiana,
"Avvenire", ed esperto di fiducia del cardinale Camillo Ruini.
Già le primissime righe del libro vanno contro i canoni del politicamente
corretto:
"La famosa tesi di Samuel Huntington secondo la quale alla guerra fredda sarebbe
seguito uno scontro di civiltà ha più credibilità oggi di quanta ne avesse nel
1993, quando fu avanzata per la prima volta".
Ma molto più ricco di sorprese è il seguito. Se la libertà di cui si fa vanto la
civiltà occidentale comprende anche il rifiuto di sé – e Scruton riserva a
questa pervasiva cultura del rifiuto uno dei suoi capitoli più fiammeggianti –
allora "si tratta di una civiltà volta alla sua stessa distruzione". Viceversa
l’islam si definisce non in termini di libertà ma di sottomissione: e anche
questa sottomissione è autodistruttiva. È prigioniera di un testo sacro, il
Corano, che finché continua a esser letto al di fuori del tempo e della storia
fa di ogni musulmano uno sradicato. Nella prefazione all’edizione italiana del
volume, Khaled Fouad Allam – acuto intellettuale della diaspora musulmana,
algerino con cittadinanza in Italia – convalida in pieno questa condizione di
smarrimento di sé, dell’islam nella modernità.
E non è tutto. A giudizio di Scruton, ciò che rende ancora più esplosivo lo
scontro tra le due civiltà è l’avanzata della globalizzazione. Essa diffonde
nelle nazioni musulmane immagini, prodotti e figure delle democrazie occidentali
secolarizzate, sia in quanto hanno di attrattivo e vincente, per ricchezza e
potere tecnologico, sia in quanto hanno di vacillante e morente, sul terreno
della cultura e dell’identità collettiva. E così, scrive Scruton:
"Lo spettacolo della libertà e della ricchezza occidentali, che si accompagna al
declino dell’Occidente e allo sgretolarsi delle sue fedi, provoca
necessariamente, in chi invidia il primo e disprezza i secondi, un cocente
desiderio di punire".
L’analisi di Scruton ha passaggi di grande acume. Tali sono ad esempio le pagine
– qui riprodotte in parte, più sotto – sull’invasione dei modelli architettonici
dell’Europa del Novecento nelle città nordafricane e mediorientali: con effetti
distruttivi non solo dell’urbanistica, ma della cultura e della stessa visione
politica e religiosa.
Altri passaggi folgoranti del libro sono quelli che criticano la tendenza a dar
vita a legislazioni transanazionali, a corti penali internazionali, alla stessa
Unione Europea come superstato, in realtà nuova "mano invisibile
dell’imperialismo" ed "espressione politica della cultura del rifiuto". A
giudizio di Scruton solo la giurisdizione territoriale e le fedeltà nazionali
possono fondare una cittadinanza condivisa e ospitale, anche per il musulmano.
In Occidente sono gli Stati Uniti a tener ferma questa consapevolezza:
"Il trionfo dell’America è stato di persuadere ondate di immigrati a rinunziare
a tutti i legami conflittuali e a identificarsi con quel paese, quella terra,
quel grande esperimento di insediamento, e a partecipare alla sua difesa
comune".
Il cristianesimo è indicato da Scruton come elemento essenziale di questa
cittadinanza capace di dare identità all’Occidente e di accomunare l’Occidente e
gli altri, pur nella diversità delle fedi. Esso "dice al cristiano di guardare
l’altro non come una minaccia ma come un invito all’accoglienza".
Ma, allo stesso tempo, il cristianesimo impone di difendere chi è aggredito.
Perché la predicazione di Gesù è predicazione di pace, non però pacifista:
"L’idea di perdono, simboleggiata dalla Croce, distingue l’eredità cristiana da
quella musulmana. Una lettura corretta del messaggio cristiano fa del perdono
dei nemici un elemento centrale della dottrina. Cristo ci ordina persino, quando
siamo aggrediti, di porgere l’altra guancia. Ma […] egli ci pone di fronte un
ideale personale, non un progetto politico. Se sono aggredito e porgo l’altra
guancia, allora incarno la virtù cristiana della mansuetudine. Ma se mi è stato
dato in custodia un bambino che viene aggredito, e porgo l’altra guancia del
bambino, divengo complice della violenza. Questo è il modo in cui un cristiano
dovrebbe comprendere il diritto alla difesa, ed è come esso è inteso dalle
teorie medievali della guerra giusta. Il diritto alla difesa nasce dalle
obbligazioni nei confronti degli altri. Sei obbligato a proteggere coloro il cui
destino è sotto la tua custodia. Un leader politico che porge non la sua guancia
ma la nostra, si rende partecipe della successiva aggressione. Perseguendo
l’aggressore, anche in maniera violenta, il politico serve la causa della pace e
anche quella del perdono, del quale la giustizia è lo strumento".
