Passaggio a Sud-Est: la via islamica
alla democrazia
di Vittorio E. Parsi
Fonte: www.chiesa.it, 8\11\2004
Le relazioni tra Occidente e islam non stanno per nulla attraversando una fase
pacifica. [...] Se, come occidentali, non ci attrezzeremo concettualmente per
comprendere le difficoltà, la mentalità e le aspettative dei nostri vicini, e in
tempi davvero rapidi, allora la guerra finirà con essere lo strumento cui faremo
sempre maggior ricorso, magari chiamandola pudicamente con altri nomi e
continuando a esecrarla. Affinché ciò non avvenga è determinante che si spazzi
il campo da quelle illusioni che troppe volte hanno reso un dialogo sterile il
dibattito su come affrontare la questione della democratizzazione del mondo
islamico. [...]
Credo che la secolarizzazione sia una delle categorie di cui dovremo accettare
la storicità, la non universalità.
All’interno della storia d’Occidente è indubbio che la secolarizzazione abbia
costituito lo snodo centrale attraverso il quale è passata la pacificazione
interna dei sistemi politici e la riduzione del tasso di violenza del sistema
politico generale europeo. Significativamente, proprio al 1648 e alla pace di
Westfalia, che pose fine alla Guerra dei Trent’anni, si fa risalire l’origine
del sistema politico internazionale. Con quella pace si conclude, in Occidente,
l’ultimo sanguinosissimo conflitto per l’egemonia condotto in nome (o con lo
strumento) dell’uniformità religiosa.
Da allora il processo di secolarizzazione – la progressiva emarginazione della
religione e delle sue gerarchie dal campo della politica – conosce in Occidente
un punto di non ritorno. Come all’interno della comunità politica l’unità non
potrà più essere minacciata in nome della diversità religiosa, così tra comunità
politiche diverse il ‘cleavage’ religioso non potrà più essere impugnato come
legittimo motivo di ostilità reciproca.
L’affermazione dello Stato è passata anch’essa per la secolarizzazione. La piena
sovranità dello Stato non poteva tollerare che altri pretendessero di limitarne
la legittimità, neppure in nome di autorità trascendenti. Per dirla con Hobbes,
affinché un nuovo Dio mortale vivesse un altro doveva morire. E credo ci siano
pochi dubbi sul fatto che lo Stato secentesco è quanto di più vicino si possa
immaginare a una forma assoluta e quasi “secolarmente religiosa” di potere.
[...]
Questa è l’esperienza storica occidentale, che lega in maniera inscindibile
secolarizzazione, modernizzazione e Stato. L’aver saputo costruire questo
incredibile artificio dello Stato sovrano moderno ha conferito all’Occidente
quello straordinario vantaggio che è alla radice del suo successo, violento e
strepitoso, nel contatto con le altre forme di organizzazione politica. Dal
Seicento l’Occidente inizia la sua marcia espansionistica nel mondo,
letteralmente annichilendo le altre forme politiche con cui viene a
confrontarsi.
Data da allora anche l’inversione di tendenza nei confronti con il mondo
musulmano. Se fino a quel momento l’impero ottomano, cioè la sua espressione
politica di maggior esito, è ancora in espansione territoriale, dalla fine del
Seicento in poi prende avvio la sua progressiva ritirata dal cuore dell’Europa.
La sconfitta delle armate turche che assediano Vienna, 11 settembre 1683, e le
vittorie delle armate asburgiche al comando di Eugenio di Savoia, 11 settembre
1697, segneranno una svolta che si concluderà solo con la distruzione
dell’impero ottomano, oltre duecento anni dopo.
* * *
Ecco il primo mito da sfatare nel rapporto tra Occidente e secolarizzazione. In
realtà, nel momento in cui si riconosce questo nuovo “noi collettivo”, si fissa
un confine oltre il quale si colloca un “altro da noi” sempre più
irrimediabilmente diverso. Mentre dentro l’Occidente si provvede a regolare,
limitare e relativizzare i conflitti, si lascia però al campo della
conflittualità assoluta tutto ciò che viene escluso da questo nuovo sistema. E
il sistema politico internazionale non fa altro che prendere il posto della
“Christiana Respublica”.
Non c’è traccia di alcun “multiculturalismo” nel tessuto di istituzioni e regole
che l’Occidente disegna per tenere insieme il mondo. Per quanto poco ci possa
piacere, dopo la lotta dei popoli contro il colonialismo (tra gli anni ’40 e gli
anni ’60 del Novecento) e la lotta per l’eguaglianza razziale e per la giustizia
economica (negli anni ’70 e ’80) siamo ora entrati in una terza fase, quella
della lotta per la liberazione culturale dal dominio occidentale e per la
riaffermazione delle civiltà e culture autoctone.
