Il nuovo paradigma antiebraico
di Michele Battini
Università di Pisa Dipartimento di Storia
Fonte: Il Foglio, 8\11\2004
Sono persuaso che oggi il vero pericolo – in Italia e in Europa e ai nostri confini – non sia tanto l’antisemitismo storico né la trasformazione dell’avversione a Israele in un antiebraismo che, a sua volta, ceda di nuovo a quell’antisemitismo. L’antisemitismo razziale, dopo l’abisso di Auschwitz, è quasi scomparso o è ridotto alla stregua di un culto notturno. La tradizione antigiudaica, fondata sulla teologia “sostitutiva” cristiana, è stata superata. Rimane l’insofferenza verso gli ebrei. I documenti – se ne possono citare moltissimi – dell’antiebraismo odierno non ricalcano le figure dell’antisemitismo, bensì i nuovi codici dell’antiamericanismo, le retoriche di un antimodernismo che fa degli ebrei altrettanti emissari e complici dello Stato di Israele, avamposto militare e intelligenza occulta dell’imperialismo mondiale. L’antisemitismo era ed è una tradizione; è stato trasmesso e si trasmette secondo il ritmo oscillante ma tenace che è proprio delle tradizioni, in questo caso della cultura cristiana europea. Nella tradizione è intervenuta la frattura dello sterminio degli ebrei in Europa. L’antigiudaismo cristiano, una tradizione plurisecolare, si è dissolto in Europa occidentale, assieme all’antisemitismo politico di origine cristiana.
Un nuovo antisemitismo si è
sedimentato qualche decennio dopo la fondazione dello Stato di Israele: non
un’eredità postuma di fascismi o nazismi, bensì il deposito delle campagne
antisionistiche delle democrazie popolari staliniste e, in parte, della
pregiudiziale antisionistica delle sinistre occidentali. Ai nostri confini,
l’odio e l’inimicizia giurata a Israele dalle classi dirigenti degli Stati arabi
– mascherata con ipocrisi dietro il sostegno alla causa palestinese – si sono
modificati via via che decadevano le ideologie nazionaliste e panarabiste,
lasciando il posto a un islamismo fanaticamente antiebraico. È in questa forma,
talvolta combinata con i resti della tradizione politica nazional-comunista,
talvolta con la propaganda dell’estrema destra, che si sono spostati in Europa.
Ho avuto la fortuna di partecipare a seminari tenuti presso la Normale di Pisa,
tra il 1983 e il 1986, da Arnaldo Momigliano. Appena un anno dopo, poco prima di
morire, Momigliano scrisse in un ospedale americano un brano esemplare.
“Qualunque cosa si scriva sul quel periodo che finisce con fascisti e nazisti
collaboranti nell’inviare milioni di ebrei nei campi di eliminazione (e ci sono
tra le vittime mio padre e mia madre), un’affermazione va ripetuta. Questa
strage immane non sarebbe mai avvenuta se in Italia, Francia e Germania (per non
andare oltre) non ci fosse stata indifferenza, maturata nei secoli, per i
connazionali ebrei. L’indifferenza era l’ultimo prodotto dell’ostilità delle
chiese per cui la conversione è l’unica soluzione al problema ebraico. Va qui
solennemente ripetuto che gli ebrei hanno diritto alla loro religione, la prima
religione monoteistica ed etica che la storia ricordi, la religione dei profeti
di Israele. Da essa ancora dipende la loro moralità”.
Una lucidità dolorosa come
questa di Momigliano è ancora preziosa, quando le “radici giudeo-cristiane
dell’Europa” emergono e subito affondano nella lunga gestazione della Carta
dell’Unione. Lo sterminio sarebbe stato impossibile senza una macchina enorme e
complessa, e la devozione “razionale rispetto allo scopo” di scienziati,
professori, tecnici e amministratori. Lo sterminio – spiega dunque Bauman –
coinvolge la modernità, ma è anche il buco in cui è precipitata la vicenda di
un’Europa identificatasi con la cristianità, e poi con il suo mito romantico. Il
raffronto compiuto da Raul Hilberg tra le misure di discriminazione antiebraica
accumulate dal diritto canonico sino al Concilio di Basilea (1434) e quelle
naziste è inequivocabile.
