Perché è sbagliato parlare di "tre religioni del libro", l'islam è altro

 

di Alain Besancon

 

Fonte: Il Foglio, 2\10\2004

 

RIASSUNTO DELLE PRECEDENTI LEZIONI.
Besançon chiarisce subito la faccenda. L’islam nasce nel 622 della nostra era, a Medina, nella penisola arabica, come “religione direttamente opposta ai tre fondamentali dogmi cristiani: la Trinità, l’Incarnazione e la Redenzione”. I seguaci di questa religione sono sul punto di diventare più numerosi dei cristiani, oggi afflitti da un irenismo che l’islam non conosce. Già Giovanni Damasceno e Tommaso d’Aquino avevano fissato l’incompatibilità teologica tra islam e cristianesimo. Ma il pensiero cristiano moderno compie uno sforzo di accoglienza e integrazione che sottovaluta i motivi effettivi di opposizione. Il Dio unico, eterno e onnipotente dell’islam non si presenta come il liberatore di un popolo, non ha storia né rapporto personale e reciproco con gli uomini. Per ebrei e cristiani la Bibbia è un testo “ispirato” da Dio, per l’islam il Corano è la Parola increata di Dio. Definire Dio “Padre” è un antropomorfismo sacrilego per l’islam, Dio ha fatto scendere fra gli uomini solo una legge sacra e chiede sottomissione non imitazione. L’osservanza della legge e dei suoi “cinque pilastri” non implica necessariamente l’interiorità, come per i cristiani: l’ascetismo è estraneo allo spirito dell’islam. Siamo di fronte a una religione che nega l’idea di ordine naturale e non concepisce reciprocità sul piano dei diritti religiosi.

 

Torniamo alla situazione storica contemporanea. L’islam, che è in crescita, oggi non sembra più attratto dal cristianesimo che in passato. Mentre i cristiani, dal canto loro subiscono l’attrazione dell’islam e possono persino esserne tentati. E’ un’attrazione che si avverte in maniera assai sensibile in un uomo di cultura come Louis Massignon, che ha contribuito non poco a influenzare la visione cristiana dell’islam nel XX secolo. In alcuni ambienti teologici è stato lui infatti a radicare due opinioni che ancora oggi continuano a vivere, e cioè, in primo luogo, che il Corano sia una specie di rivelazione sui generis, accorciata certo, primitiva, ma in ogni caso di natura sostanzialmente biblica. In secodo luogo, poi che l’islam sia autenticamente, come esso stesso rivendica di essere, di filiazione abramitica. Quando guardiamo alla letteratura favorevole all’islam, opera il più delle volte di preti cristiani di derivazione massignoniana, scopriamo che l’attrazione per l’islam nasce da sentimenti diversi. Una certa critica della nostra modernità liberale, capitalistica, individualistica, competitiva, trova nella civiltà musulmana tradizionale alla quale essa attribuisce aspetti contrari, bei tratti come la stabilità delle tradizioni, lo spirito comunitario, il calore dei rapporti umani. Preoccupati dal raffreddarsi della fede e della pratica religiosi nei paesi cristiani, specialmente in Europa, questi ecclesiastici ammirano la devozione musulana. Si meravigliano di quegli uomini che, nel deserto o in un capannone industriale di Francia o Germania, si prosternano cinque volte al giorno per la preghiera rituale. Pensano che sia meglio credere in qualcosa che non credere del tutto, e s’immaginano che dal momento che quelli credono, credono pressoché la stessa cosa che credono loro.

Così facendo confondono però fede e religione.

E alla fine, sono lieti di constatare il posto di riguardo che Gesù e Maria assumono nel Corano, senza badare al fatto che quel Gesù e quella Maria del Corano sono solo degli omonimi che a parte il nome nulla hanno in comune col Gesù e con la Maria che conoscono loro. E’ un fatto grave, questo, che perturba il rapporto tra cristiani ed ebrei.