L’islam è una di queste. E la lotta contro le istituzioni e la geografia con cui
noi occidentali abbiamo disegnato il mondo a partire dal 1648 rientra in questa
terza ondata. Quando ci domandiamo perché il fondamentalismo faccia tanti
proseliti, non dobbiamo dimenticare che esso è anche il frutto delle
frustrazioni di cui il mondo islamico soffre tutte le volte che constata la sua
scandalosa sottorappresentazione in ogni istituzione internazionale di qualche
rilievo.
È un problema complessivo che riguarda tutti i paesi del cosiddetto Sud del
mondo, ma che è particolarmente avvertito dai musulmani. Se solo consideriamo le
Nazioni Unite val la pena annotare un fatto. Durante la Guerra Fredda la
principale frattura del pianeta – quella tra Est e Ovest – era rappresentata
all’interno del consiglio di sicurezza, che in tal modo diveniva un foro di
confronto, di decantazione e di sviluppo per una concreta cultura del dialogo,
della fiducia reciproca persino tra nemici irriducibili come erano il mondo
libero e quello comunista. Oggi invece i rapporti tra Nord e Sud e quelli tra
Occidente e paesi musulmani, se lasciati andare sistematicamente alla deriva o
confinati in istituzioni prive d’effetti, rischiano di tramutarsi
progressivamente in conflitti e scontri.
* * *
C’è poi un mito “domestico” della secolarizzazione, tutto interno all’Occidente,
che va anch’esso svelato.
Nell’esperienza occidentale la secolarizzazione non solo consente l’affermazione
dello Stato e la modernizzazione. Essa rappresenta anche il prerequisito
d’obbligo dello sviluppo di due altre formidabili categorie politiche che hanno
sfidato lo Stato, l’hanno trasformato in profondità e, alla lunga, l’hanno reso
ancora più saldo: la nazione e la democrazia.
Nonostante tutti e tre questi concetti – Stato, nazione e democrazia – abbiano
affascinato, in epoche diverse, praticamente tutte le élite riformatrici
musulmane, è difficile non concordare sul fallimento della loro ricezione nel
mondo islamico.
Se la principale giustificazione della secolarizzazione sta nel considerarla il
passaggio obbligato per lo sviluppo dello Stato democratico e nazionale, allora
agli occhi del mondo musulmano il sacrificio potrebbe non valere l’obiettivo.
Sfortunatamente, infatti, Stato laico, nazione e democrazia sono stati già
variamente sperimentati, sia pur in malriuscite edizioni, dalle società
musulmane e si sono rivelati così fallimentari da risultare pochissimo
attraenti, se il loro prezzo obbligato è la netta divisione tra politica e
religione. In una società musulmana nella quale la religione è vista come il
principale strumento per ritrovare una propria identità, è irrealistico
immaginare che la secolarizzazione possa avere qualche chance di successo. O
addirittura che possa anche solo essere proposta.
La via della secolarizzazione – pur intrapresa con entusiasmo dalle élite arabe
riformiste e rivoluzionarie negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso – si è
rivelata un insuccesso quasi totale proprio perché coincidente con una
modernizzazione di matrice occidentale incapace di attecchire in profondità
nelle società musulmane. Di fatto, la secolarizzazione ha semplicemente
spossessato di un’identità tradizionale le masse e i ceti medi dei paesi
musulmani, senza essere in grado di rimpiazzarla con qualche cosa d’altro.
È proprio la crisi di identità delle società musulmane ciò che oggi mette più a
richio l’ordine mondiale e la pacificità di un sistema politico internazionale
che comunque resta estremamente centrato sull’Occidente. Ed è proprio la natura
identitaria di questa crisi – generata anche dalle pessime performance politiche
ed economiche succedute all’indipendenza e alle rivoluzioni socialiste – che
finisce col rendere così difficile trattare la questione islamica.
In realtà, per cercare una sorta di via islamica alla democrazia, il cui
ritrovamento appare oggi più che mai cruciale, occorre guardare con un maggior
relativismo al rapporto tra democrazia e secolarizzazione.
Trovare il “passaggio a Sud-Est” della democrazia è un compito per il quale
dovremo tutti attrezzarci, senza superbia e nell’interesse comune.
La sola alternativa all’esportazione della democrazia con la guerra è proprio
quella di elaborare nuove forme di esperienze democratiche che sappiano mettere
a profitto le caratteristiche delle società musulmane, piuttosto che
contrastarle o negarle, magari attraverso la loro occidentalizzazione. Se saremo
capaci di trovare una via diversa rispetto a quella fin qui sperimentata dalla
tradizione occidentale per la soluzione del rapporto tra politica e religione,
avremo reso alla democrazia e alla pace il più grande servizio possibile.
