Fallaci. Apocalisse Islam
di Pierluigi Battista
Fonte: La Stampa, 15\12\2004
Continui, continui...»,
implora l’intervistatrice Oriana Fallaci. E l’intervistata, Oriana Fallaci,
risponde rassegnata: «Oh, si potrebbe continuare all’infinito». Ma non si può
continuare all’infinito perchè incombe l’Armageddon, lo scontro finale
dell’Apocalisse giovannea: «Allora vidi un mostro che saliva dal mare. Aveva
sette teste e dieci corna, su ogni corno portava un diadema, e su ogni testa un
nome che era una bestemmia». E quando il Mostro portò il suo attacco mortale
«tutti si inginocchiarono ai suoi piedi» e «poi gli ubbidirono e gli
consentirono di pronunciare frasi arroganti, offendere Dio, maledire il suo
nome. Gli consentirono di profanare il tempio e insultare coloro che sono in
Cielo». «Pazienza se Giovanni trasporta la realtà terrena in un mondo celeste,
qui la esprime attraverso metafore e allegorie ed enigmi», scrive Oriana: «nella
mia piccola Apocalisse invece quella realtà io la tengo coi piedi ben piantati
in terra». «Al loro posto», al posto di quegli enigmi e di quelle allegorie,
«fatti molto precisi». E il Fatto innominabile, quello che non si può
pronunciare e che da tre anni genera attorno al nome della Fallaci un’aura di
intollerabile scandalo non è nient’altro che questo: «il cosiddetto
scontro-di-civiltà ossia lo scontro fra l’Occidente e l’Islam non è che la lotta
di cui parla l’evangelista Giovanni». Ecco perché «si potrebbe continuare
all’infinito».
Doveva essere un «post-scriptum» a Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci è
invece ne è scaturito un altro libro di oltre cento pagine: L’Apocalisse,
appunto. Insieme al precedente, uscito quest’estate, e accanto a La rabbia e
l’orgoglio e a La forza della ragione, questo nuovo parto (è lei che lo chiama
così e i suoi libri li definisce «i miei figli») della Fallaci esce stamattina
nelle librerie sotto forma di trilogia, in cofanetto, edito dalla Rizzoli
International. Ma sono troppe le manifestazioni del Mostro, del Diavolo, della
Bestia per essere soffocate in un angusto «post-scriptum». Dai primi di agosto
il Mostro si è materializzato nei «centocinquanta bambini e centonovantanove
adulti (per lo più maestri e maestre e genitori) che tra la mattina dell’1
settembre e l’alba del 3 settembre i “guerriglieri” ceceni guidati da Abdullah
Shamil Abu Idris già Shamil Basayev sterminarono con l’aiuto di tre arabi e due
donne nella scuola di Beslan»: «le ragazzine, invece, le avevano uccise in un
cesso dopo averle violentate una ad una. Questi animali i cui imam cianciano con
tanto fervore di etica e pudore e virtù». Si è mostrato, il Diavolo, con i
rapiti, i decapitati, gli sgozzati, i freddati «soltanto col colpo alla nuca»
nell’«infernale mattanza» irakena. Si è incarnato in Muhammad Bouyeri, un
«marocchino naturalizzato olandese» che fino a tre anni fa studiava, lavorava,
si integrava nella civile e tollerante Olanda, beveva birra, frequentava i
night-club di Amsterdam, vestiva all’occidentale e che dopo l’11 settembre «s’è
fatto crescere la barba» e «ha preso a frequentare la moschea di El Tahweed» e
lo scorso 2 novembre, con indosso un djellaba marrone e un mantello nero, ha
raggiunto il regista Theo van Gogh, gli ha scaricato addosso nove colpi di
pistola, lo ha sgozzato con una spada e lo ha trafitto infilando «nel ventre di
Theo» una lettera-proclama: «con calma», «con scrupolo». E mentre il Mostro
dell’Apocalisse colpisce e devasta, secondo la Fallaci, si addensa la folla
variopinta dei «collaborazionisti», «coloro che invece d’opporsi al Mostro lo
aiutano. Che invece di ribellarsi accettano il marchio sulla fronte e sulla mano
destra», così come il Mostro giovanneo «costringeva gli abitanti della terra ad
adorarlo come si adora un dio, ordinava di erigergli statue».
Oriana Fallaci sa benissimo che questa inclusione nella infamante categoria dei
«collaborazionisti» alimenterà l’ostilità e persino il disprezzo e forse anche
l’odio di chi considera ogni sua riga una manifestazione di fanatismo,
l’espressione di una bizzarra ma pericolosa fomentatrice della guerra di
religione, del fondamentalismo occidentalista, dell’irresponsabile «scontro-di-civiltà».
Ma la Fallaci, che è in guerra quotidiana con l’«Alieno» che la vuole divorare,
che pesa meno di quaranta chili e che implora il destino di farla vivere fino a
che il Mostro non venga battuto, non sa sottrarsi alla tentazione del colpo
inferto alle maschere buffe e tragiche del Politically Correct che a suo parere
ci stanno consegnando in toto nelle fauci di chi vuole distruggere il Grande
Satana dell’Occidente giudaico-cristiano. Usa parole irridenti. Le «due
Simonette pacifiste arcobaleniste», «presuntuose, villane». «Il bruttissimo
Michael Moore». Chirac, «quello che dice le-radici-dell’Europa-sono-tanto-cristiane-quanto-mussulmane».