Pagina dopo pagina, Scruton mette a nudo grandezze e miserie dell’Occidente di
oggi, a tu per tu con la sfida islamica. Con argomentazioni spesso
controcorrente. Eccone qui di seguito un assaggio, relativo all’impatto
dell’architettura razionalista europea sulle tradizionali città musulmane:
La città perduta. Da Le Corbusier alle Twin Towers
di Roger Scruton
Il lettore del Corano è colpito dal radicale cambiamento di tono delle
rivelazioni dopo che il Profeta e i suoi seguaci furono costretti all’esilio a
Medina. [...] Essi erano al-muhajirun, coloro che emigrano e vivono in hijrah,
in esilio, e l’esperienza dell’esilio è invocata ripetutamente nella rinascita
islamica dei nostri tempi: ad esempio dal gruppo britannico legato ad al-Qaeda e
chiamato, appunto, al-Muhajirun. Il tono delle sure di Medina si accompagna a
un’intensa nostalgia, e non deve sorprendere che l’idea del pellegrinaggio verso
una lontana dimora fosse così radicata nella mente di Maometto, fino a diventare
uno dei cinque pilastri che costituiscono i doveri principali del musulmano.
[...]
Questo aspetto contribuisce a spiegare come la visione coranica della società
sia del tutto aliena da qualunque idea di giurisdizione territoriale o di
fedeltà nazionale. Secondo l’impostazione del Corano il luogo in cui siamo non è
il luogo a cui apparteniamo, dal momento che il luogo a cui apparteniamo è nelle
mani sbagliate: [...] Questo tipo di approccio favorisce una nozione di diritto
inteso come rapporto tra ciascun uomo e Dio, senza alcun riferimento particolare
al territorio, alla sovranità o all’obbedienza terrena. [...] I luoghi sacri
sono altrove, sono luoghi compresi nell’ordine divino delle cose. [...] Ciò
riveste un grande significato nell’attuale conflitto su Gerusalemme, che per il
musulmano simboleggia un luogo a parte, proprio come lo è La Mecca, che a
malapena appartiene alla geografia del mondo attuale ma esiste nella regione
numinosa degli imperativi divini. Da cui il nome arabo di Gerusalemme: al-Quds
ovvero la Santa. [...]
Ne consegue che lo stile di vita sotto l’egida della shari’a è essenzialmente di
stampo domestico, senza alcun carattere pubblico o cerimoniale, eccezion fatta
per quanto riguarda la pratica del culto da parte della comunità. La moschea e
la sua scuola, la madrasa, unitamente al suq o bazar, sono gli unici spazi
autenticamente pubblici nelle tradizionali città musulmane. La strada non è
altro che un sentiero tracciato in mezzo ad abitazioni private, che la
costeggiano e la attraversano in un insieme disordinato di cortili interni. La
città musulmana è una creazione della shari’a: un alveare di spazi privati
costruito cella su cella. Al di sopra dei suoi tetti i minareti guardano a Dio
come mani protese, risuonando della voce del muezzin che chiama il fedele alla
preghiera.
Questa tipologia riveste un’enorme importanza nella psicologia e nella vita
politica del mondo islamico. La città musulmana è, in maniera chiarissima, una
città per musulmani, un luogo di raccolta in cui gli individui e le loro
famiglie vivono fianco a fianco obbedendo a Dio, e dove chi non è musulmano è
semplicemente tollerato. La moschea rappresenta il legame con Dio, e i credenti
affermano che nessun edificio debba elevarsi al di sopra dei minareti, ovvero
cancellare la loro supremazia nel cielo. La vera città è una folla di persone
sotto la protezione di Dio, e anche il più bello dei palazzi è una semplice
abitazione privata, regolata dai riti famigliari e santificata dalla preghiera.
L’immagine di questo tipo di città ci è familiare grazie a "Le Mille e una
Notte" e alle incisioni e ai disegni dei viaggiatori del XIX secolo. [...] Molti
musulmani portano questa immagine nel cuore, e di fronte alla città occidentale,
con i suoi spazi aperti e i suoi edifici pubblici, le sue larghe strade, i suoi
interni visibili, i suoi grattacieli che sovrastano i pochi edifici religiosi, i
suoi grandi palazzi in vetro e leghe metalliche, sono portati a provare stupore
e rabbia nei confronti dell’arroganza che sfida Dio e che ha completamente
cancellato una vita di pietà religiosa e di preghiera. Non ha un semplice valore
aneddotico il fatto che quando Mohammed Atta lasciò il natio Egitto alla volta
di Amburgo per continuare i suoi studi in architettura, non fu per studiare le
costruzioni moderniste che deturpano le città tedesche, ma per scrivere una tesi
sul restauro dell’antica città di Aleppo. [...] Quando lanciò l’attacco contro
il World Trade Center, Atta combatteva contro un simbolo di paganesimo
economico, estetico e spirituale.
