Iraq. La lunga guerra civile


di Ludovico Incisa di Camerana

 

Fonte: Emporion, 17\11\2004

 

La guerra in Iraq non è una guerra tra due civiltà, tra l’Occidente cristiano e l’Oriente mussulmano. Non è più neppure la guerra degli Stati Uniti e dei loro alleati contro un “rogue State”, contro uno “Stato canaglia”. E’ solo marginalmente e per certe forme di lotta adottate dalla guerriglia, come l’impiego dei kamikaze, uno dei fronti della guerra contro il terrorismo. La guerra in Iraq sta diventando sempre di più una guerra civile e potrebbe diventare, se già non lo è, una guerra tra arabi o tra musulmani.
E’ una guerra civile sia perché le vittime di attentati e imboscate sono in grande maggioranza irachene sia perché si ricollega a una successione millenaria di rivolte locali, solo interrotta periodicamente da conquistatori esterni, ma ripresa dopo la prima guerra mondiale. La spartizione dell’impero ottomano offre all’Iraq una parvenza d’indipendenza sotto un mandato affidato nel 1920 alla Gran Bretagna. Ma questa falsa indipendenza provocherà un movimento insurrezionale, i cui focolai si manifestano proprio nelle stesse città oggi in stato di ribellione come Falluja e Ramadi. La ribellione verrà repressa, non senza gravi perdite, dall’esercito britannico. La monarchia, imposta dal governo inglese, con un sovrano di una dinastia araba Feysal, personaggio con un certo fascino tenebroso per gli europei, ma senza carisma per gli arabi, è accolta da nuovi tentativi insurrezionali, domati nel periodo 1922-1924 dall’aviazione inglese. Nel 1928 viene respinta con le armi a sud un’ invasione di tribù wahabite.

Nel 1929 la scoperta del petrolio, subito ghermito dalle compagnie estere, non attenua il malessere: il primo ministro iracheno si uccide, il potere passerà, sotto una maschera civile ai “moderni giannizzeri”, ai capi militari che dovranno far fronte alla rivolta dei curdi, sconfitta in tre anni di combattimenti (1931-1933) con l’aiuto dell’esercito turco e dell’aviazione britannica. Nel 1933 verrà massacrata una minoranza etnica, gli assiri, in maggioranza cristiani, distruggendo sessanta villaggi. Successivamente nel biennio 1935-1936 la repressione tocca alle tribù ribelli del Sud. Dopo una serie di colpi di Stato militari un governo nazionalista nell’estate del 1940 rifiuta di rompere le relazioni diplomatiche con l’Italia, entrata in guerra contro la Gran Bretagna. Nella primavera dell’anno seguente in una battaglia a Falluja le truppe britanniche battono l’esercito iracheno, sostenuto da pochi aerei tedeschi e italiani, ed instaurano a Baghdad un governo satellite controllato da un politico di fiducia, Nuri Said. Il paese intanto è, nonostante il petrolio, sempre più povero e scontento.

Nel 1943 riprende la ribellione curda, repressa nel 1947 con la collaborazione dell’Iran e della Turchia. Sempre nel 1947 verranno impiccati in pubblico i dirigenti del partito comunista locale. Nel 1948 l’intero paese insorge contro un trattato, che riporta il paese sotto la tutela inglese: le tribù dell’interno irrompono a Baghdad, già in rivolta, la polizia è sopraffatta, il governo costretto alle dimissioni, del trattato non si parlerà più. La partecipazione militare dell’Iraq al primo conflitto arabo-israeliano sarà poco significativa, ma segnerà l’inizio dell’esilio per una ricchissima colonia ebraica, che vantava una storia millenaria. Il distacco dall’Inghilterra verrà controbilanciato da un avvicinamento agli Stati Uniti. L’Iraq sarà al centro del Patto di Baghdad, la Nato del Medio Oriente.

1958: La situazione precipita. l’esercito si ribella: la famiglia reale viene massacrata, Nuri Said, trucidato, il generale Kassem prende il potere, ma finirà anche lui giustiziato dopo un altro colpo di Stato militare. Tre anni dopo ricomincia la ribellione curda, che durerà tredici anni fino al patto di Algeri, che toglie ai curdi l’appoggio dell’Iran, ma nel 1980 il dittatore iracheno Saddam Hussein denuncia il patto e cerca di occupare una zona iraniana di confine nell’area adiacente al golfo Persico. La guerra contro l’Iran durerà fino al 1988; costerà un milione di morti; i curdi di nuovo ribelli verranno trattati con i gas asfissianti. Non avendo riportato i risultati desiderati nella guerra contro l’Iran, Saddam invade nel 1990 il Kuwait: nel 1991 alla sconfitta nella guerra del Golfo segue a Bassora la rivolta degli sciiti, soffocata nel sangue. Infine dopo appena un decennio di tregua armata tornerà in Iraq quello stato di guerra a cui il paese sembra predestinato, a dispetto dello stato di pace. Da guerra civile la guerra d’Iraq può diventare guerra interaraba. E’ quello che potrebbe accadere se si opterà per il ritiro delle forze “cristiane”, americane ed europee, sostituendole con truppe dei paesi arabi. L’Iraq non è un paese popolare nel mondo arabo. Nei momenti cruciali emerge la definizione dell’inviato di un califfo che rivendica la sovranità sul paese: “Abitanti dell’Iraq: uomini di rivolte e di perfidie”.

Anche recentemente le relazioni tra l’Iraq e gli altri paesi arabi non sono mai state fraterne. La partecipazione irachena alla guerre contro Israele è stata sempre assai debole. Kassem rifiutò di associarsi all’unione tra Siria ed Egitto e venne assassinato con questa accusa, ma i suoi successori si guardarono bene dall’aderire a questa unione, che, del resto, si sfascerà. L’appartenenza dei dirigenti iracheni e siriani allo stesso partito, il Baath, invece di unire i due paesi, spacca il partito; la corrente irachena e la corrente siriana si scomunicheranno a vicenda. Né al Cairo né a Damasco né in altre capitali arabe si sono svolte manifestazioni contro la guerra in Iraq paragonabili a quelle dei pacifisti europei. Il ricorso a truppe arabe per il mantenimento dell’ordine, più volte evocato come un rimedio, può certamente facilitare il ritiro delle truppe occidentali, ma probabilmente rappresenterebbe un’umiliazione per gli iracheni. Esistono nel mondo mussulmano snobismi e pregiudizi ben radicati nei confronti di altri correligionari: in Somalia, per esempio, i soldati pachistani erano più malvisti degli europei e vennero sottratti al massacro da una spedizione navale italo-americana. Peggio accadrebbe in Iraq a reparti egiziani o siriani. Meglio dunque puntare su un esercito interamente iracheno, con tutti i rischi del caso, che complicare il conflitto risvegliando un’intolleranza reciproca ancestrale.