Per Wiesel dall'opposizione a Israele all'antisemitismo il passo è breve
di Martina Valensise
Fonte: Il Foglio, 15\12\2004
Elie Wiesel è un uomo
minuto, mingherlino, dà però certe strette di mano vigorose, con quel palmo
largo, liscio, energico. Quando gli dici che è una leggenda vivente –
sopravvissuto ad Auschwitz e alla Shoah, presidente del Consiglio degli Stati
Uniti per il Memoriale dell’Olocausto, Nobel per la pace nel 1986, fondatore
della Foundation for Humanity, testimone degli orrori del XX secolo e difensore
infaticabile delle vittime di violenze e persecuzioni politiche – si schernisce
guardandoti dal fondo dei suoi occhi tristi da rabbino della Transilvania, e
risponde di no, che non è vero, lui per sé non è affatto una leggenda. Eccoci
qui nel suo studiolo traboccante di libri, al 14° piano della Carlton Tower,
nella 64a Strada, Upper East Side. Wiesel, in maniche di camicia con cravatta
allentata, indica perentorio il divano su cui sedersi, mentre lui per sé sceglie
una sedia, in postazione dominante. Se gli domandi di spiegarti come fa un
sopravvissuto all’Olocausto a reggere l’odio nuovo che corre per il mondo e
affligge l’occidente, ti guarda fisso. Comincia a scegliere le parole mettendo
fra l’una e l’altra lunghe pause, e le scandisce lentamente nel suo americano da
rumeno emigrato: “No, l’odio non è nuovo. E’ vecchio quanto il mondo, a volte
però raggiunge livelli di guardia per la sua crudeltà, per la brutalità, per gli
effetti omicidi che raggiungono certi eventi apocalittici”. Ma quando insisti
per capire come risponde all’onda nuova di odio venuto dall’islam, Wiesel
ammette: “La nuova ondata ha provocato in me più stupore di altre. Perché?
Perché dopo la guerra ero convinto che antisemitismo e razzismo, odio etnico e
religioso fossero morti ad Auschwitz. E invece mi sbagliavo. Solo le vittime
erano morte. L’odio che le ha uccise è ancora vivo”. E aggiunge: “Dico stupore,
perché allora ingenuamente pensavo che non avrei mai dovuto combattere in questo
mondo. Ma dall’11 settembre dobbiamo combattere tutti”. Wiesel viene da una
famiglia di Hassidim della Transilvania. E’ cresciuto leggendo i libri del
Pentateuco e studiando il Talmud. Quando i nazisti arrivarono a Sighet e lo
deportarono ad Auschwitz con la sua famiglia era un ragazzo di 15 anni. La madre
e la sorella più piccola morirono subito. Le due sorelle maggiori sopravvissero.
Elie e il padre furono portati a Buchenwald, dove il padre morì nell’aprile 1945
pochi giorni prima della liberazione, e il figlio riuscì a sopravvivere ai
lavori forzati, alle marce nel gelo, alle fame, alle botte, alle torture. Dal
1945 al 1956 Elie Wiesel ha vissuto in Francia, e della giovinezza francese ha
conservato la lingua che coltiva a distanza di anni come un tesoro, leggendo i
romanzi americani solo in traduzione francese, e pubblicando i suoi libri in
Francia prima che in America.
