Gli ebrei devono
liberarsi dell'Europa. Intervista a Jean-Claude
Milner
di Elias Levy
Tratto da Canadian Jewish News, 15.09.2004 - Fonte: Notizie su Israele, 27\9\2004
Se l'Europa è oggi la terra di elezione dell'antiebraismo, è perché il vecchio
continente e gli ebrei sono incompatibili. Da anni l'Europa cerca si sbarazzarsi
degli ebrei. E' la tesi tagliente sostenuta dal filosofo Jean-Claude Milner in
un libro choc, "Les Penchants criminels de l'Europe démocratique" ("Le
tendenze criminali dell'Europa democratica"), apparso recentemente nelle
edizioni Verdier. Un saggio corrosivo che ha suscitato vive polemiche.
Linguista, filosofo e psicanalista di fama mondiale - è stato uno dei più
stretti discepoli di Jacque Lacan -, ex presidente del prestigioso "Collège
International de Philosophie", professore aggregato dell'Università Parigi-VII (Jussieu),
maestro di conferenze all'Istituto Lévinas di Gerusalemme, Jean-Claude Milner è
uno dei più importanti intellettuali non-ebrei francesi.
Canadian Jewish News: Secondo lei, l'Europa ha sempre considerato gli
ebrei come un problema che bisognava risolvere a tutti i costi?
Jean-Claude Milner: E' quello che penso. La coppia problema-soluzione ha
determinato in Europa la storia moderna del nome "ebreo", dal diciottesimo
secolo ai nostri giorni. Nel mio libro mi propongo di stabilire in che modo il
dispositivo politico e sociale europeo è arrivato a pensare l'ebreo come un
problema che richiede una soluzione - favorevole o sfavorevole - alla
sopravvivenza degli ebrei. Solo l'Europa ha pensato in questi termini. Il mondo
musulmano, che considera gli ebrei come nemici da combattere e perfino da
annientare, non pensa per niente in termini di problema-soluzione, e quindi non
pensa in questo modo neanche il termine "ebreo". L'Occidente non europeo, cioè
gli Stati Uniti, pensa molte cose in termini di problema-soluzione: il problema
dei neri, il problema degli indiani, il problema dei ghetti..., ma non in modo
particolare gli "ebrei". E' all'interno della configurazione problema-soluzione
che si può arrivare a pensare la nozione di soluzione definitiva.
D. Dunque la soluzione del problema ebraico è stata sempre una grande
ossessione europea.
R. Sì. Fin dall'epoca dei Lumi, l'Europa, rischiarata dalla scienza
moderna e dalla politica razionale, ha cercato una soluzione definitiva del
problema ebraico, come ha cercato, per esempio, una soluzione definitiva del
problema delle maree, del problema della povertà, ecc. Ogni grande nazione della
cultura europea moderna ha creduto di trovare la sua soluzione per il problema
ebraico. La Francia e la Germania occupano il primo posto. Il nazismo si è
inserito nella continuità di questo paradigma. Hitler non ha inventato né la
nozione di problema ebraico, né la nozione di soluzione definitiva, né il
programma di una ricerca perseverante di questa soluzione. Ha soltanto inventato
dei modi nuovi per "risolvere" il problema ebraico. Oggi l'Europa cerca di
gestire questa eredità estremamente complessa. E, da un certo punto di vista,
arriva a dire che non c'è più un problema ebraico nel vecchio continente, ma che
adesso c'è un problema nuovo: lo Stato d'Israele.
D. Non sorprende quindi che dei sondaggi recenti effettuati su scala
europea abbiano sottolineato la grande avversione manifestata da una forte
maggioranza di europei nei confronti dello Stato d'Israele.
R. I risultati di questi sondaggi non mi hanno affatto sorpreso. Senza
rendersene conto, l'europeo medio è fortemente convinto che gli ebrei si siano
stabiliti in Medio Oriente soltanto dopo il 1948, cioè dopo la creazione dello
Stato d'Israele, e che prima d'allora non ci fosse la minima traccia di ebrei in
quella regione popolata in maggioranza da arabi-musulmani. Ai loro occhi,
l'esistenza d'Israele è la causa principale dei problemi che ci sono oggi in
Medio Oriente. Tuttavia, sappiamo tutti che la storia del Medio Oriente è un po'
più complessa.
D. Gli europei considerano lo Stato d'Israele come un'entità
coloniale.
R. Per la maggioranza degli europei, Israele è il solo responsabile e
colpevole della situazione di guerra che imperversa da molte decine d'anni in
Medio Oriente. In realtà, oggi l'europeo medio pensa che lo Stato d'Israele non
avrebbe mai dovuto nascere. E' una specie di opinione naturale, spontanea.
Profondamente segnati da una storia coloniale che si è rivelata come un cocente
scacco, gli europei, soprattutto i francesi, considerano Israele come un fatto
coloniale creato di sana pianta dall'imperialismo occidentale. E' per questo che
il modello della colonizzazione e il termine "colonie", usato per designare gli
insediamenti ebraici della Cisgiordania e di Gaza, ritornano continuamente tutte
le volte che si affronta la questione d'Israele. Per la maggioranza degli
europei il modello coloniale israeliano è il pendant del movimento
coloniale europeo.