Attacca chi dice «terrorismo» e «non dice mai “terrorismo islamico”» e non vuole
dar retta per pavidità al saudita Abdel Rahman al-Rashed quando scrive: «è un
fatto che non tutti i mussulmani sono terroristi, ma è ugualmente un fatto che
tutti i terroristi sono mussulmani». Deplora chi, finanziato dal Monte dei
Paschi di Siena, vuole «profanare il paesaggio di Simone Martini e Duccio
Boninsegna e Ambrogio Lorenzetti con una moschea e un minareto alto ventiquattro
metri». Chi va ai funerali di Arafat, un uomo che «il suo popolo lo aveva sempre
tenuto nella povertà, nell’ignoranza, nella corruzione, nella merda». Chi vuole
in Europa la Turchia «riconsegnatasi al verbo del Profeta». Chi, come «gli
inquisitori» che hanno bocciato nel Parlamento europeo Rocco Buttiglione (al
quale però, scrive la Fallaci, «non darei la graziosa casetta per gli ospiti
attigua alla mia»), dimostra che ormai l’Europa è diventata «Eurabia». Del
resto, la Fallaci disintegra la nozione stessa di «Islam moderato» perché
«l’Islam moderato non esiste» e perché «il Corano è ciò che è. E i
fondamentalisti, gli integralisti, non sono il suo volto degenere». Superfluo
sottolinare che anche il Capo dello Stato viene messo sotto accusa perché crede
all’esistenza dell’Islam moderato. La Fallaci non è costitutivamente capace di
understatement, figurarsi se si lascia sopraffare da preoccupazioni
istituzionali mentre è in atto la guerra finale con il Mostro dell’Apocalisse.
Certamente non superfluo è sottolineare l’ostilità della Fallaci per la «bravata
del señor Zapatero» che butta «alle ortiche il concetto biologico di famiglia» e
autorizza il matrimonio-gay o («quel che è peggio») l’adozione-gay: «senza che
nessuno gli dicesse almeno cretino: il mondo va a fuoco, l’Occidente fa acqua da
tutte le parti e tu perdi tempo coi matrimoni-gay e le adozioni-gay?». Spiega la
Fallaci «se dici la tua sui matrimoni-gay e l’adozione-gay, finisci al rogo come
quando dici la tua sull’Islam. Ti danno di razzista, di fascista, di bigotto, di
incivile, di reazionario». Vero. Ma come fa la Fallaci a rintuzzare l’accusa di
essere bigotta, incivile, reazionaria, eccetera eccetera? Affermando che
«sull’accettazione dell’omosessualità il señor Zapatero non ha da insegnarmi
nulla» e gli omosessuali «guai a chi me li tocca». Ma soprattutto argomentando
che «un essere umano nasce da due individui di sesso diverso. Un pesce, un
uccello, un elefante, un insetto, lo stesso. Per essere concepiti, ci vuole un
ovulo e uno spermatozoo» mentre «un omosessuale maschio l’ovulo non ce l’ha. Il
ventre di donna, l’utero per trapiantarcelo, nemmeno. E non c’è biogenetica al
mondo che può risolvergli tale problema».
È convincente un tale modo di argomentare? Può non essere convincente, ma non è
nemmeno fascista, reazionario, bigotto e incivile pensarlo. Quando «parlano di
adozione-gay mi sento derubata del mio ventre di donna», sostiene la Fallaci.
Può essere una tesi contestabile, frutto della mistica di una Natura immobile e
inalterabile, chissà. Ma in quanto tale non rivela alcun pregiudizio
anti-omosessuale. Racconta Oriana Fallaci che nel 1975 incontrò il suo amico
Pier Paolo Pasolini, giusto due mesi prima dell’assassinio dello scrittore sulla
spiaggia di Ostia, e Pasolini le fece una scenata: «devo spiegarti perché odio,
perché detesto, perché aborro il tuo libro Lettera a un bambino mai nato. E
perché mi nausea ascoltare ciò che stai sostenendo. Io non voglio sapere che
cosa c’è dentro un ventre di donna. Una volta anche mia madre tentò di spiegarmi
che cosa cìè dentro un ventre di donna. E ci litigai. Io che amo tanto mia
madre». Il ricordo di quel Pasolini è l’unica concessione alla tenerezza di una
Fallaci che non mancherà di alimentare il solito profluvio di aggettivi
convenzionali, indomita, testarda, coraggiosa, temeraria, ma anche eccessiva,
smodata, intemperante, fanatica. Lei, «sebbene stanca, insopportabilmente
stanca», dice che non vuole «alzare bandiera bianca, scappare». Non vuole
morire. Vuole resistere con le forze che le restano «perché voglio vedere la
sconfitta del Mostro, voglio vedere la vittoria dell’Angelo che lo imprigiona» e
che, nel racconto apocalittico dell’evangelista Giovanni, regalò alle «anime di
coloro che ai piedi del Mostro non si erano mai inginocchiati» il privilegio di
una vita di «mille anni». Unica luce di ottimismo nel racconto di una guerra
forse miserabilmente perduta.