Ha appena pubblicato un nuovo romanzo “Les temps de déracinés”, mentre sta per
finire il terzo volume dell’autobiografia, “Mes maîtres et mes amis”. Non si fa
illusioni: “La letteratura da qualche decennio attraversa un periodo meno
privilegiato di altri. Chi è il nuovo Dostoevskij?Il nuovo Dante? Il nuovo
Vittorini? Il nuovo Thomas Mann? Mancano oggi grandi scrittori che affrontino
grandi temi per descrivere il presente. Peccato. Io penso che la storia abbia
scelto di investire il suo genio e il suo talento altrove, non nella letteratura
o nella filosofia, ma nella scienza e nella tecnologia”. Pure se la tecnologia
porta all’autodistruzione? “E’ la spada biblica all’ingresso del paradiso. Noi
creiamo gli strumenti per guarire dalla malattia, e giustificare la vita, e se
non facciamo attenzione li trasformiamo in strumenti di morte. Ma alla fine la
scelta è solo nostra”. Parla di scelta Wiesel come un americano nato, mentre lo
è diventato solo da adulto, e da allora conserva intatta la devozione al
civismo. “Sono arrivato in America come apolide, da Parigi. Il primo passaporto
che ho avuto è stato americano, per questo motivo nutro sentimenti particolari
verso tutti gli emigrati accolti da questa terra. Ricordo ancora il tempo in cui
le porte d’ingresso erano chiuse per le migliaia di persone, donne, bambini, la
maggior parte ebrei, che non riuscivano ad avere un futuro. Ricordo ancora la
Saint Louis, la nave sulla quale nel 1939 s’imbarcarano più di mille profughi
dalla Germania, che vennero rispediti indietro senza poter attraccare alle coste
americane. E nonostante tutto, oggi che commemoriamo il 350° anniversario del
primo sbarco di ebrei, sono convinto che il rifugio americano sia molto più
ospitale”. Un profugo illustre come Wiesel dunque non può che trovare assurdo
l’antiamericanismo dilagante. “Chi odia l’America odia anche Israele. E’ strano
che un grande paese e un piccolo paese nutrano la stessa avversione. Il perché
lei dovrebbe conoscerlo meglio di me, visto che vive in Europa. A volte è un
problema politico. Altre volte è un problema di orgoglio nazionale. In certi
circoli intellettuali di sinistra fa bene opporsi all’America e denunciare
Israele. Ma tutto questo pone un problema di formazione. L’antisemitismo è una
piaga che se non si ferma in tempo può invadere pericolosamente altre aree,
colpire i sogni di altra gente E se l’opposizione a Israele si fa estrema, si
ricade nell’antisemitismo”. Per essere uno che porta scritte in faccia le ferite
del passato, Wiesel troverà scandaloso il paragone tra lo Stato ebraico e lo
Stato nazista, che corre fra gli estremisti d’Europa. “Non hanno idea di cosa
fossero Hitler e il nazismo. Quel paragone hanno iniziato a farlo i comunisti
sovietici, alla fine degli anni 50, quando l’Izvestija paragonava Moshe Dayan a
Eichmann. Ma se Dayan era Eichmann, Eichmann non poteva essere Dayan. Tra i due
c’era la differenza di sei milioni di morti. Quando leggo oggi che Israele
sarebbe uno Stato nazista, e Sharon un nuovo Hitler, a colpirmi personalmente e
profondamente è non solo l’ingiustizia, ma l’ignoranza che il paragone
contiene”. Wiesel non vuole polemizzare con chi vi indulge, ma lancia un
giudizio severo. “Gli intellettuali, anche quando mostrano cosa li oppone ad
altri, dovrebbero continuare a creare ponti, siano essi dialoghi o monologhi, il
che significa usare le parole, non la guerra. Gli intellettuali della sinistra
europea invece mettono un tale zelo nella denuncia di Israele, che a volte mi
domando se si rendano conto di avere di fronte un popolo dalla memoria ferita e
mutilata”.
Si sarebbe mai aspettato di dover combattere contro l’islam? “No. Islam e
giudaismo hanno convissuto per secoli in armonia. A volte certo ci sono stati
pogrom e catastrofi, ma l’islam nel Medioevo era solito proteggere gli ebrei
dalle persecuzioni cristiane. Ora, invece, è diventata una minaccia sia per
Israele, sia per le democrazie nel mondo, e non solo in America. Il terrorismo
suicida trascende i confini geografici delle affinità religiose. E in realtà
minaccia lo stesso mondo islamico, come dimostrano gli attentati in Marocco, in
Indonesia, in Spagna e in altri paesi”. Quanto all’angoscia di un nemico
invisibile, contro il quale non può valere alcun deterrente, Wiesel cerca di
aggirarla con una proposta: “Il suicidio per molti musulmani è l’arma assoluta.
Il culto della morte è un fenomeno pericoloso. Ma un terrorista suicida vuole
morire per uccidere il maggior numero di persone. E’ per questo che ho proposto
di considerare il terrorismo un crimine contro l’umanità. Non che questo fermi
la mano dei terroristi suicidi. Ma può servire a fermare i loro complici. Perché
su chi compie un crimine contro l’umanità non c’è limitazione statale, e c’è
l’obbligo da parte di tutti i paesi membri dell’Onu di estradarli e di portarli
davanti a un tribunale internazionale”. Congedandoci Wiesel mostra grande
saggezza talmudica: “Quando sono pessimista divento ottimista e viceversa. Ma
resto un insegnante, e non ho il diritto di dare ai miei studenti ragione di
disperare, perciò devo invocare la speranza, che non è un arma, ma un’arte di
ispirare alla gente l’idea di futuro, di una vita comune, di un sogno condiviso
dall’intera umanità”.