Non so se avesse ragione Primo Levi a scrivere che “forse, quanto è avvenuto non
si può comprendere, anzi non si deve comprendere, perché comprendere è quasi
giustificare”. L’architetto Daniel Libeskind ci ha provato, inventando con il
Museo Ebraico di Berlino una geniale topografia del terrore. La storia ebraica
in Europa, dopo i primi tre secoli di diaspora, è come una strada a senso unico
(la formula è di Walter Benjamin): l’asse di un esilio di quasi venti secoli.
Tra fine Settecento e fine Ottocento tutto cambia. L’emancipazione ebraica
accompagna la nascita dello Stato costituzionale di diritto. Questa
identificazione con le conquiste liberali è la sua salvezza e la sua condanna.
Tutto ciò non riguarda la maggioranza degli ebrei d’Europa, quelli del distretto
d’insediamento dell’Impero zarista – tra Polonia e Lituania, Bielorussia e
Ucraina. Insomma è negli ultimi anni dell’Ottocento che nasce un nuovo
antisemitismo politico, politico perché i suoi stereotipi divengono subito lo
strumento con cui mobilitare folle urbane e rurali logorate dalla depressione
economica e angosciate dalla minaccia di perdere le proprie posizioni sociali.
L’anticapitalismo social-nazionalista identifica nella “finanza ebraica” e nella
sua presenza internazionale la causa della speculazione, della concentrazione
industriale, dei fallimenti bancari, delle crisi del piccolo commercio. Gli
scritti di Toussenel, Drumont, Barrés, Rohling, Lueger vanno a ruba. Sono chiare
le radici cristiane del nuovo antisemitismo politico: partiti e movimenti
cristiani ne sono infatti i protagonisti principali, a Berlino come a Vienna, e
la loro propaganda si nutre
della guerra che la dottrina cattolica ha dichiarato sin dal 1789 alla libertà
di coscienza, alla democrazia, alla società secolarizzata, alla scuola laica,
alla separazione tra Chiesa e Stato. L’intransigenza antimoderna connota la
dottrina ufficiale cattolica dal Concilio Vaticano I, dal 1870 sino alla Seconda
guerra mondiale. I teorici nazionalsocialisti della razza come Körber e Pugel
non esitano a riconoscere il debito storico dell’antisemitismo nei confronti
della Chiesa, ma l’antisemitismo nazionalista e nazionalsocialista si nutre di
scientismo, positivismo, darwinismo, e certamente non condivide la prospettiva
della conversione. Le “storie naturali” degli illuministi e i trattati di
sociobiologia dei positivisti avevano abituato da tempo gli europei a idee come
la classificazione delle razze umane, la “trasmissione ereditaria” dei caratteri
culturali, le gerarchie tra le civiltà, la guerra tra le razze. L’antisemitismo
nazista parlava un linguaggio già noto agli europei.
Nel 1925, sul primo numero
della Rivista “Rasse”, L.F. Class riconobbe il suo debito verso Arthur Gobineau
e un’ampia letteratura “scientifica”. E ancora dopo le leggi di Norimberga, il
cattolico tedesco Maassen definì ingiuste, ma al tempo stesso inevitabili, le
discriminazioni e le persecuzioni degli ebrei, “poiché
davvero il problema sussiste”. Sull’imbarazzo e le reticenze dei vertici della
Chiesa cattolica, Giovanni Miccoli ha fatto chiarezza esemplare.