Da questo punto di vista, i musulmani sembrano “migliori” degli ebrei, perché onorano Gesù e Maria, cosa che gli ebrei non fanno. In questo modo giudaismo e islam vengono posti in simmetria, a vantaggio dell’islam. Gli ebrei a loro volta mettono in simmetria cristianesimo e islam, con un altro vantaggio per l’islam, religione dal monoteismo meno problematico.

Ma i cristiani non possono prendere sul serio questa simmetria, e la Chiesa cattolica d’altra parte l’ha espressamente condannata. Accettarla vorrebbe dire rinunciare alla sua filiazione dalla profezia di Israele a partire da Abramo, rinunciare alla filiazione davidica del Messia, trasformare il cristianesimo in un messaggio atemporale, separato dalla sua fonte, dalla sua storia. A quel punto il Vangelo diventerebbe un altro Corano, e verrebbe a fondarsi sull’universalismo di quest’ultimo. E’ per questo che sarebbe bene fare attenzione a depurare il discorso cristiano contemporaneo da espressioni tanto pericolose come “le tre religioni abramitiche”, “le tre religioni rivelate”, e persino “le tre religioni monoteistiche” (visto che ce ne sono anche altre). L’espressione più falsa di tutte è “le tre religioni del Libro: infatti significa non che l’islam fa riferimento alla Bibbia, ma che l’islam per i cristiani, gli ebrei, i sabei, e gli zoroastriani ha previsto una categoria giuridica tale – “la gente del Libro” – che essi possono sollecitare lo statuto di d’himmi, e cioè conservare attraverso discriminazione la propria vita e i propri beni invece di andare incontro alla schiavitù e alla morte alla quale sono promessi i kafir, o pagani.
Che tali espressioni vengano usate con tanta facilità è segno che il mondo cristiano non è più capace di stabilire con chiarezza la differenza tra la propria religione e l’islam. Siamo forse tornati ai tempi di san Giovanni Damasceno quando ci si domandava se l’islam non fosse una forma come un’altra di cristianesimo? Non è escluso. Lo storico conosce la situazione. Quando una Chiesa non sa più cosa crede, né perché lo crede, scivola verso l’islam, senza rendersene conto. E’ quello che è accaduto in massa e in poco tempo ai monofisiti di Egitto, ai nestoriani di Siria, ai donatisti dell’Africa del nord, agli ariani di Spagna. I cristiani fanno un grave errore a considerare l’islam una religione semplicistica, elementare, una “religione da cammelliere”.

Al contrario, l’islam è una religione estremamente forte, una particolare cristallizzazione del rapporto tra uomo e Dio perfettamente opposta al rapporto ebraico e cristiano, ma altrettanto coerente. I cristiani fanno pure un grande errore a pensare che l’adorazione del Dio unico di Israele da parte dell’islam renda i musulmani più vicini a loro di quanto non fossero i pagani. In effetti, come dimostra la storia dei loro rapporti, ne sono ancora più radicalmente lontani, per il modo stesso di adorare questo stesso Dio. Sono due religioni separate dallo stesso Dio. Di conseguenza, se i cristiani vogliono capire i musulmani e come si dice oggi “dialogare” con loro, devono fondarsi su quel che resta in seno all’islam della religione naturale, della virtù naturale. E per prima cosa devono fondarsi sulla comune natura umana che condividono con loro. Con la differenza che il Corano, diversamente da Omero, Platone o Virgilio, non può essere considerato come una praeparatio evangelica. Jacques Ellul non affronta il problema esattamente negli stessi termini in cui io l’ho appena posto. Sappiamo, e lui qui lo ripete, che nel solco di Karl Barth rifiuta al cristianesimo, lo statuto di una “religione”. Desidero segnalare questo punto di teologia, anche se non è necessario approfondirlo qui: non cambia nulla nel nostro modo di guardare all’islam. Come sarei contento se oggi Jacques Ellul potesse riprendere la discussione. Ma questo è il suo ultimo scritto. Aveva sentito che prima di lasciare questo mondo, nel 1994, era urgente dargli un solenne avvertimento. Va dunque letto come un testamento. Oggi, dieci anni dopo, ne comprendiamo meglio la gravità.