La pace possibile in Medio Oriente
di Henry Kissinger
Fonte: La Stampa, 29\11\2004
Tre eventi-chiave hanno
riportato al centro della scena la diplomazia mediorientale che sembrava
moribonda e aperto la strada a un’importante iniziativa americana: la rielezione
del presidente George W. Bush, la morte di Yasser Arafat e l’impegno del primo
ministro israeliano Ariel Sharon a ritirarsi da Gaza e smantellare gli
insediamenti ebraici su quel territorio.
Un intervento diplomatico di successo nasce dalla fusione tra necessità e
opportunità. Nel corso del primo mandato Bush, da entrambe le sponde
dell’Atlantico arrivarono molti appelli per iniziative americane che facessero
decollare un processo di pace. Non c’erano però le condizioni. Finché Arafat è
stato presidente dell’Autorità palestinese, il suo rifiuto di rinunciare al
terrorismo, il suo incoraggiamento alle bombe umane, la sua leadership corrotta
e caotica condannavano al fallimento qualunque negoziato significativo. Questa
rovinosa presenza, combinata con la pressione dello jihadismo, impediva che gli
Stati arabi moderati svolgessero un loro utile ruolo.
In Israele Sharon era giunto al potere - più che raddoppiando in parlamento i
seggi del suo partito conservatore, il Likud - sulla base di un programma che
rifiutava la proposta - fatta a Camp David dal suo predecessore, Ehud Barak - di
riportare sotto l’autorità palestinese più del 90 per cento della Cisgiordania.
Sharon insisteva, come precondizione di qualunque negoziato, sulla fine dell’Intifada,
iniziata negli ultimi mesi del governo Barak.
I leader europei invocavano un più attivo ruolo americano, ma sulla base di un
programma impossibile: ritorno ai confini del 1967 e abbandono delle colonie al
di là di quella linea, spartizione di Gerusalemme, ritorno simbolico dei
profughi garantito dall’Onu o dalla Nato. In cambio di tutto questo, nulla di
tangibile, solo un riconoscimento formale del diritto di Israele all’esistenza.
Nessun leader israeliano - neppure il più conciliante - ha mai considerato
compatibile con la sicurezza israeliana un ritorno alla linea del
cessate-il-fuoco di una guerra finita oltre mezzo secolo fa. Né i leader
palestinesi hanno mai accettato in modo inequivocabile la legittimità di Israele
all’interno di qualunque confine.
L’abbandono degli insediamenti andava contro l’intera storia dello Stato
ebraico, mentre l’idea di una sicurezza garantita da forze esterne non dava
affidamento. Se le forze armate israeliane, che difendono i loro cari, non
riescono a proteggere le frontiere, nessun contingente internazionale ci
riuscirebbe. Paradossalmente il rifiuto dell’Amministrazione Bush di spendere il
suo capitale diplomatico in un’impresa destinata al fallimento ha portato le
cose al punto in cui gli interessi di tutte le forze moderate convergono verso
la necessità di un passo significativo.
Nessun presidente americano ha mai fatto così tanto per guadagnarsi la fiducia
di Israele quanto Bush. I leader israeliani capiscono che non metterà mai
volutamente a rischio la sicurezza di Israele - la precondizione psicologica per
un’iniziativa americana. La scena politica israeliana però non è più la stessa.
Offrendo al governo arabo la restituzione di Gaza con lo smantellamento delle
colonie, Sharon ha aperto la possibilità di un nuovo approccio basato su una
spartizione della Palestina tra uno Stato arabo e uno ebraico che
sostanzialmente riflettono la realtà demografica. Qualcuno rifiuta questa
interpretazione della politica di Sharon, sostenendo che la rinuncia a Gaza è
soltanto una tattica per consolidare la presa di Israele sulla Cisgiordania.
Sharon però sa benissimo che non riuscirà a conservare l’appoggio americano se
mina il ripetuto impegno del presidente Bush a creare uno Stato palestinese. E
questo richiede un compromesso territoriale.
Sharon ha agito in base a questa premessa e ha fatto il passo cruciale - e
rivoluzionario, nella politica israeliana - di abbandonare tutti gli
insediamenti a Gaza e quattro in Cisgiordania. Il prezzo che ha pagato è stato
la perdita della sua maggioranza: ora governa con una coalizione di minoranza.
Ha anche eretto una barriera di sicurezza tra il territorio israeliano e quello
palestinese, definendo una linea di divisione che fornisce la sicurezza senza la
necessità di una presenza internazionale.
La morte di Arafat ha tolto dallo scacchiere una figura che, nella migliore
delle ipotesi, vedeva il processo di pace come una pausa tattica nella lotta per
rimuovere definitivamente quella che considerava l’illegittima presenza di
Israele in Palestina. Una nuova leadership palestinese ha l’opportunità di
creare un governo trasparente, affermare la coesistenza con Israele e rinunciare
alle tattiche del terrore, rimuovendo gli ostacoli più grossi a un accordo
generale: Gaza lacerata tra fazioni, Hamas centro di violenza, corruzione e
illegalità endemiche.
Se il ritiro di Israele da Gaza portasse a un crollo di autorità, il caos
potrebbe distruggere tutte le speranze di pace. Le elezioni palestinesi in
programma per gennaio sono cruciali per trasmettere il senso di una nuova
direzione di marcia e trasferire il potere di Arafat in mani più responsabili.