Il baratro dello sterminio ha inghiottito quasi tutti gli ebrei dell’Europa
orientale e buona parte di quelli dell’occidentale. Con essi è precipitata nel
buio gran parte della letteratura europea neodarwinista, nazionalista e
gerarchica, che a quell’esito aveva anelato. Per guardare solo i nostri panni
sporchi: l’immane e immonda produzione sollecitata dalle Università italiane,
dagli istituti fascisti di cultura, dalla Rivista della Razza è stata
rapidamente (e interessatamente) dimenticata. E molti docenti non hanno perso la
cattedra. Nel vuoto funesto degli italiani ebrei sprofondano i volumi dei nostri
accademici del tempo, medici, antropologi, biologi dell’Ufficio Razza del
Ministero della Cultura Popolare: i Businco, i Donaggio, i Cipriani, i Franzì, i
Landra; dei retori del nazionalismo etnostorico: gli Acerbo, i Pende, i De
Francisci; dei propagandisti della legislazione del 1938-39: gli Orano, i
Romanini, i Sottochiesa – che avevano attinto alla tradizione antigiudaica della
Chiesa dialogando, a metà degli anni Trenta, con Don Pietro Sellari, padre Rosa,
F.M. Tinti, padre Tacchi-Venturi. Tutto ciò sembra scomparire nel nulla dopo il
1945. Eppure si tratta di una intera letteratura. I volumetti di Evola rimangono
occultati tra gli scaffali della biblioteca di qualche cultore esoterico della
tradizione gerarchica, o ammuffiscono nelle sezioni del Movimento sociale.
Dopo lo sterminio c’è dunque
una cesura nella storia della tradizione antigiudaica e dell’antisemitismo. La
grande cesura è prodotta dalla autocritica e dal pentimento della Chiesa
Cattolica che, lentamente, conducono al superamento di quella tradizione. Non
possono sussistere ancora dubbi sul fatto che, a monte della svolta compiuta –
sebbene assai lentamente – dalle Chiese cristiane occidentali vi sia la
consapevolezza dell’età apertasi (chiusa, bisognerebbe dire) con Auschwitz e con
lo sterminio degli ebrei d’Europa. Sino al 1937, anno dell’enciclica “Mit
brennender Sorge”, o al 1939, quando la bozza della “Humani Generis Unitas” fu
rinvenuta incompiuta sul tavolo di lavoro di Pio XI, dopo la sua morte, la
Chiesa aveva infatti negato e respinto “le differenze tra le razze” solo
all’interno della comunità ecclesiale, trascurando quanto avveniva fuori dalle
sue mura. Aveva bensì denunciato le vessazioni contro gli ebrei, ma ribadito
anche che quel “malaugurato popolo (…) si era affondato da solo nella disgrazia
e i suoi capi accecati avevano chiamato sulle proprie teste la maledizione
divina”.
“Guardiamoci da ogni teologia che possa rimanere identica tento prima quanto
dopo Auschwitz”, avvertì Johan Baptist Metz, sollecitando la Chiesa a riscoprire
“l’importanza dell’ebraicità di Gesù”. L’abbandono della prospettiva
intransigente e antiliberale, con il concilio Vaticano II, consentì quindi
l’inizio della revisione dell’antigiudaismo. La dichiarazione “Nostra Aetate”,
proclamata nel 1965 al termine del Concilio, è il primo testo che documenta il
superamento della visione tradizionale, basata sulla necessità “dell’umiliazione
dell’ebreo” come testimonianza della verità cristiana. La Chiesa non pretende
più che il proprio primato sia la conseguenza della “fine di Israele come popolo
eletto”, anzi. Solamente una Chiesa diversa, ma da sempre e per sempre collegata
ad Israele può essere considerata immune dalla tentazione di “sostituirsi” ad
Israele, e la fine della teologia della sostituzione costituisce il vero termine
della tradizione antigiudaica. Nel 1986, di fronte agli ebrei di Roma riuniti in
Sinagoga, Karol Wojtyla abbandonò ogni reticenza, e ammise che l’antica
avversione cattolica agli ebrei aveva avuto una responsabilità pesante nel
rendere la maggioranza dei cristiani d’Europa incapaci di reagire alla
persecuzione dei loro diritti e delle loro vite. All’impulso di Giovanni Paolo
seguirono le conferenze episcopali e le dichiarazioni di pentimento dei Vescovi
di Germania e d’Austria (1988), e di Francia (1995). “La domanda di perdono” –
nella sua grandezza e con le sue ambiguità, sottolineate con acume da Carlo
Ginzburg – caratterizza comunque tutto il pontificato di Giovanni Paolo II: è il
pontefice che chiede a padre Georges Cottier di organizzare la conferenza della
Commissione storicoteologica dedicata a “Le radici dell’antigiudaismo cristiano”
in vista del Giubileo del 2000. Come ha scritto Enzo Bianchi, da allora il
dialogo ecumenistico ebraico-cristiano è enormemente progredito ed è oggi
possibile pensare a ebrei e cristiani come“unico popolo di Dio”, sebbene
distinto in due comunità di fede.
