I fratelli musulmani sponda politica del terrore iracheno
di Carlo Panella
Fonte: Il Foglio, 27\9\2004
Mohammed Mahdi Akef, leader dei Fratelli musulmani d’Egitto, ha legittimato
ieri, con vigore, la “resistenza” irachena, incluse le attività terroristiche
(ma escludendo la decapitazione di ostaggi), puntando con chiarezza a fare del
più grande partito transnazionale arabo una sponda politica all’azione dei
gruppi terroristi, proprio nel giorno in cui in Iraq sono stati sequestrati sei
egiziani. La mossa è rilevante, in una scena irachena caratterizzata
dall’attività di molti clan del terrore, ma manca di una proiezione politica che
ne capitalizzi le azioni sia nei confronti della base sunnita sia nei confronti
delle istituzioni irachene. L’evidente pericolosità dei “tagliateste islamici”
iracheni è oggi infatti limitata al puro terreno militare, all’esercizio
immediato del terrore, priva com’è di una sponda politica. Di più: spesso questi
terroristi si combattono, soprattutto lungo le linee di frattura che separano
sciiti e sunniti (gli attentati dell’Ashura a Kerbala e Najaf così come la
strage dell’agosto 2003 in cui morì il leader dello Sciri Bagher al Hakim sono
state azioni sunnite-wahabite). Questa carenza di proiezione politica si è ben
notata anche nell’avventura di Moqtada al Sadr, che pure pareva godere di quel
padrinato pseudo-moderato che sempre indispensabile ai gruppi terroristi; nel
giro di pochi mesi, invece, tutti gli ayatollah iraniani che avevano flirtato
con la sua insurrezione hanno tolto il loro manto protettivo e Moqtada è stato
consegnato alla sconfitta. Ora però, i Fratelli musulmani, ovviamente già attivi
tra i sunniti iracheni, attraverso il leader più prestigioso del loro “Comintern
islamico”, si candidano a esercitare questo padrinato.
E’ la stessa strategia elaborata dal loro fondatore Hassan al Banna a spingerli
a inserirsi nello spazio che in Iraq può collegare iniziative eversive e
terroristiche e partecipazione al gioco istituzionale. La forza storica di
penetrazione dei Fratelli musulmani nei paesi arabi è dovuta infatti proprio a
una spregiudicata politica che li porta a sfruttare tutti gli spazi di
partecipazione democratica (mostrando un loro volto moderato, ben incarnato oggi
da Tariq Ramadan), mantenendo però per intero i rapporti con tutte le forze che
agiscono sul terreno della lotta armata e del terrorismo.
Hamas, sezione palestinese dei Fratelli musulmani, è il loro successo più
evidente (fu il padre di Tariq Ramadan, peraltro, a fondare negli anni Quaranta
i Fratelli musulmani in Palestina). Ora i Fratelli musulmani dispongono di un
loro partito iracheno che parteciperà alle elezioni di gennaio, ma badando
sempre, come ben chiarisce oggi Akef, a non perdere il contatto, anzi a
“esercitare egemonia” sull’arcipelago insurrezionale e terrorista islamico. Akef
è chiarissimo: “In Iraq è in atto una guerra contro l’islam”, quindi non
soltanto la resistenza è legittima, ma è dovuta, e tutti gli atti di violenza e
di terrorismo sono leciti. Qui Akef spiega ai vari Michel Barnier d’Europa che
sono andati a chiedere solidarietà alla Fratellanza – tramite il suo massimo
ideologo, il suo Suslov, Yosul al Qaradawi – perché i loro appelli hanno
ricevuto buona accoglienza. I terroristi che Akef e Qaradawi chiamano
“resistenti” devono infatti rispettare la sharia, se non lo fanno, sostengono i
Fratelli musulmani, indeboliscono l’islam. Per questo motivo devono rilasciare
gli ostaggi, per questo motivo non devono sgozzarli. Non un aiuto agli ostaggi
francesi e italiani, dunque, ma una mossa che punta – pur attraverso la loro
liberazione – a rafforzare e purificare in senso musulmano la guerra contro i
cristiani che combattono l’islam in Iraq.
Il comunicato della Fratellanza è netto su questo punto, esattamente come è
chiaro nella sua proiezione internazionale. La “resistenza” irachena viene
infatti equiparata a quelle degli islamici che combattono i “terroristi Hindu”
del Khasmir (seminando naturalmente stragi in India), a quella dei ceceni che
“contrastano il terrorismo dei russi” (il “moderato al Qaradawi” nell’aprile
scorso ha proclamato il jihad in Cecenia), a quella dei palestinesi che
“subiscono il terrorismo sionista. E anche all’azione del governo estremista
islamico del Sudan, che ha fatto un milione di morti nella decennale guerra
civile condotta contro i cristiani e contro gli animisti del sud, prima di
scatenarsi nel Darfur. Per i Fratelli musulmani, dunque, i “terroristi” sono
innanzitutto quei cristiani e quegli ebrei che “scatenano una guerra contro
l’islam”.