D. Gli europei sperano ardentemente di riuscire ad imporre un piano di
pace agli israeliani e ai palestinesi. Non è una speranza chimerica?
R. Gli europei sono convinti che il loro modello di unificazione
territoriale attraverso la pace sia un modello unico e straordinario. L'Europa,
che ha inventato la nozione di Guerra Mondiale, che ha sperimentato due volte
nello spazio di un mezzo secolo, inventa oggi una nuova forma di unione
attraverso la pace. Gli europei pensano che su questo tema possono dare una
lezione al mondo intero, e che il loro modello di pace possa risolvere
definitivamente dei vecchi conflitti, in particolare in Medio Oriente. Tutti i
piani di pace, ivi compreso quello presentato a Ginevra da Yossi Beilin e dal
suo omologo palestinese, Yasser Abed Rabo, s'inseriscono nella lunga tradizione
europea di trattati miranti a instaurare una pace perpetua. La triste realtà è
che ogni volta che gli europei hanno voluto mettere in opera dei trattati di
pace corrispondenti al loro ideale, l'euforia pacifista è durata soltanto lo
spazio di una primavera. La domanda che Israele si pone ancora oggi è di sapere
se questi piani riceveranno un "buon voto" dall'opinione illuminata in Europa e
dai giornali che esprimono questa opinione illuminata. La storia è una cosa
troppo seria per farla a colpi di "buoni voti". I morti israeliani e i morti
palestinesi pesano po' di più sulla bilancia del desiderio di sapere se i piani
di pace per risolvere il contenzioso israelo-palestinese corrispondono
all'ideale europeo della pace perpetua.
D. Secondo lei, il più grande errore commesso dagli ebrei, soprattutto
europei, è di aver preso l'Europa come modello di riferimento?
R. Penso che uno dei grandi problemi degli ebrei di tutto il mondo, e
particolarmente degli ashkenaziti, è che da molto tempo considerano l'Europa
come un modello insostituibile. Per gli ashkenaziti il modello ideale era la
Francia prima del 1914, o la Germania prima del 1914. Ancora oggi molti ebrei
europei pensano che quelli siano i modelli europei a cui si deve guardare.
Perfino in Israele - e questo mi colpisce molto ogni volta che ci vado - sono
numerosi quelli che continuano a difendere l'idea che lo Stato ebraico deve
essere governato secondo criteri politici e sociali di tipo europeo, come il
parlamentarismo estremo, la separazione dei poteri, il fatto che il potere
giudiziario debba essere uguale in importanza al potere esecutivo e al potere
legislativo. Tutti questi modelli sono stati inventati in Europa. Non dico che
siano cattivi o buoni, dico semplicemente che sono una fonte che è del tutto
particolare.
D. Ma, secondo lei, il modello europeo non è che un'illusione?
R. Credo che gli ebrei non dovrebbero più considerare il modello europeo
come una sorta di regola assoluta. Suggerisco che gli ebrei si liberino dell'Europa,
perché è tempo che cessino di valutare le decisioni politiche chiedendosi: "L'Europa
le prenderà bene?" Nel campo del pensiero, gli ebrei hanno voluto sempre essere
accolti nelle braccia della cultura europea. Questo movimento non è mai stato
ripagato. La cultura europea non ha avuto, nei riguardi degli ebrei, un
movimento d'accoglienza paragonabile. Alla resa dei conti questa accoglienza ha
preso spesso la forma di una degiudaizzazione sfrenata. Gli ebrei devono
smetterla di voler farsi accettare, convalidare o riconoscere dagli europei,
perché adesso le cose sono chiare: gli europei non accetteranno e non
appoggeranno mai quello che fanno gli ebrei in generale e quello che fa Israele
in particolare.
D. Nel subconscio dell'europeo, l'immagine odiosa dell'ebreo avido e
capitalista non ha forse ceduto il posto all'immagine dell'ebreo israeliano
colonizzatore?
R. Certamente. Qual era, nel XIX secolo, la figura più detestata in
Europa? La figura del banchiere. Si diceva allora che gli ebrei erano dei
banchieri. E tuttavia non si può non ricordare che, materialmente, il 90 per
cento degli ebrei erano poveri, vivevano negli shtetel, senza un soldo in
tasca. Qual è invece oggi la figura più detestata dagli europei? La figura del
colonialista. Si dice senza mezzi termini: "Gli ebrei sono dei colonialisti". E
tuttavia sappiamo che la gran maggioranza degli ebrei non sono dei colonialisti.
Ci sono certamente in Israele, come in Francia e in altri paesi, delle persone
che hanno una mentalità coloniale. Ma rappresentano un'infima minoranza. In
Europa, in ogni periodo hanno trovato la forma più odiosa possibile per
designare l'ebreo. Gli hanno appioppato dapprima l'epiteto di "banchiere", poi
quello di "apolide", di "ebreo errante"n e oggi... quello di "colonizzatore".