Se in Europa occidentale antigiudaismo, antisemitismo politico e razzismo
antiebraico si sono progressivamente prosciugati, nelle terre ove il genocidio
fu consumato – tra Polonia, Russia, Ucraina ecc. – un nuovo antiebraismo si è
manifestato, dopo la Seconda guerra mondiale, sotto forma di antisionismo. Nel
contempo, ai margini dell’Europa, nelle terre del Mandato Britannico e dell’ex
impero francese – tra Siria, Libano, Iraq, Giordania, Palestina – la
trasformazione dell’Yshuv (le colonie sioniste della Jewish Agency) in Stato di
Israele, nel 1948, ha generato una catena di sollevazioni antisioniste che, nel
corso dei decenni, sono passate dal nazionalismo all’islamismo sotto il segno
della continuità antisionistica e antiebraica. Percorsi talvolta paralleli,
spesso intrecciati, comunque decisivi per capire gli esiti a noi più vicini nel
tempo, nei quali precipitano le eredità dell’antisionismo coltivato dal
nazionalismo sovietico e le radicali trasformazioni culturali del medio oriente
arabo-islamico. Nel contesto della Guerra fredda, le nuove linee della politica
sovietica, e di conseguenza, delle democrazie popolari e del movimento comunista
internazionale, si cristallizzano tra la prima (1948-49) e la terza guerra
arabo-israeliana (1967). L’aggressione della Lega Araba, nel 1948, fu
esplicitamente diretta alla distruzione del neonato Stato ebraico (peraltro
riconosciuto dall’Urss), e venne sconfitta a fatica, risolvendosi nella
catastrofe dei palestinesi (la prima ondata di un milione di profughi). La
guerra del 1967 segnò la nascita della “Grande Israele” allargata ai territori
del Sinai, di Gaza, del Golan siriano e della West Bank giordana e suscitò
l’ostilità dei paesi del Patto di Varsavia (ma già nel 1956, nel corso della
seconda guerra tra Israele ed Egitto, con l’intervento anglo-francese a Suez,
l’Unione Sovietica era giunta addirittura a dichiarare – come documenta Benny
Morris – che “la guerra avrebbe messo a repentaglio l’esistenza stessa di
Israele”).
L’antiamericanismo cominciò a giocare un ruolo decisivo nell’ostilità all’ebraismo. Negli Stati comunisti europei il confronto frontale con gli Stati Uniti fornì la cornice a durissime campagne antisioniste, nelle quali si rigeneravano gli antichi stereotipi antiebraici della tradizione religiosa ortodossa o cattolica, e persino il linguaggio dell’antisemitismo politico nazionalista. Mentre negli anni Venti e Trenta i giornali nazisti pubblicavano continuamente gli elenchi dei dirigenti comunisti ebrei – a dimostrazione che la rivoluzione bolscevica niente altro era stata che un complotto “giudeo” – negli anni Quaranta la competizione ostile con la potenza americana indusse l’Unione Sovietica a un inasprimento della repressione interna e dell’ebraismo. La necessità di programmare una nuova fase di “accumulazione primitiva” e di repressione sociale dei contadini, l’esaltazione della patria socialista, furono coperte dalla campagna nazionalista contro ogni tendenza “cosmopolitica”: le prime ma non uniche vittime furono gli ebrei, colpiti prima di tutto con misure amministrative che intendevano bloccare i contatti tra intellettuali umanisti, scienziati e mondo occidentale. Il divieto di matrimoni, le corti d’onore negli Istituti e nei ministeri, il caso Kljveva - Roskin condussero al varo di una campagna, nel 1947, non più solo antioccidentale, ma decisamente antiamericana, condotta dall’Unione degli scrittori e dal suo organo di stampa, la “Literaturnaja Gazeta”. Nel 1948 la responsabilità dello scoppio della Seconda guerra mondiale fu attribuita, oltre che al regime nazista, alla politica estera delle democrazie occidentali, con l’intento di giustificare la creazione di una nuova coalizione di forze in difesa della pace e contro la minaccia americana.