* * *
Potrebbe apparire stravagante porre tanta attenzione al ruolo dell’architettura
nell’attuale conflitto. Ma dovremmo [...] meditare su cosa è accaduto al volto
del Medio Oriente all’impatto con le regole architettoniche occidentali, che
hanno un significato simbolico almeno pari a quello della moda e dei costumi. In
Occidente, il modernismo architettonico fu introdotto con le fanfare della
propaganda globalista dalla Bauhaus e da Le Corbusier, che interpretarono il
nuovo stile architettonico sia come simbolo sia come strumento di una rottura
radicale con il passato. Tale architettura fu concepita nello spirito del
distacco dal luogo, dalla storia e dalla propria dimora. Fu lo "stile
internazionale", un gesto contro lo stato-nazione e la patria, un tentativo di
ricreare la superficie della terra come un singolo habitat uniforme dal quale le
differenze e i confini sarebbero finalmente scomparsi.
In Occidente, dove le procedure democratiche e le norme legali danno potere al
cittadino, l’impatto del modernismo internazionale è stato in parte controllato
e limitato. Sebbene il danno sia stato di ingenti proporzioni, molte città
mantengono le proprie caratteristiche locali, e i villaggi resistono a questa
ondata. La grande eccezione è la Germania, che si è legata al modernismo in
architettura come a un simbolo e strumento del proprio autodisconoscimento
culturale. [...] Ma altrove in Europa – particolarmente in Italia, Francia e
Spagna – si è contrastato lo stile internazionale, le chiese dominano
l’orizzonte e le strade sono ancora fiancheggiate da facciate a misura d’uomo.
Uno sforzo consapevole è stato fatto per mantenere il carattere sia delle città
sia delle regioni, nella consapevolezza che esse definiscono un’esperienza di
patria, e che la patria è ciò verso cui la fedeltà del cittadino è in debito.
[...]
In Medio Oriente, invece, laddove la terra è distribuita dai governi e i piani
regolatori sono inesistenti o ignorati, il panorama e la veduta delle città sono
stati deturpati fino a diventare irriconoscibili. È stato Le Corbusier a
indicare la strada. Non essendo riuscito a convincere le autorità francesi ad
adottare il suo piano di demolire la parte di Parigi a nord della Senna e
sostituirla con torri di vetro in stile militare, egli lavorò con i successivi
governi francesi, incluso quello di Vichy, al fine di realizzare il suo
prepotente progetto di radere al suolo l’antica città di Algeri, capitale
dell’Algeria che all’epoca era una colonia francese. Riuscì nel suo intento, e
dopo la guerra i bulldozer si fecero avanti con risultati catastrofici. Grazie
agli ingenti profitti che produsse l’impatto modernista in campo edilizio, Le
Corbusier divenne un eroe dell’establishment architettonico, e il suo disastroso
piano per questa città, un tempo meravigliosa, è attualmente descritto e
illustrato in tutti i manuali di architettura in uso in Occidente. Le Corbusier
mostrò all’intelligentsia europea come le popolazioni inferiori del Nord Africa
dovessero essere trattate; tale, certamente, era la percezione che ne aveva
Mohammed Atta.
Da Le Corbusier in poi, l’assalto della speculazione edilizia ha completamente
trasformato l’aspetto e il ritmo quotidiano delle città del Medio Oriente.
Qualunque speranza possa esservi stata che quella gente avrebbe infine
ridefinito la propria comunità in termini di territorio, piuttosto che di fede,
è stata cancellata dall’impatto della tecnologia occidentale, che sembra non
credere né all’una né all’altra. E se desideriamo comprendere appieno il
risentimento dei palestinesi nei confronti delle colonie israeliane nei
Territori, non dovremmo trascurare il danno visivo che queste colonie hanno
causato, introducendo stili e materiali modernisti, reticoli di strade e un
onnipresente inquinamento luminoso in un paesaggio che aveva mantenuto il suo
aspetto biblico per secoli, con notti luccicanti di stelle su villaggi in pietra
e città storiche come Jenin.
Come mostrano gli esempi di Osama Bin Laden, di al-Qaeda e dei terroristi
dell’11 settembre, l’islamismo non è un urlo di angoscia dei miserabili della
terra. È un’implacabile proclamazione di guerra lanciata da musulmani della
classe media erranti per il mondo, molti dei quali estremamente ricchi e per la
maggior parte buoni conoscitori della civiltà occidentale e dei suoi vantaggi.
[...] Con al-Qaeda ci troviamo di fronte al vero impatto della globalizzazione
sul risveglio islamico. Appartenere a questa "base" significa accettare di non
avere alcun territorio come dimora e alcuna legge umana dotata di autorità.
Significa votarsi a uno stato di esilio permanente, decidendo allo stesso tempo
di mettere in atto l’azione punitiva di Dio [...] contro i suoi nemici, ovunque
essi si trovino.