D. Molti europei sostengono che criticare la politica d'Israele non è
un atteggiamento antisemita.
R. E' vero. Credo che si possa perfettamente criticare la politica
d'Israele senza per questo essere antisemiti. Ma quello che succede oggi è il
contrario. Non appena qualcuno in Europa, soprattutto in Francia, è sospettato
di avere rapporti con dei membri di una comunità ebraica solidale con Israele,
gli si chiede di rendere conto. Gli si dice: "Dimostra che sei contro Sharon.
Metti le prove in tavola". Se non dite subito che siete contro Sharon, non vi
ascolteranno più! Sono sbalordito da questo rovesciamento di situazione. In
Europa, e soprattutto in Francia, non si può menzionare la parola "ebreo" senza
che vi si chieda la prova che siete contrari alla politica di Sharon. E'
incredibile!
D. Nel suo libro lei afferma che si comincia ad imbastire una
"alleanza implicita" tra i paesi membri dell'Unione Europea e il mondo
arabo-islamico.
R. E' un'idea che può apparire paradossale, ma che non è tale se vi si
riflette sopra. Penso che tutta la geopolitica europea riposa sull'idea che l'Europa
può e deve estendersi attraverso la pace. L'Europa è passata da 6 a 15 paesi, e
recentemente a 25 paesi. Se gli Stati Uniti si fossero estesi in questo modo, le
"anime belle" progressiste si sarebbero affrettate a chiamare "imperialismo" un
simile espansione. Ma poiché si tratta dell'Europa, ci si astiene dal parlare di
imperialismo. Perché? Perché l'Europa si espande in nome della pace e non della
guerra. La sua espansione è avvenuta senza che sia sparato un solo colpo. La
geopolitica europea riposa sulla logica che l'espansione è possibile solo a
condizione che si stabilisca una sorta di gentleman's agreement con
l'altra grande potenza espansionistica mondiale diversa dagli Stati Uniti:
l'Islam. Gli europei non sono stupidi. Loro sanno con certezza che per portare a
termine la costruzione europea devono concludere una sorta di implicito accordo
di buon vicinato con il mondo arabo-musulmano.
D. Che forma prende questa alleanza europea-musulmana?
R. In linguaggio europeo, l'espansione dell'Europa si chiama "pace".
L'espansione musulmana invece si chiama "jihad", la guerra santa. Questo tacito
accordo si è fortemente stabilizzato durante la Conferenza contro il razzismo di
Durban, alla fine dell'estate 2000, dove, mano nella mano, i sostenitori della
pace nel mondo venuti dall'Europa e i sostenitori del jihad venuti dall'area
musulmana hanno martellato insieme l'ignobile slogan: "One jew, one bullett" (un
ebreo, una pallottola). C'è una vera consonanza tra questi due movimenti
espansionistici che, per il momento, non si contraddicono. In ogni caso, gli
europei pensano che in questo non ci sia alcuna contraddizione. Da una parte si
ha l'espansione europea, che è un'estensione della democrazia formale, della
libera circolazione dei beni e delle persone ecc., e dall'altra parte si ha
l'espansione islamista, che si realizza anche nei paesi dell'Europa orientale
attraverso la via indiretta dell'immigrazione musulmana. E' il caso della
Francia.
D. La Francia è il paese più antisemita d'Europa?
R. La Francia è il paese dove l'antisemitismo può mobilitare la più
grande quantità di buone coscienze. E' possibile che in Germania o in Austria si
possa trovare quantitativamente più antisemitismo di tipo classico di quello che
infierisce in Francia, ma penso che in Francia si possa trovare una quantità e
una qualità di mobilitazione che dà buona coscienza, che legittima
l'antisemitismo in nome dell'antirazzismo, del progressismo, della libertà,
della difesa dei deboli nei confronti dei forti... E' in Francia che questo
discorso di legittimazione dell'antiebraismo è il più sviluppato e il più
portatore di avvenire. L'antisemitismo tedesco, austriaco, est-europeo, ecc.
resta aggrappato a vecchi temi. In Francia la giudeofobia è portatrice di nuovi
temi.
D. L'antisemitismo continuerà a proliferare in Francia?
R. Sì. Probabilmente assisteremo in Francia a un'estensione di un
antiebraismo che diventerà sempre più virulento. Un antisemitismo considerato
come legittimo in nome della libertà dei popoli di disporre di sé stessi, della
difesa degli oppressi contro gli oppressori, ecc. La situazione degli ebrei in
Francia non può che peggiorare. Se però gli ebrei tradizionali si maschereranno
da musulmani, non correranno grandi rischi! Se invece manifesteranno apertamente
la loro ebraicità, la situazione diventerà sempre più difficile per loro. La
Francia è il paese che dà il tono, che indica il cammino che sarà percorso dall'Europa
negli anni a venire.