Se l’Unione Sovietica aveva
riconosciuto Israele nel 1948, e finanziato il suo esercito nel corso della
prima guerra, negli anni Cinquanta l’atteggiamento venne rovesciato e,
all’interno del paese, la propaganda antisionista divenne una componente
essenziale della lotta antiamericana. Così, in più occasioni, gli ebrei
sovietici furono attaccati come complici di Israele, divenendo i sostituti
“vicini” del nemico lontano, l’America. L’antimperialismo, l’antiamericanismo
avevano generato avversione agli ebrei “complici di Israele”. Alla fine del 1948
il Comitato Antifascista Ebraico fu sciolto e l’ex capo dell’Ufficio sovietico
di informazione arrestato, con l’accusa di pianificare, d’accordo con gli Usa,
la creazione di una repubblica ebraica socialista in Crimea. L’ostilità
antiamericana, l’avversione a Israele e l’antisemitismo avevano consentito il
recupero dello stereotipo della tradizione antisemita: il nemico intestino
dedito alla cospirazione.
Victor Zaslavsky parla, a proposito, di “un nuovo antisemitismo di Stato”;
metterei piuttosto in evidenza le connessioni tra questa deriva nazionalista
della politica sovietica e l’antiebraismo, tra nazional-comunismo (o socialismo
nazionale) e discriminazioni antiebraiche. Deriva di lampante evidenza – ad
esempio – nella storia polacca dopo il 1946.
La Polonia indipendente aveva già conosciuto – sino al 1939 – un’impressionante ondata di intolleranza per effetto delle campagne in favore dell’espulsione delle minoranze ucraine, bielorusse ed ebraiche (la “minoranza” ebraica contava oltre tre milioni e mezzo di persone), promosse dal partito nazionaldemocratico di Roman Dmowski. Quella propaganda conquistò l’opinione pubblica e quasi tutte le forze politiche non ebraiche – esclusi socialisti e comunisti. La forza dell’antisemitismo si rivelò drammaticamente dopo l’invasione nazista, quando oltre venti massacri di ebrei furono perpetrati dalle popolazioni di villaggi e città, peraltro senza alcuna partecipazione tedesca. Così accade a Jedwabne, come ha documentato Jan Gross. (E il caso Jedwabne, esploso nel 2000, ha riaperto la questione ebraica nella coscienza nazionale, fondata sulla “memoria senza ebrei”, quando il cardinale Glemp giunse a criticare il presidente Kwasniewski che aveva chiesto perdono per il massacro perpetrato dai polacchi). Nel 1967, il Partito unificato dei lavoratori lanciò una grande campagna antisionista. Approfittando del clima politico internazionale prodotto dalla guerra dei Sei giorni, Gomulka usò quel gigantesco sforzo di propaganda per imporre la sua linea politica ed eliminare l’opposizione interna al partito, con l’uso delle parole d’ordine della sua ala nazionalcomunista, guidata da Moczar. In uno scambio di lettere con il presidente egiziano Nasser, il capo dello Stato polacco, Ochab, equiparò la guerra a Israele alla causa dell’anticapitalismo. Gomulka, Kepa, Spychalsk bollarono le simpatie spontanee di alcuni settori del paese per lo Stato ebraico circondato dagli eserciti arabi come prove documentarie delle connessioni segrete tra i dissidenti interni, le organizzazioni sioniste, la Germania Federale e Israele. Il dissenso fu identificato con un atteggiamento di ostilità antipatriottica e antisocialista. Nel marzo 1968, così, l’esplosione del dissenso di massa del movimento studentesco contro la proibizione di uno spettacolo teatrale (era Mickiewicz, “Gli Avi”) fu l’occasione che condusse a una selvaggia repressione: dirigenti studenteschi e docenti furono espulsi dagli atenei e ben venticinquemila ebrei – pressoché tutto ciò che restava dell’ebraismo polacco, venti anni dopo Auschwitz – furono espulsi dal paese.