Ma i palestinesi non possono fare questi passi da soli. Per poter prendere le
difficili decisioni che li aspettano, hanno bisogno dell’appoggio degli Stati
arabi moderati, dell’Occidente e di Israele. I governi europei cominciano a
riconoscere che una dissociazione permanente dagli Stati Uniti è contro i loro
interessi fondamentali. Incapaci o riluttanti a creare le condizioni per
partecipare allo sforzo militare in Iraq, capiscono l’importanza di fare propri
almeno alcuni degli obiettivi americani (compresi gli sforzi per la
ricostruzione in Iraq).
La sfida di un nuovo approccio americano alla politica del Medio Oriente sarà
quella di fondere elementi divergenti in un tutto coerente e compatibile: la
politica di Israele, una moderata evoluzione palestinese, relazioni con Stati
arabi amici e con attori importanti come i nostri alleati europei, la Russia e
adesso anche la Cina e l’India, la guerra in Iraq. Nella prima Amministrazione
Bush questi problemi sono stati trattati singolarmente. La seconda
Amministrazione Bush offre l’opportunità di sviluppare una strategia integrata
per cercare di mettere insieme una coalizione di moderati per fare la pace.
Questo presuppone una politica lungimirante da parte di tutte le parti in causa.
Non si può chiedere a Israele di accettare come vicino uno Stato che si dedica
con impegno alla sua distruzione. Israele, però, non può continuare a rinviare
l’inizio del processo di pace finché non sarà completata la democratizzazione
della Cisgiordania. Stati Uniti, Europa e Israele dovrebbero fare qualcosa per
incoraggiare i palestinesi a un regime stabile e libero dal terrore, facilitando
le condizioni di vita in Cisgiordania e, se richiesti, offrendo assistenza
tecnica al governo.
Quanto i regimi arabi moderati saranno disposti a entrare in campo, dipenderà
inevitabilmente dalla guerra in Iraq. Essi sono ben consapevoli - anche se non
possono ammetterlo - che il destino dei regimi moderati nella regione sarà in
larga parte deciso dall’esito dell’intervento americano in Iraq. Se gli sforzi
militari produrranno dei risultati e le elezioni del 30 gennaio porteranno a una
piena legittimità, potrebbe essere vicino anche l’appoggio arabo all’iniziativa
per la Palestina. Se invece l’America vacilla, pochi leader arabi accetteranno
di aumentare i rischi per sé appoggiando le correzioni che una sistemazione
della Palestina richiede.
Tutte le parti dovranno prendere decisioni importanti. Israele deve riconoscere
che i trend demografici e tecnologici rendono il suo temporeggiare sempre più
rischioso. I leader palestinesi devono capire che, se respingono il compromesso,
condannano il loro popolo a un’altra generazione di sofferenze e frustrazioni. E
i leader europei devono convincersi che contribuiranno più efficacemente alla
pace opponendosi all’illusione che i palestinesi non debbano fare rinunce e
promuovendo la consapevolezza che entrambe le parti devono fare pesanti
concessioni.
Siamo arrivati alla fine del processo graduale. Non ci sono più questioni
marginali che possano soddisfare anche solo parzialmente le parti in gioco.
Finora le Road Map sono state percorribili solo se espresse con un linguaggio
così generico e ambiguo da permettere a ciascuno di tirarle dalla sua parte. Ora
occorre una Road Map più precisa e specifica. La linea divisoria andrà definita
da una barriera di sicurezza parallela ai confini del 1967, secondo quanto è
stato discusso a Camp David e a Taba. Questo significa restituire ai palestinesi
tutta la Cisgiordania, tranne quel 5-8 per cento necessario alla difesa
strategica di Israele. Che, in cambio, darà ai palestinesi un pezzo del suo
territorio. Un’offerta di compensazione era già stata fatta a Camp David, con la
proposta di un pezzo del deserto del Negev. Sarebbe però più saggio cedere un
territorio a maggioranza araba: tra l’altro, semplificherebbe i problemi
demografici di Israele. I territori al di là della linea divisoria andrebbero
restituiti ai palestinesi, il che implicherà probabilmente l’abbandono delle
colonie. Occorrerà poi dare un forte appoggio al governo provvisorio di Gaza per
tutto il periodo tra il ritiro delle forze israeliane e la conclusione dei
negoziati. Il contributo palestinese alla pace dovrà essere un sincero
riconoscimento di Israele, istituzioni trasparenti e lo smantellamento
dell’apparato terroristico.
Non dobbiamo però farci illusioni. Nessun piano che protegga Israele
tranquillizzerà gli arabi radicali né quei palestinesi che considerano i
negoziati un passo provvisorio sulla strada della distruzione definitiva di
Israele. Un nuovo piano di pace non otterrà la gratitudine delle parti, alle
quali si chiederanno grossi sacrifici. Ma una forte leadership americana
potrebbe dare ai leader moderati del Medio Oriente l’incentivo e la
giustificazione ad andare oltre una politica che condanna la regione a un’altra
generazione di guerre e di morti. Potrebbe fornire una visione del futuro
compatibile con la dignità di tutte le parti e con la nostra coscienza. Potrebbe
indicare una via di uscita dall’attuale vicolo cieco, che combini la nostra
amicizia con Israele, le preoccupazioni dell’Occidente per il mondo arabo e la
scommessa di tutti i moderati che l’Islam possa giocare un ruolo importante nel
mondo, all’altezza della sua grande tradizione.
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