* * *
Ma c’è un ulteriore elemento che dovrebbe spingerci a riconsiderare con minore
alterigia il rapporto tra politica e religione. Si tratta della risurrezione a
livello globale, anche dentro l’Occidente, della questione religiosa.
In realtà, potremmo oggi addirittura parlare di una de-secolarizzazione della
società, se consideriamo quanto la religione sia riconosciuta come un fattore
chiave nelle relazioni nazionali, transnazionali e internazionali. Personalmente
ritengo che, a mano a mano che le nostre capacità tecnologiche raggiungeranno
mete impensabili nella storia dell’umanità (si pensi alla genetica, o alle
possibilità offerte dalla procreazione artificiale), parallelamente crescerà lo
spazio che le società, anche le più laiche e secolarizzate, riconosceranno
nuovamente al discorso religioso.
Di fronte a problemi non affrontati compiutamente dalla filosofia, solo le
religioni sono in grado di offrire risposte senza tempo, e quindi sempre valide
per tutti coloro che decidano di affidarvisi. Dove fissare un ragionevole
confine tra politica e religione, quando le decisioni di un’assemblea politica
devono determinare ciò che è giusto e consentito in campi tanto delicati? Come è
pensabile precludere a una riflessione umana così a lungo esercitata come quella
religiosa la possibilità di fare d’ausilio, quando dobbiamo decidere in
coscienza di ciò su cui non sappiamo ancora dare un giudizio di valore certo?
Sapremo fare a meno della religione, quando ciò che sappiamo tecnicamente fare
supera di molto ciò che sappiamo di poter eticamente fare?
Questa risurrezione globale della religione è particolarmente evidente nella
politica internazionale. Religione, nazionalismo ed etnicità hanno dimostrato di
essere fonti durature di identità e di conflitto.
* * *
Ma proprio gli eventi degli ultimi decenni dovrebbero portarci a fare almeno due
considerazioni.
La prima è che in Occidente abbiamo date per morte queste dimensioni della lotta
politica un po’ troppo presto e un po’ troppo definitivamente. Se vogliamo
continuare a essere in grado di costruire un discorso politico che non sia
semplicemente rattrappito sull’esperienza storica occidentale, dovremmo avere il
coraggio di considerare che la “postmodernità” irreligiosa della politica è più
una tentazione intellettualistica che una realtà universale.
La seconda considerazione prende atto di come proprio la relativizzazione della
portata etica dello Stato, soprattutto in Europa, riapre lo spazio per una nuova
articolazione del rapporto tra politica e religione. [...]
Noi occidentali dovremmo smettere di interrogarci se l’islam sia compatibile con
la civiltà occidentale, ignorando scambi passati e presenti e continue
fertilizzazioni incrociate. Che ne siamo o meno consapevoli, porci una simile
domanda implica [...] l’aver assunto arbitrariamente un’idea astratta di civiltà
occidentale a norma universale. Non solo. Una simile pretesa si basa anche sulla
fallace idea che le civiltà siano reciprocamente esclusive e opposte, mentre in
realtà civiltà e culture si sovrappongono, si intersecano, hanno differenze e
similitudini.
Nel rispetto delle differenze culturali non dovremmo però mai scordare che
esiste un’aspirazione universale alla democrazia o, per lo meno, alla libertà.
Ancor più che l’analisi delle dottrine e delle esperienze diffuse nel tempo e
nello spazio, dovrebbe bastare il buon senso a farci ritenere che, in quanto
essere ragionevole e ragionante, l’uomo aspiri a essere libero. Se c’è una cosa
che accomuna il cammino dell’umanità sotto ogni latitudine è proprio questa
incessante ricerca umana di sottrarsi, sia pur per vie diverse, all’arbitrio
altrui in nome della propria libertà.
Certo, non sempre la dottrina democratica – cioè il pensiero politico che vede
nel governo del maggior numero la forma preferibile di organizzazione politica –
è stata la più popolare tra gli intellettuali, i governanti e persino i sudditi.
E non v’è dubbio che nella sua forma a noi più vicina – quella che coniuga il
principio di maggioranza con il rispetto delle minoranze – essa solo oggi
incontra un saldo radicamento.
D’altra parte, però, proprio la sua diffusione trasversale alle epoche e alle
civiltà – e le stesse alterne vicende della sua fortuna, altrettanto trasversali
– fanno immediatamente piazza pulita di chi volesse vedere nell’Occidente il
solo depositario del valore della democrazia.