Ma il 1967 fu l’anno della svolta antisraeliana anche nei partiti comunisti del movimento operaio occidentale. Anche il Pci dimenticò il sostegno dato dai propri dirigenti alla nascita di Israele, l’unico Stato mediorientale in cui governi socialisti potessero essere eletti in libere elezioni e ai comunisti fosse riconosciuta l’esistenza legale. Nel 1967 poche voci dell’intelligenza di sinistra si levarono contro l’assimilazione di Israele alla “potenza imperialistica”: Umberto Terracini naturalmente, oltre che Italo Calvino, Alessandro Galante Garrone, Pier Paolo Pasolini. Nel 1969 il Pci avrebbe ceduto al ricatto delle delegazioni arabe escludendo a priori gli israeliani dal convegno di Palermo sul Mediterraneo.
Le intense relazioni tra l’ebraismo italiano e il partito socialista (a Milano, soprattutto) e quello repubblicano; il rilancio del sionismo socialista, la milizia di molta gioventù ebraica nel movimento studentesco del 1967-68, non modificarono il quadro. Si verificarono anzi diversi episodi di aggressioni a studenti israeliani ed ebrei da parte di militanti dell’estrema sinistra (Carlo Momigliano a Roma, Joseph Israeli a Milano). Fu ancora il coraggio di Terracini a denunciare sulla Stampa, nel 1972, lo slittamento dell’antisionismo di molti militanti comunisti in autentico antiebraismo. Nel partito comunista non vi erano esplicite posizioni antisemite, ma la frontale denuncia delle politiche “segregazioniste” israeliane nei territori occupati e la ricerca di ogni attenuante per il terrorismo palestinese non poteva che avere effetti disastrosi. Se per Berlinguer il punto rimase sempre la polemica con “l’alleato di Washington in medio oriente”, nella sinistra del Pci e poi nel Manifesto – esemplari le posizioni del 1975 di Luciana Castellina – veniva messa in discussione l’esistenza stessa dello “Stato teocratico”, a favore della “Palestina democratica” e la stessa “scelta sionista” all’origine della violenza sulle “masse arabe”. La condanna politica di azioni del governo israeliano ritenute ingiustificate debordava così, per la prima volta, nella negazione del risorgimento nazionale ebraico sulla propria terra e di un diritto riconosciuto ad ogni altro popolo.
Pochi anni dopo, l’invasione
israeliana del Libano avrebbe lacerato l’ebraismo italiano, innescato nuove
manifestazioni israeliane e alimentato i primi attentati armati ai “covi
sionisti”. Il 9 ottobre del 1982 terroristi arabi ed europei uccidevano un
bambino e ferivano trentacinque persone alla sinagoga di Roma. Nel 1984, la
commissione italiana alla Conferenza Interparlamentare di Ginevra, guidata dal
democristiano Andreotti e dal comunista Bufalini, votò la mozione dell’Iraq
contro il “razzismo sionista”. Craxi incontrò un Arafat indagato per la
fornitura di armi alle Brigate Rosse. Sul versante comunista, solo nel 1991
Occhetto e Fassino avrebbero modificato il giudizio sul sionismo.
La deriva antiebraica dell’antisionismo si è manifestata di nuovo negli anni
Novanta nei settori estremi dei movimenti pacifisti e anti-globalizzazione,
nell’opinione antiamericana e nella destra sociale “antimondialista” e
filopalestinese. Gli echi dell’antiebraismo islamista sono evidenti e
probabilmente non estranei a scambi con gruppi di immigrati extraeuropei di
orientamento integralistico. Si tratta, anche di un “ritorno” della tradizione
antisemitica al suo luogo di nascita. Sembrerebbe – infatti – che in origine
l’ostilità araba verso il sionismo non avesse alcun tratto antisemita (non
occorre ricordare che, a voler impiegare queste denominazioni, gli arabi sono
essi stessi semiti). L’avversione antisionista degli arabi della Palestina
ottomana, dei Giovani Turchi e dei nazionalisti arabo-palestinesi in lotta
contro il Mandato britannico, non era mai stata segnata da motivi religiosi, ma
eminentemente pratici (diritti di pascolo, proprietà della terra, controllo
delle acque). Ciò vale per gli scritti antisionistici di Najib Nassar, arabo
cristiano, come per quelli di Yunius Nadi, turco musulmano: solo con Negit
Azoury si registrano echi degli stereotipi della letteratura antidreyfusarda
francese. Dopo la prima traduzione in arabo dei Protocolli dei Savi di Sion,
stampata a Gerusalemme nel 1926 sul periodico della comunità cattolica, i
giornali arabi dei territori del Mandato britannico, della Siria francese e
dell’Iraq, cominciarono a replicare lo stereotipo del complotto, identificando i
coloni dell’Yshuv e i funzionari della Jewish Agency con gli agenti del
bolscevismo mondiale: proprio quando il sionismo veniva posto fuori legge in
Unione Sovietica e l’emigrazione ebraica proibita. Con la pubblicazione nel 1937
del Libro Bianco della Commissione reale britannica presieduta da Lord Peel –
che programmava la costituzione di uno Stato ebraico ma anche uno Stato
arabo-palestinese – i contatti tra i movimenti antisionisti arabi e la Germania
nazista si intensificarono, e il mondo arabo, attraversato da forti tensioni
nazionalistiche antibritanniche e antifrancesi, divenne un destinatario
importante della propaganda nazista. Il muftì di Gerusalemme, Hai Amin Husayni,
capo del Supremo comitato della Palestina araba, concepì una guerra santa
dell’Islam alleato con il Terzo Reich contro l’ebraismo mondiale. Sam al-Jundi,
uno dei primi dirigenti del partito Baath iraqeno, si formò sui testi di H.S.
Chamberlain e A. Rosen- poliberg. Il programma antiebraico del partito popolare
siriano di Antun Sa’ada fu addirittura riproposto, dopo il 1945, nel Qawmiyyn al
Arab, il partito nazionalista arabo e sono note le propensioni naziste del
partito Giovane Egitto, di Ahmad Husayn. Quel partito, e i circoli militari ad
esso vicini, ebbero forte influenza su Giamal Abd Nasser, Anwar as Sadat e gli
ufficiali golpisti che avrebbero dominato l’Egitto dopo il 1952. Negli anni
Quaranta l’ostilità antibritannica e antifrancese dei nazionalisti arabi di
tutti i paesi della Mezzaluna Fertile costituito dunque il terreno di coltura
della propaganda antiebraica, e di quelle simpatie filonaziste sarebbero rimaste
tracce evidenti sino agli anni Settanta, nelle opinioni del leader del partito
socialista progressista libanese, Kamàl Jumblatt, e del presidente siriano,
Hàfiz al-Asad. Se negli anni Cinquanta il fondatore dei Fratelli Musulmani,
Sayyid Qutb, considerava “la lotta contro gli ebrei” secondaria, nel 1979 però
l’organo dell’organizzazione islamista, “al –Da’ wa”, pubblicava una serie di
articoli contro gli Stati Uniti nei quali qualsiasi distinzione tra israeliani,
sionisti ed ebrei era scomparsa. E tuttavia, benché le continue traduzioni dei
Protocolli continuassero ad essere consigliate dai Capi di Stato arabi – Nasser,
Sadat, Gheddafi, Arif, Faisal, o da scrittori celebrati come l’egiziano al Aqqad
- negli anni Settanta nell’avversione a Israele prevalsero gli accenti
antisionistici, fondati sulla polemica contro il segregazionismo “razzista”
israeliano e più adattabili ai codici del linguaggio politico “antimperialista”.
La ricezione positiva da parte dei progressisti occidentali era scontata.
Apparentemente depurato dalle scorie “protocolliste”, l’antiebraismo arabo
riaffiorava piuttosto di fronte all’esigenza di tutelare la “morale pubblica”,
come nel processo agli omosessuali egiziani, o nelle ipotesi di attribuzione del
massacro newyorchese dell’11 settembre 2001 al Mossad avanzate sulle televisioni
saudite, sino a cristallizzarsi nelle allucinanti proclamazioni contro il
razzismo di Israele e degli ebrei alla conferenza internazionale di Durban. I
suoi lemmi e i suoi codici sono stati poi ampiamente ripresi dai promotori
europei di innumerevoli manifestazioni antiebraiche organizzate in occasione di
festival canori, proiezioni cinematografiche e conferenze in cui fossero
invitati israeliani o ebrei, mentre tra 2001 e 2002, tra Francia e Germania, si
sono contate centinaia di attentati contro sinagoghe, cimiteri, scuole ebraiche.
Eric Marty (Le Monde del 16 gennaio 2002) ha chiamato in causa il populismo
poujadista di destra e di sinistra. In Italia gli striscioni dei Cobas con il
“no alla guerra”, a Roma, recano i segni del dollaro e la stella di David e
ripropongono per questi simboli lo stereotipo dell’avidità di denaro. A Milano
si insulta lo stendardo della Brigata ebraica, che combatté a fianco degli
Alleati contro i nazisti; a Pisa, un “Collettivo di Scienze Politiche” accusa il
sionismo della responsabilità dell’”Olocausto palestinese”.
Come nei momenti peggiori degli anni Settanta e Ottanta, l’avversione a Israele
– non la legittima critica del suo governo – e quella agli ebrei si saldano. Ma
questa doppia avversione rivela ancora una volta un disagio che rimonta alle
fratture che l’ebraismo e Israele rappresentano nella vicenda dell’Europa e
nella sua memoria: quelle più antiche, tra ebraismo e cristianità, e le più
recenti, riconducibili all’antisemitismo politico, quintessenza
dell’antiliberalismo, e allo sterminio. Chi spiega i ricorsi dell’antisemitismo
con cause oggettive – la crisi economica, il disagio giovanile nelle periferie,
la disoccupazione, l’incertezza psicologica – coglie magari il contesto del
fenomeno, ma rischia di equivocarne la natura, che è quella di una tradizione
che riemerge e di una novità che su di essa germoglia. Non basta mettere sotto
analisi l’ansia collettiva per la dilatazione degli spazi, la globalizzazione
esecrata, l’espropriazione dell’identità, il furto del lavoro da parte
dell’immigrato. La xenofobia europea è solo il contesto dell’antiebraismo, ma
questo non appare più un “razzismo applicato agli ebrei”, o una nuova forma
dell’antisemitismo politico, bensì la manifestazione dell’ostilità verso una
entità che si immagina capace di tenere in mano le redini del mondo. C’è in giro
un nuovo complotto immaginario – Israele e gli americani, braccio armato del
sionismo – che può rinnovare i fasti della tradizione antisemita e del complotto
ebraico, solo cambiandone i protagonisti presunti. Il nuovo complotto di Bush e
Sharon pretende di spiegare con disarmante semplicità una storia, quella che noi
tutti viviamo oggi, complicata da capire e interpretare. Un’analisi semplice,
una spiegazione facile, un capro espiatorio definito. Tutto qui, il nuovo
antiebraismo.